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domenica, dicembre 11, 2011

SON QUI...

... e una della cose che mi scazzano di più è leggere male e lentamente, anche se ho una sfilza di bei titoli ad aspettarmi sul comodino. e sotto il comodino, e sull'apposito scaffale " libri ancora da leggere". niente alibi come la morte della letteratura, insomma, ma solo questa stupida debolezza con mille ragioni che, pur essendo tali, non diminuiscono l'insofferenza.  
Ma forse questo post è, invece, un alibi per mettere questa bellissima foto.




sabato, ottobre 15, 2011

TRICOT

"Lavorare a maglia mi ha salvato la vita": e se è vero che la frase è di Virginia Woolf - anche se ovviamente non mi ricordo dove si trova, o quando l'ho letta - chi sono io per non provare?
C'è, è vero, il piccolo particolare che io non sono capace di lavorare a maglia: ma ciò mi ha spinto a inventare i Copertazzi, tanta coperta e poco arazzo. 

Funzionano mettendo insieme, con cuciture mooolto a vista, ritagli di vecchi maglioni di vera lana - ma può essere un pezzo di cappotto, di pantalone estroso, di sciarpa sberluscica  - di cui una buona parte abbia un ricordo impigliato dentro. Un ricordo quasi sempre vago, un'impressione. 
E poi qua e là, più sopra che dentro, si cuciono altri ricordi più decorativi o buffi: un pezzo di nastro, una coccarda che era della nonna, un fiore di stoffa  degli anni '50, un lungo arabesco ricavato da una manica ricamata. 
Be', ecco, il concetto è tutto qui: il resto è lavoro, e pazienza. E, quando l'umore è giusto, relax. 

Ovviamente i Copertazzi sono doni, e bisogna accertarsi prima che incontrino i gusti del ricevente, che deve essere pronto ad accogliere un manufatto... be', diciamo bizzarro. Ma finora, data soprattutto la lunghezza della realizzazione, i destinatari sono le figlie, perciò si può contare su una certa qual sintonia, neh?
 
Non hanno pretesa- sempre i Copertazzi, non le figlie - nonostante nome e spiega che finge di essere importante, di apparire opere d'arte. 
Però abbracciano e scaldano.

sabato, ottobre 01, 2011

MAMMUTH GIALLI E MAMMUTH E BASTA.


Vado in libreria - che, sia detto fra le lineette, è diventata scomodissima, con libri sulle scale, negli angoli, da girargli tutt'intorno. immagino che lo scopo sia quello di far fare fitness all'unica categoria rimasta sedentaria, quella dei lettori, e di distrarre quelli che ancora non lo sono finchè non si ritrovano ipnoticamente con almeno un libro alla cassa - e non trovo più nulla, grazie a un tipo di classificazione e presentazione che ancora non capisco. Tanarda io, non mi addentro. 

Ma sta di fatto che anche quando li guardo, questi libri messi in un ordine che non capisco, trovo: i noir, che aborro e aborrisco, in numero di tanti; i gialli, che mi piacciono solo sceltissimi e datati, in numero di tanti e non granchè scelti; i romanzi a sfondo storico, a volte noir o gialli a sfondo storico, in genere ripetitivi e assolutamente commerciali; i romanzi assolutamente commerciali. 
E le ristampe astute, sempre di più. "Vacanze matte", un romanzetto carino che esalta insieme lo spirito pioneristico americano e il valore non tanto della cultura quanto del saper applicare ciò che si legge, viene in questi giorni lanciato come "Novità". Peccato sia del '59 (ne hanno fatto anche un film con Elvis Presley) e che nessuno lo dica al potenziale lettore, dacchè forse anche il senso cambia un poco, no? 
Altrettanto dicasi per un divertente libro horror di Christopher Moore, uscito quasi vent'anni fa, che si chiamava "La commedia degli orrori", che avevo letto con gusto.
Dopo parecchio tempo passato senza alcuna notizia, da qualche anno escono altri libri di un autore con lo stesso nome: ne comprai un paio, sperando che mi piacessero quanto mi era piaciuto il primo, all'epoca. Invece no, peccato, e ne avevo dedotto che l'autore non fosse lo stesso. 
Errore, è sempre lui -  finchè è stato alle Hawaii, ci dice Wiki fra le righe, non ha combinato un tubazzo, poi è tornato nei produttivi USA -  e secondo me l'intervallo non gli ha fatto tanto bene, ma forse è un parere personale che risente dei miei gusti very slow. 
In ogni caso, anche "La commedia degli orrori" è ora in libreria come "Novità", con un titolo diverso: ma perchè, santi numi? Fino a poco tempo fa, presentare le prime opere passate inosservate di un autore che nel frattempo è diventato più noto era buona cosa anche per l'editore. Magari adesso, fra cocoprò e le fughe di cervelli verso gli agriturismi e i readings nessuno si ricorda più cosa si è fatto in anni antichi come il 1995, pies, e tutti si esaltano per aver trovato un tesoro rimasto sepolto, chissà...

Ma, soprattutto, in libreria trovo romanzi che parlano di malattie, lutti,  rimpianti e disordine e tragedie improvvise: non che siano tutti negativi nel loro senso complessivo, anzi, ma se uno di questi non è l'elemento centrale si può star sicuri che è almeno il controcanto. 
E' giusto così: la generazione che ora scrive e pubblica si è raccontata in molti modi, accavallandosi a quella dell'ottimismo per diventare quella della rivendicazione - rabbiosa, incazzata, spesso tragica, ma quanto viva! e imprevedibile, bizzarra, divertente... - e, se fosse andata come nelle epoche passate, a quest'ora sarebbe più o meno uscita di scena. 
Invece siamo tutti qui, con la testa piena di progetti, la voglia di lavorare - come sentirsi esclusi da quel mondo là fuori per mettersi a fare i nonni, ammesso che qualcuno faccia ancora bambini? - ma con i nostri acciacchi fisici e psichici, e quelli degli amici, e quelli del mondo se lo sguardo è appena più largo. E anche quelle sono esperienze, sono emozioni, sono pensieri che girano per la testa e per la penna, realtà che non si può fare a meno di trasformare in racconto.
Tutto ovvio, e giusto, così dev'essere: che ha da fare, d' altro, uno scrittore?

Ma io, ecco, arrivo a metà e scopro che in quel libro il malato lo avevano nascoto a pag. 132, e non ho voglia di continuare, di sapere cosa gli succede, di com-patire con lui. E se invece l'ecologista che gli muore la figlia sotto gli occhi mentre sta difendendo gli alberi (non l'hanno ancora scritto questo? me mi pare di sì, ma in ogni caso arriverà) arriva solo a pag.198, ecco, mi basta il sospetto che possa andare così.. e anzi, mi basta che dabbano difendere gli alberi. Perchè finchè si può agire ci si indigna e ci si incazza, altrimenti rimane lo sconforto di questo mondo così pronto a cambiare (mille segnali lo dicono) e così drammaticamente costretto a diventare invece sempre peggio. E potrei fare altri esempi, ma sono sicura che i miei personali grandi lettori hanno capito.

Quello che manca sono un bel paio di scrittori seriali, sì, ma umoristici: l'umorismo è ormai televisivo, e io ne sono tagliata fuori per scelta e abitudine. Non disdegnerei neppure la chick-lit  (se guardate il link, non date retta alla bestilità di Jane Austen come antenata del genere) , ma come orientarsi fra le molto irritanti, le abbastanza irritanti e le fortunate eccezioni?

Così, biblioteca comunale a parte da cui spero sempre che escano tesori finora me ignoti, ho pensato che tanto vale la mia libreria. Che è plurale, e comprende un sacco di bei titoli. E anche di roba che, finchè non provo a rileggerla, non posso neanche chiedermi "ma perchè l'ho tenuta?". E di romanzi che erano di moda trent'anni fa e ora forse sono quasi classici, o lo saranno. E di cult, con il gusto tutto privato di averli scoperti prima che lo diventassero. 
Insomma, perchè non mettere un bel "Novità" mentale su molte copertine e rileggere ciò che già ho, invece di farmelo rifilare con un altro titolo?

Quindi, se e quando le forze mi reggeranno, potrete leggere qui sopra - un trailer, cari lettori, questo post è il trailer più lungo del mondo - recensioni di libri usciti prima del 2000, ma che dico, prima del 1980, anzichè, addirittura prima del 1960. E ce n'è anche rifasciati con la carta blu, che daterei verso gli inizi del '900. 
Perchè - doppio trailer, cari lettori ! - da queste parti ai blogger di Blogger  si è unito un Mammuth Giallo che parla di film senza nessuno scrupolo, e mi fa sentire autorizzata a fare altrettanto con i libri. 
Qualche anticipazione? Elizabeth Von Armin, Georgette Heyer, magari Yehoshua... ( be', non fidatevi ciecamente. oppure ricordatemele).

venerdì, agosto 26, 2011

SVOLO A VISTA

 
Ci vuol poco a traviare un blogger: basta che sia gà troppo tardi per scrivere un post decente e che, soprattutto, un nuovo lettore di affinità natali dimostri il suo apprezzamento per l'osservazione sul volo dei piccioni ( e sì, ha ragione anche sulle tortore) per trasformare un concettoso post che si rigira nella mente già da un po' in un esercizio di osservazione.
Be', gli argoment sono diversi: il post che ancora una volta rimando sarebbe su un bellissimo librettino di un polacco a noi credo ignoto, Mariusz Szczygiet, "Reality" pubblicato da Nottetempo, che apre la strada nientepopodimeno che a riflessioni sulla vita. 
Il secondo, quello che vi tocca ora, è invece Ciò che vedo dalla mia finestra, che è ciò che mi diverto descrivere nella mia mente quando non riesco a pensare di meglio: in realtà entrambi i post hanno a che fare con l'osservazione, come scoprirete se mai riuscirò a scrivere il primo e come è lampante in questo che segue - se riesco ad abbandonare quest'abitudine di scrivere  premesse più lunghe del post.
Che ho anche scoperto che un sacco di gente non guarda mai, proprio mai, con attenzione e libertà di pensiero qualcosa che sia vivo e vitale, e non un aggeggio elettronico, un motore o un pezzo di carta, e me ne dispiaccio.
Be' insomma, essendo che le mie finestre sono sopra le cime degli alberi, in cima alla Rocca, ho due scelte: o guardare giù i vicini coi bambini che giocano nel prato - e mica è bello, neh, se non ogni tanto - o aspettare le ore più quiete e guardare la popolazione avicola. Ovviamente, tutti capiranno perchè devo ricorrere a curiose perifrasi per definire gli oggetti delle mie osservazioni, perciò procedo. 
Venire ad abitare qui è stata una sopresa: di fronte alla casa dove stavo prima c'erano un po' alati abitanti, ma vivevano nel folto di un muraglione e non si vedevano mai, invece qui ho scoperto gente volante che non avevo visto mai. Specie che ormai vivono in città, ovviamente, ma che raramente si possono osservare con calma.  

E così, nella vacuità che a volte prende specialmente se è un tramonto pigro per scelta o per forza, si tende ad antropizzare: i pappagalli verdi grandi - quelli piccoli qui non ci sono - fanno casino tutto il giorno, ma al calar del sole sciamano gridando come bambini che escono da scuola e si posano sul larice uno qua e uno là, come decorazioni fuori tempo e fuori cromia dell'albero di natale. Non stanno mai in due nello stesso posto: se uno prova ad occupare l'unico posatoio che c'è qui in giro - un'alta sbarra di ferro su cui ci starebbero in dieci - il precedente occupante si sposta lungo il bastone finchè non spinge via il malandrino, proprio come a scuola i ragazzini refiosi sulle panche. Uno si immagina i pappagalli animali allegri e ridanciani, e invece mica tanto, neh? I merli invece lo sono, con i loro fischi che mettono subito il buonumore e il loro saltellare dinamico e spensierato insieme.
Neanche le gazze  sono allegrone, anzi vagamente inquietanti, ma compensano in eleganza: il loro volo è magnifico, le grandi ali bianche nere planano qua e là silenziose, precise, dando l'impressione che ci sia un vento sottile tutto per loro. A terra perdono un po' del loro allure, ma restano imbattute di fronte a corvi o cornacchie (chi sa la differenza? io non sono ancora riuscita ad appurarla) che non smentiscono la loro fama disneyana di tristi notai: tutti neri, se trovano il banchetto di un prato appena seminato ci si precipitano sopra e sembra di vederli camminare sulla tovaglia, senza nessun riguardo. 
Tutt'altra cosa la gentile upupa, che arriva qui stagionalmente in coppia e se ne va con prole - credo - e che si perde in certi immobili incantamenti lì sul prato all'imbrunire: ogni tanto solleva la crestina e a volte perfino allarga la coda, a dimostrare che è proprio lei, con i suoi colori incredibili e la sua levità da dipinto giapponese. C'è stato per un po' anche una sorta di cugino dell'upupa che non sono riuscita a identificare, più grande e senza cresta, ma con gli stessi colori,  che la seguiva saltellando su prato e cespugli. Chissà chi era e cos'era, e perchè se n'è andato. 
I gabbiani sono usciti dal periodo di piccoli e nidiate, ma non ne manca mai almeno uno con la sua stridula risata, e poi naturalmente ci sono tutti gli altri, quelli che si sospettano e non si vedono: il mio preferito, anche se non so com'è fatto, è l'uselin dell'acqua. lo chiamo così io, perchè in quel quarto d'ora che precede la pioggia i suoi colleghi si zittiscono e in quel silenzio si sente solo il suo "piiip, piip". E io, che amo la pioggia d'inverno e d'estate, gli sorrido da quassù anche se lui non lo saprà mai.

domenica, giugno 26, 2011

MI RIGO I DISCHI E RIDO

Sono la donna bionica: da qualche giorno potrei sfoggiare - se solo avessi il coraggio di togliermi i cerottoni - un bell'aggeggino in plastica che ora fa parte di me, un po' come il polipetto di Matrix ma bene in vista sul décolleté,  ora che avevo snobbato le camicie a favore delle magliette scollate. Ah, proprio vero che nessun traguardo si conquista per sempre, neh?
Guarda il pensiero razionale, ad esempio, e ancora più quello sociale che si interessa dei propri simili: basta un niente, come una bella botta di sedativo, per farlo sparire per un paio di giorni se non di più. E poi fa fatica a tornare, nonostante ci si sforzi di compilare diligentemente le bifrontali senza schema della Settimana Enigmistica e perfino di capire il perverso oroscopo di Brezsny sull'Internazionale, tremando al pensiero di cosa può voler dire che ora sono" pronta per affrontare un tipo di divertimento meno stressante e più gioioso."
Potrebbe invece essere la volta buona per raccontarvi le mie Città d'Acqua, che aumentano con discrezione nello scaffale che le accoglie, profittando di questa quiescenza intellettuale che lascia più libera la creatività manuale e immaginativa: ma non sono ancora pronta per fotografarle, e raccontare di cartoline graffiate e di legnetti corrosi dall'acqua che si riempiono di piccole foto di finestre non credo che renda molto l'idea benchè io sia molto felice ogni volta che ne finisco una.

Così, dài, per questa volta vi racconto soltanto che fra un sonnellino e l'altro ho letto "Tartarughe divine" di Terry Pratchett, uno dei circa quattrocentoventitre romanzi di questo autore che ancora aspettavano di essere tradotti. E aspettare non gli ha fatto tanto bene: vent'anni fa, all'epoca della sua uscita in lingua originale, Small Gods era probabilmente un misto del feroce divertimento di cui solo Pratchett è capace e di una bella riflessione sul fanatismo nel mondo, presente, passato e futuro. Ora il suo contenuto "serio" appare pur sempre attuale - sarebbe bello che non fosse così, ma ovviamente lo è - e però più ovvio e scontato. Ciononon, non delude le aspettative, specialmente se i vostri studi sono stati di tipo scientifico o filosofico: il bizzarro Mondo Disco non manca mai il suo effetto deformante, che ci fa ghignare con (o anche senza) un senso. 
Cosa che tendo a trovare sempre più impagabile.


mercoledì, marzo 30, 2011

GITA SOCIALE (partecipanti due)




Gita a Milano. E già che si era lì si è tirato lungo fino a questo posto con la pretura fatta con la scatola delle costruzioni, dove ci aspettava da un po' la mostra di Giacometti.


E, ve lo dico subito, non è che sia proprio facile trovare robe in giro che ti lasciano lì come un allocco, a guardare intanto che stai zitto e non ti accorgi del tuo silenzio. Questa è così, e ti becca appena entrato. Solo dopo, dopo che ti sei riscosso dalla figura di donna che ti accoglie con i suoi spigoli e le sue zampe di ragno, ti accorgi che è bello tutto: le opere 
esposte, ovvio, ma gli schizzi e i quadretti, le frasi, l'autroritratto di Van Gogh copiato sul libro stesso che lo riproduce, le note sulle pagine di giornale. E l'allestimento ascetico, geometrico, bianco e grigio di luce e di specchi e di grandi foto, di ombre di scure figure allampanate, di visi che si vedono solo di profilo, di materia cruda - che sia metallo, colore o matita - che vien fuori in fili e bozzi, in protuberanze e sovrapposizioni, a formare guance e nasi, labbra e menti e capelli. 
Ammetto facilmente che mi sto lasciando trascinare dall'entusiasmo ma, credo, a ragione ragionissima: però non insisto più in una impossibile descrizione e mi limito a segnalare la mostra a tutti quelli che ci possono andare.  E a usare per i miei scopi perversi due frasi giacomettiane: la prima va benissimo per il mio blog, questa seconda dovrebbe stare dietro la scrivania, contro tutti  i perfezionismi - e anche le presunzioni.




Ma un viaggio, sia pur minimo, porta sempre un sacco di pensieri, osservazioni, impressioni, domande. Per esempio, perchè in metropolitana non ci sono odori (a dire il vero, c'è l'odore di assenza di odori, ma si va sul sofistico) ? una spiegazione ci sarà, ma non la so.
Più seriamente, avete notato che più le amministrazioni sono contro l'immigrazione e la povertà, più immigrati e poveri sembrano pericolosi e importuni? 
E, ancora : ai vertici di Trenitalia ci sono dei pazzi dichiarati? Dopo aver sentito, alla stazione di Milano, che "il treno eurostar per Zurigo oggi non presterà servizio" ne sono convinta: inutile precisare che l'annuncio era dato mezz'ora prima della prevista partenza, e non era certo l'unico di quel tipo.
Ma questi sono i trailer dei prossimi post, che la sveglia all'alba non fa bene alle elucubrazioni notturne.
E, a proposito: ho visto l'alba, ho visto l'alba... nonnò, non mi fregate. Ho avuto la conferma che fra alba e tramonto è il secondo che merita di essere visto, non c'è proprio gara: sappiatelo, amici gufi.

martedì, febbraio 08, 2011

FIERAMENTE

Una delle cose belle di questo mio blog, e una delle più importanti ragioni per cui continuo a scriverci su, sono i miei Lettori Silenti. 
Confortata dagli scarsi ma fondamentali commenti dei due, a volte perfino tre, Lettori Meno Timidi, posso proseguire questa mia solipsistica attività sapendo che prima o poi, per telefono o sul facciabuco, di persona o dicendolo ad altri, qualcuno confesserà di essere un Indefesso Lettore Silente, che segue con attenzione ciò che faccio e penso, pur senza mai profferir verbo nell'apposito spazio dei commenti, visibilmente  disdegnato dai più. 
Ma ogni volta che qualcuno mi si rivela mi sento contenta e, come si dice, grata dell'attenzione: mal ve ne incoglie, quindi, Lettori Silenti e Commentanti, chè ora vi tocca sapere che domenica sono andata alla Fiera di Sant'Agata. E' un tradizionale appuntamento dei genovesi - una fiera di fine inverno come ci sono quasi ovunque, ma qui un po' prima - che ancora oggi fendono la folla brandendo la piantina di limone o il vasetto di aromatiche.
In origine dedicata proprio alle piante e al piccolo artigianato, oggi la Fiera si è snaturata come tutte, e il gigantesco krapfen al posto del gigantesco doughnut è concepito per esaltare la somiglianza e non la differenza. 
Così si ragionava, fra uno spintone e un bambino giustamente frignante, sulla globalizzazione che colpisce più massicciamente in alto e in basso: che non ci sono solo i centri storici e le vie del lusso pieni di bulgari e prade, ma anche i mercatini di tutta Europa pieni delle stesse statuine, stessi vestiti, stessi calzini. E, in qualche modo, questo secondo fenomeno riesce ad essere quasi più triste del primo. 

Ma, dice, tu vai alla Fiera per fare le analisi sociologiche? Be', in verità lo scopo era quello di cercare strumenti musicali da bambini, per esempio tamburelli o trombette, per la manifestazione del 13 che si preannuncia piena di gente e di allegra rabbia - e quest'ultima non sembri un ossimoro. 
Al momento abbiamo messo insieme, da prestare anche ad amici e parenti, due campanelle, due raganelle e tre fischietti. Io mi porto il verso del gufo e quello delle balene, ma volendo c'è anche il fischio del treno, il muggito delle mucche svizzere e il refrain della pantera rosa. Alla fiera, dopo tanto vagare, abbiamo infine trovato un sonaglio con molti campanelli, una cosa carina in legno che non sfigurerà fra i nostri Rumoriferi, una volta tornati a casa. Però non c'era altro: su... mah, trecento banchetti, solo tre erano di giocattoli. Hai voglia, poi, a non fare analisi sociologiche...

venerdì, dicembre 17, 2010

DECEMBER MORE


Come le donne nelle più bieche opinioni maschiliste, questo blog più è trascurato più mi dà soddisfazioni. Nel senso di numero di visite, chè se devo aspettare i commenti... neh?
Ma sta di fatto che sulla macumba si è impastata l'influenza, sull'influenza i compleanni, sui compleanni lo shopping di natale, sullo shopping... 
Come in quella fiaba dove la vecchietta maligna sbaglia il desiderio e tutto le si appiccica sul naso, così dicembre è sempre stato un mese in cui ogni cosa va a finire a ridosso di un'altra, senza il tempo di tirare il fiato. Sotto l'albero c'è solo la metà dei pacchettini, solo la metà degli amici è stata avvisata che, come sempre, anche questo natale casa nostra sarà aperta a chiunque voglia arrivare, solo la metà degli armadi di cui avevo previsto la riorganizzazione è stato riordinato, neanche la metà delle idee è stata realizzata, e via di seguito. 

E quest'anno è anche l'anniversario numero 30 del matrimonio con l'uomo barbuto. Impressionante. Anche perchè, non ci fossero stati altri motivi, il festeggiare l'anniversario ogni anno subito prima di natale sarebbe potuto bastare come motivo di divorzio. E invece.

 
Perciò, ecco, la macumba che non ha raggiunto il suo obiettivo, la crisi che si fa finta non esista (da Coin sono in vendita orribili pupazzi ghignanti che dicono "E basta con 'sta crisi!": un regalo geniale, vero? ), le camionette incendiate e il provocatore con la pala - fifone, del resto: avete notato che fa tutti i gesti ma non colpisce nessuno e se ne sta a prudente distanza? -  ve li lascio tutti, almeno per qualche giorno, e me ne vado.
Torno praticamente subito, purtroppo, a sfracellarmi i marroni in questo assurdissimo Paese, ma l'intervallo servirà a ricordarmi che c'è gente al mondo che non viene convocata dall'Ufficio Imposte per un errore di due centesimi a credito. Sì, avete letto bene: è stata scoperta questa stratosferica differenza di due centesimi a nostro favore nel conteggio fatto dall'Ufficio stesso, ragione per cui è stata aperta un'altra pratica sulla stessa vicenda. Pratica che, lo so già,  potrà perseguitarci fin oltre la morte, accumulando debito pubblico sui nostri due centesimi che volentieri doneremmo, perfino allo Stato. 
Ma non ci penserò, in questi giorni, così da poter tornare con la letizia nel cuore e l'allegria nell'animo, come natale comanda. 
Statemi bene.

venerdì, settembre 17, 2010

LA COLLANA DEI GIORNI


La vita che vorrei.
La vita che vorrei non è mica complicata, me ne accorgo solo ora.
Mi basta, ho finalmente capito, una cosa bella al giorno. Hai detto niente, lo so. Non è poco, messa così.

Ma le cose belle sono tante, e quello che importa a me è che siano ogni giorno diverse: per esempio, la cosa bella di una di queste ultime giornate (era una giornata che ha visto ben più di una cosa bella, pensa che spreco...) è stato il tramonto.

Psichedelico e struggente, con le strisce di turchese a interrompere il contrasto di cielo rosa e oro e di nuvole nere. Un momento perfetto, al riparo dal vento già freddo su una panchina di pietra scaldata dal sole, io e l'uomobarbuto a parlare e guardare. Ora so che posso correre lì, su quella panchina, quando ho voglia di cielo e di colore, e lo farò.
Ma mi conosco troppo bene per farlo troppo spesso: la ripetizione, se non conforta, annoia. E me non mi conforta.

Me, mi frega la curiosità: e il decimo, fantastico tramonto so che mi sembrerà meno "bella cosa" di un maiale di plastica che si splaffa per terra e poi si riforma da sè (l'ho comprato alla nottebianca, già). O, più seriamente, di una chiacchierata inaspettata con un amico, o di una passeggiata che non facevo più da vent'anni, di un nuovo film dei Monty Python, di una serata imprevista con l'Amicodelcuore.

Sembra un po' la solita questione del bicchiere mezzo vuoto o mezzo pieno: ma il punto è che, per cominciare, un bicchiere ci ha da essere, no?
Se in una settimana ci sono stati, diciamo, cinque giorni con dentro una bella cosa che non mi aspettavo, ecco, quella per me è una "bella vita".
Non perfetta, non esaltante, non grandiosa: una
vita di piccole cose, infatti, ma lontana da quell' "accontentarsi di ciò che si ha" che non riesco a condividere, pur a volte invidiandolo come atteggiamento di vita.

E allora, più che l'ottimismo o il pessimismo, l'essere "già contenti così" - che d'altra parte sarebbe ormai pur vero, ma non basta lo stesso - o l'evitare ogni preoccupazione, ecco che sembra più sensato adoperarsi perchè, quasi ogni giorno, una cosa bella possa esserci.

Senza rimuovere o ignorare i problemi, senza negare l'insoddisfazione o le mete più importanti, senza rinnegare del tutto il quieto piacere della mente che per anni mi ha tenuto compagnia qui alla mia scrivania, ora penso che coltivare un angolino di gioia e di sorpresa - una specie di piccola perla in mezzo al molliccio della normalità - sia ... be', sia una cosa intelligente da fare.

Facile a dirsi, lo so. Ma sto scoprendo che è anche più facile a farsi di quanto non pensassi.
Ve lo dico così potrete ricordarmelo, quando il bicchiere si sarà nascosto da qualche parte, neh?

martedì, agosto 31, 2010

CAPRE E PANCHINE

E alla fine tutto è andato a posto, nella zona Cesarini delle ferie.
Sono state fatte (con Fimo e bottoni) le maniglie per l'armadio che le aspettava da febbraio, è stato appeso lo stemma di famiglia (l'insegna della polleria dei miei nonni) e si è ricreato l'Angolo dello Gnomo (con tavolino mignon irrinunciabile, come direbbe un'agenzia immobiliare).
L'urlo di Munch gonfiabile e gonfiato ha trovato la sua collocazione e io non devo più stendere contorcendomi come un derviscio, chè il balconcino è stato sgombrato.
Sono stati fatti progetti di guadagni etici e divertenti (no, non dico quali sono, per ora: ma pensate all'improbabile e aggiungete un po' di assurdo), e subito dopo progetti di spesa -uh, quanto siamo più bravi, in questo.
E già che eravamo in vena di repulisti, è capitato anche di spazzare via un eccesso di
soldatinismo coraggioso che era lì a mettere in tensione tutto il resto: ma per fare ciò ci sono voluti un po' di passaggi - non del tutto piacevoli, neh? - compresa una furente camminata sotto la pioggia, sul mare grigio sotto i mattoni rossi e bagnati della Passeggiata di Nervi, fino in fondo. Bellissima, pur nel silenzio e nella rabbia che non si smaltivano neppure sulle panchine azzurre appiccicose di sale.
E poi ci sono stati un po' di amici e un po' di risate, un bagno crepitante (ah, è troppo carino: li vendono in bustina, nei reparti bambini) e la voglia di fare un sacco di cose nonostante l'ennesimo tentativo di eliminarmi. Che dev'essere come per Babbo Natale, che se non ci credi non ti porta i
regali, ho pensato: lassù qualcuno mi odia, essendo io atea più atea. A dimostrazione, questa volta mi è caduta addosso una lastra di marmo: piccola, d'accordo, ma sempre di marmo era. E io, tiè, con un triplo salto carpiato l'ho evitata, mi ha colpito solo di striscio alla gamba, come Tex Willer. E finalmente ho potuto sfoggiare i cerotti neri con i teschi, ben in vista.

Ma le ferie sono finite da otto minuti, perciò devo sbrigarmi a contarvi la conclusione: che è stata l'Aperitivo delle Capre di Mare. No, non è Kamasutra, è un doppio Mojito in un posto che definire affascinante è davvero fargli torto per difetto. E' dentro il mare, in pratica: per arrivarci bisogna aspettare lo stacco fra le onde.
E poi si è lì, tra una fila di cabine azzurre e una ringhiera, nella luce dorata che si spegne laggiù, a guardare il traghetto che pian piano raccoglie la luce dell'orizzonte fino a sembrare un iceberg, e le onde dalla spuma sempre più bianca nel buio che aumenta. I gestori sono giovani, e carini, la roba buena, e la colonna sonora ha fornito il tocco finale di surrealtà, con Joe Hill di Joan Baez.
Non si corre il rischio di stufarsi, di un posto così: anche perchè quasi duecento gradini tagliati negli scogli, più una lunga creusa lo difendono bene dal pericolo di risultare "troppo visto": se c'è qualcosa di peggio delle creuse in salita e dei gradini in discesa per arrivarci, sono i gradini in salita e le creuse in discesa del ritorno, al buio, e con i mojitos in corpo. Ma merita, merita assai.
Dulcis in fundo, non solo abbiamo trovato sulla bancarella di corsitalia il prezioso volume "Le domande della gente a Bertand Russel e le sue risposte", ma ho avuto la sorpresa di sentirmi orgogliosa delle mie origine comasche. Chè, diciamolo, non è una cosa che in cinquant'anni mi sia capitata spesso, specie dallo spargersi velenoso della leganort in poi: ma questi comaschi che cacciano via Dell'Utri gridando "Mafioso, mafioso" e poi cantano Bella Ciao mi sono piaciuti proprio.

sabato, maggio 15, 2010

TRANCIO DI VITA


Quando conobbi l'uomo barbuto - no, anzi, io e lui ci conobbimo più volte nella vita, ma in questo caso mi riferisco esattamente alla conoscenza biblica - lui mi chiese: "dove ti piacerebbe andare?" e io risposi "Islanda". Lui mi guardò un po' stranito "Islanda? ah, oh, uhm... Cosa ne diresti di Parigi?" Andammo a Parigi e non ho mai capito che morale trarre dall'episodio, se non che forse avremmo dovuto prenderci più sul serio reciprocamente - be', saltava agli occhi che parigi non era esattamente un compromesso fra l'islanda e parigi, ma anche che io non gli avrei mai dato una risposta prevedibile.
Oltretutto, non me ne sono mai dimenticata: c'è stato un periodo, però, che la gente diceva "ah, l'islanda... bof, non c'è mica un granchè da vedere, è tutto scomodo, tutto caro..." e allora mi ero messa un po' il cuore in pace. Adesso il vulcano ha ridato emozione al freddo Nord e gli islandesi si sono impoveriti - sono stati i primi colpiti dalla crisi e hanno fatto perfino manifestazioni: dai filmati si capisce facilmente che sono arrivati perfino a gridare "Maleducati!" agli agenti che cercavano di contenere la folla pazzesca, circa cinquanta persone.
E, insomma, che reportage e fotografie sono tornati a magnificare l'Islanda, guardate qui, e si parla di andarci in traghetto, cosa che a noi gente di lago ci piace sempre un sacco. C'è qualche piccolo problema di budget, come già ai tempi di cui si parlava, ma ciò non mi impedisce di pensare a questo viaggio sempre rimandato. Pensare è gratis, anche in tempi di crisi.