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sabato, novembre 12, 2011

TRICOTEUSE





Il segreto dovrebbe essere la regolarità: in questi due lavori patchwork - il primo pescato su internet e l'altro eredità della mia mamma - si vede bene che, nonostante lo stile diverso, la precisone del disegno e del lavoro è il primo pregio visibile, quello che dona l'attrattiva a semplici ritagli di stoffa o lana combinati insieme.
Per i miei Copertazzi non si può certo dire altrettanto: sono un lampante caso di montagna  che va ai ritagli visto che non riesco a mandare i ritagli alla montagna. Insomma, il Copertazzo lo si fa tornare: come idea, come cuciture, come combinazione, come spazi... e ci si diverte a farlo proprio perchè si può procedere un po' (tanto) a caso, assemblando forme e guarnizioni secondo l'umore del momento e non secondo uno schema precostituito.
Mi avete chiesto notizie del mio strambo tricottare ed eccole: è tutto qui. 
Ora che sono tornata a casa dalla clinica e attendo di vedere quanto sia stabile la situazione, il Copertazzo sarà un alleato di chi cerca di tenermi lontana da lavori più stancanti e impegnativi, quelli che in una casa ti attendono sempre al varco: forse così si riuscirà a ribaltare la classica situazione del tricotaggio,  che da metodo per aspettare può diventare un mezzo per farsi aspettare.

sabato, ottobre 15, 2011

TRICOT

"Lavorare a maglia mi ha salvato la vita": e se è vero che la frase è di Virginia Woolf - anche se ovviamente non mi ricordo dove si trova, o quando l'ho letta - chi sono io per non provare?
C'è, è vero, il piccolo particolare che io non sono capace di lavorare a maglia: ma ciò mi ha spinto a inventare i Copertazzi, tanta coperta e poco arazzo. 

Funzionano mettendo insieme, con cuciture mooolto a vista, ritagli di vecchi maglioni di vera lana - ma può essere un pezzo di cappotto, di pantalone estroso, di sciarpa sberluscica  - di cui una buona parte abbia un ricordo impigliato dentro. Un ricordo quasi sempre vago, un'impressione. 
E poi qua e là, più sopra che dentro, si cuciono altri ricordi più decorativi o buffi: un pezzo di nastro, una coccarda che era della nonna, un fiore di stoffa  degli anni '50, un lungo arabesco ricavato da una manica ricamata. 
Be', ecco, il concetto è tutto qui: il resto è lavoro, e pazienza. E, quando l'umore è giusto, relax. 

Ovviamente i Copertazzi sono doni, e bisogna accertarsi prima che incontrino i gusti del ricevente, che deve essere pronto ad accogliere un manufatto... be', diciamo bizzarro. Ma finora, data soprattutto la lunghezza della realizzazione, i destinatari sono le figlie, perciò si può contare su una certa qual sintonia, neh?
 
Non hanno pretesa- sempre i Copertazzi, non le figlie - nonostante nome e spiega che finge di essere importante, di apparire opere d'arte. 
Però abbracciano e scaldano.

sabato, ottobre 01, 2011

TONTI E RITONTI

 Ne ho già postato una di queste animazioni realizzate da un tv intelligente - non la nostra, of course - basate su musica e testi altrettanto. Questa è la versione della famosa storiella internazionale "... la prossima volta farò così..." , ma solo dopo mi è venuto in mente che poteva esserci un riferimento personale. 
Vale per tanti, però: chi, potendo, non tornerebbe indietro a cambiare qualcosa, o magari anche tutto? Il mio inconscio è assolto per manifesta banalità, dunque. Tanto più che il Tonto Perico - leggete il testo - ne esce più che bene, direi. 
E soprattutto i bambinofili, ma anche tutti gli altri se hanno  bisogno di tre minuti di delicatezza, posono godersi su Youtube  le molte altre animazioni cantate: sono realizzate con materiali diversi  (carta, paglia, stoffa...) e sono una più bella dell'altra.

 


testo, che si è un po' pasticciato nel copincolla - chi vuol correggere, nel caso?

l tonto perico tenia una jarra

un saquito roto y
 una gran chupalla .

su madre le dice anda a buscar agua

y el tonto perico la hecho en la chupalla.

perico le dice la mama enojada

tenias que haberla hechado en la jarra

ahhhh

traeme la harina pa amasar el pan 
porque 
luego llega con hambre papa

y el tonto perico por no hacerlo mal la hecha en la jarra 
que estaba mojada
la harina en la jarra
grita 
la mama asi no
me sirve porque esta empapa

ahhh

traeme porotos y que no se caigan y en el
 saco roto perico los carga 
aqui 
se los traigo dice a la mama 
y cuando abre el saco ven que ya no hay na 

esto es misterioso dice el buen perico

pero si esta roto la mama da un grito

ahhh

pero piensa y piensa el tonto perico

yo soy habiloso y hasta soy muy rico

porque aunque me digan el tonto perico

yo tengo mi jarra mi saquito roto y mi gran
 chupalla...

sabato, settembre 24, 2011

OGNUNO CI HA I SUOI NEUTRINI...

Il mio agopuntore di riferimento ha certi ditoni da Peppone che non entrano nella tastiera di un computer, e ti chiedi come gli è venuto in mente di mettersi a trafficare con gli aghini. Poi è istruttore di qi-gong, ed è bravissimo in entrambe le cose. E anche nel tirar su di morale la gente, senza esagerare con l'ottimismo incauto.  Eppure, nel mio stordimento, me l'ero dimenticato. 
Ma una delle angurie da centrare con la crapa è stato proprio lui,  che ha ascoltato i miei guai nel suo solito modo burbero e frettoloso, dicendo poche frasi al momento giusto. Poi è arrivato il momento degli aghini, che a volte non si sentono e a volte sì, e mentre lui stava cercando il posto per il terzo aghino, io sono schittata, ridendo. Non lo reggo, il solletico. Non riesco proprio a far finta di niente, a comportarmi dignitosamente. Ma, guarda caso, il punto giusto per l'ago era difficile da trovare: così questo posto semi-ospedaliero, forse uno dei più potenzialmente tristi del mondo nonostante, si è riempito della mie sghignazzate per un buon minuto, o forse tre, o addirittura cinque. E  quelle risate mi hanno cambiato la giornata: non saprei e forse non voglio spiegare precisamente il perchè, anche se uno dei motivi è senz'altro il gesto gratuito, spontaneo, vitale e generoso di un medico che, come tanti altri, potrebbe invece comportarsi in modo distaccato o al massimo "cordiale".
Tutto il giorno ho reagito al dolore: che con gli aghi si era senz'altro attenuato, ma che è stato scacciato quasi del tutto dalla voglia di reagire, dall'eco di quel divertimento sciocco e infantile, da quella pausa del tutto inaspettata fra i guai.

Forse penserete che la sto facendo lunga, e magari avete ragione. Eppure, la sera ho anche visto il riccio.
Non che le due cose siano davvero collegate, lo so. Però quel riccio, o un suo parente, era stato avvistato un bel po' di tempo di fa in una tarda serata di pioggia, su uno dei vialetti della Rocca. Per fortuna andavo molto piano, e avevo inchiodato nel vedere quel coso beige sgattaiolare davanti alle ruote. Il tempo di scendere sotto l'acquazzone - e dietro di me c'era il vicino che già deve avere le sue idee sulla nostra sanità mentale - e il riccio si era disincantato, sparendo velocemente. L'abbiamo cercato più volte, senza mai vederlo. Ma ieri il KGgB mi ha chiamato, "c'è il riccio!" . Era nel prato ed è rimasto fermissimo per tutto il tempo che gli siamo stati vicini, convinto che fosse meglio sembrare morto. Ma era stato visto camminare e a un certo punto ha sussultato, come i cattivi attori. 
L'abbiamo lasciato lì, con mille raccomandazioni di stare attento ai pericoli della Rocca: solletico e riccio, quale combinazione più carina e più improbabile?

giovedì, agosto 25, 2011

HOT NOTES


Dispiace se non lo avete letto ai suoi tempi - o anche adesso, se i suoi tempi non ce li avete - perchè così mi sento in questi giorni. 
Un po' meno tragicamente, d'accordo, ma c'è questa magica iniezione che mi tira fuori dal mondo ovattato della febbre alta, in cui io sono perfino refrattaria ai deliri. Non che mi dispiaccia, ma almeno sarebbero un'attività, una distrazione. Invece riesco solo a rispondere a tono se qualcuno mi parla, ma non sempre ho voglia di farlo, da dentro la mia nebbia sonnolenta. 
Quando arriva l'iniezione torno simile a me stessa per un buon 80% - e siccome in questa percentuale è compreso lo spirito critico e menosamente didattico, tutti lo giudicano già così più che bastante - invece che per quel 15% dello stato febbrile, e in più c'è un surplus di attivismo. Basti dire che sono sveglia dalle 7. 30 di stamani, che per una strega/gufo è un sovvertimento del'ordine naturale della cose. Solo che, come Algernon, so che lo stato di grazia avrà un termine, e ogni volta è una tensione giocare a indovinare quale sarà. Fottitene, direte voi, e me lo dico anch'io. Ma tanto facile non è.
Se dura ancora domani, però, potrei provare a mettere insieme un post: anche se, lo si intuisce, i miei argomenti di conversazione di questo periodo non sono moltissimi.  Però quando, pur nella febbre, un piccione è passato davanti al divano, ho pensato che i piccioni volano come quelli che camminano s-ciabattando. Fateci caso, sciatti uguali: e questa perla di vèrita ve la regalo già fin d'ora, neh?



sabato, agosto 06, 2011

CE L'HO UNO NUOVO WIZ!

 
Così diceva il nonno dello gnomodemivida allo zio dello stesso, quando si incontravano: e da lì cominciavano a parlare in ungherese. Non si sa, quindi, se i wiz erano gli stessi che oggi racconta Moni Ovadia, o più probabilmente aneddotti e storielle di vita vissuta e arguzia tradizionale. 

Io, peccato per voi lettori, non ce l'ho uno nuovo wiz, ma appunto solo uno di quelli di Moni Ovadia: però mi serve di raccontarvelo, e perdonate se glisso sulla pronuncia yiddish e se cito a memoria, senza copiare.
C'è dunque quest'uomo poverissimo, il solito Moishele, che con moglie e una pletora di figli abita in una miserabile stamberga dove non c'è posto per nulla - e non sarebbe un problema, dato che non hanno nulla - ma soprattutto per nessuno: vivono tutti ammassati, tentando tuttavia di mantenere un certo decoro. Ma un giorno, il suocero muore: e dove può andare la suocera, rimasta sola, se non in casa della figlia? Tutti si stringono per fare posto alla suocera, e altrettanto succede quando il destino vuole che debbano accoglire anche una nipote rimasta orfana. 
La casa scoppia, non ci sono nè sedie nè letti per tutti, e quando tutti sono dentro casa alcuni devono stare in piedi, che neppure sul pavimento ci sarebbe posto se volessero sedersi. 
Moishele, disperato, si rivolge al rabbino:"Cosa devo fare, o rabbino? Non è più una casa, quella, non ci possiamo più stare in quelle condizioni!" "Compra una capra" consiglia molto serio il rabbino. "Una capra??? E dove io metto una capra??? Sei impazzito, rabbino? " " Tu dà retta, tu porta a casa la capra e presto mi ringrazierai. " 
Il pover'uomo si rassegna e compra una capra: molto magra, ma pur sempre capra, che occupa il suo spazio in mezzo alla stanza principale e spinge pure se qualcuno le sta troppo addosso. Dopo un mese di quella vita, l'uomo torna dal rabbino, quasi piangendo:"Rabbino, dimmelo tu cosa devo fare... io ho comprato la capra, la capra vive con noi, ma noi non viviamo più. Non solo lei occupa spazio, ma puzza e mangia tutto, anche le tovaglia del sabato, quella miscredente! Rabbino, rabbino, come posso vivere così?" "Hai ragione, sai - riflette il rabbino - dovresti prorprio vendere quella capra... " L'uomo non se lo fa dire due volte, corre a casa, acchiappa la capra e la porta al mercato, vendendola ovviamente per pochissimo purchè subito.
Dopo un paio di mesi, l'uomo e il rabbino si incontrano: "Ohi, Moisehle! Come va?" chiede il rabbino.
"Rabbinuccio mio, che stupendo consiglio mi hai dato: da quando non c'è più la capra, sapessi come stiamo bene a casa.... Ah, che spazio, come stiamo tutti belli larghi...! Grazie, rabbino, davvero grazie!"

Ecco, anch'io oggi sono riuscita a cacciar via la capra, e non mi par vero di stare così bene...

sabato, marzo 12, 2011

URGH

Come sempre, di fronte alle grandi tragedie, per un blogger la scelta di tacere è discutibile, quella di parlar d'altro ancora di più. Chapeau ai giapponesi tutti, comunque, per il sangue freddo e la gestione di un avvenimento che nei filmati ci sembra un effetto speciale, tanto è oltre la portata di ciò che pensiamo possa accadere veramente. In Friuli, all'epoca, avevo sentito una scossa di terremoto che ha aperto l'asfalto: la macchina su cui ero è sbandata di colpo, ci siamo fermati e nella strada, davanti a noi, si era aperta una crepa, più o meno come quella che compare a volte nei muri di una casa. Nella mente, stamattina, ho fatto il confronto con le scosse che hanno aperto voragini, in Giappone.  E niente  si può dire utilmente, al riguardo. 
Così, forse per un bisogno di cose dolci e carine, vi posto questo video di una dolcissima cantante cilena, Charo Cofrè: credo che faccia parte di una serie di canzoni/video realizzate per i bambini, e sarebbe bello se la mia lettrice che sa lo spagnolo ci raccontasse qualcosa di più, o ci traducesse bene il testo di questa favoletta ironica.

martedì, febbraio 22, 2011

SI STA COME D'AUTUNNO ECC.



 Stanchezza cosmica, questa sera, e non è il caso di affrontare uno dei tanti temi serissimi che girano per l'aere, dall'angosciosa repressione della rivolta libica (che dimostra quanto sia pericoloso sottovalutare la pazzia quand'anche appaia folcloristica e clownesca), all'appello per far fermare il Parlamento fino ad ottenere le dimissioni dello psiconano. Anche la storia minima scarseggia, che il personale sarà sempre politico ma a volte è noioso lo stesso, e quindi eccovi un po' di Animalia, di quelle che piacciono a me: pescate non so più dove, meritano un'altra occhiata anche se magari le avete già viste. E non vi lesino neppure la morale, manco fossi Fedro o La Fontaine.


 
 

domenica, gennaio 02, 2011

OTTIME RAGIONI

Il mio medico dice che dovrei camminare un'ora al giorno. Munari, nel senso di Bruno, insegna a mandare agli amici cartoline taroccate con l'acetone (vd. nota 1). E' difficile taroccare con l'acetone le fotografie digitali (vd nota 2) e quindi il proponimento del 2 dell'anno (vedi nota 3) è semplicemente quello di postare  una foto (vd nota 4) al giorno. Prima o poi l'acetone arriva.


 Le monde au contraire, il mare dentro la finestra




Sono entrambi un po' malconci, ma ce l'ha fatta, a salvare il suo piccolo

la lente magica...





















- nota 1: E' uno dei deliziosissimi libretti che si trovano, pies, alla Città del Sole, il negozio di giocattoli, pronti per essere comprati e collezionati: questo si chiama "Saluti e baci" e fa venire voglia di concedersi lunghe vacanze noiose in un qualhe paesino dove sia arrivato ben poco del mondo d'oggi. Così da sedersi lì sul muretto, con la bottiglietta dell'acetone, un batuffolo di ovatta e un mazzetto di cartoline comprate dal tabaccaio: e sentire, la sera, che la giornata è stata produttiva e divertente.

- nota 2: In assoluto sarebbe più facile taroccarle, se si avesse un programma con qualcuna di più delle tre funzioni fondamentali, ma non si ha. per ora

- nota 3: mai capita questa storia dei proponimenti del primo dell'anno, l'unico giorno fra tutti in cui si ha il diritto e il dovere di essere rincoglioniti: sfido che poi non si mantengono...

- nota 4: o più

Nota 5: cari lettori che intanto vi rifaccio gli auguri e vi ringrazio che siete venuti a cercare il mio blog anche durante le (sacro)sante festività, vi è andata bene che mi è venuto in mente di copiare il primo Terry Pratchett, che ha la passione delle note a piè di pagina. C'è di peggio, che Wodehouse una volta ha scritto un libro tutto abbreviazioni. Così, senza una ragione al mondo: cosa che di per sè è spesso un'ottima ragione.

domenica, giugno 20, 2010

CHI NON CERCA TROVA


Di traccia in traccia, cercando altro, sono finita prima sulla bellissima versione della Nuova Compagnia di Canto Popolare de La Palummella, un antico canto di libertà che fu proibito ma che il popolo continuò a cantare a bocca chiusa - e quello l'ho messo sul facciabuco - e poi su questa bellissima descrizione del mercato. 'Sendo che nella mia vita ho scritto anche una"Guida ai mercati" mi son mangiata le mani di non aver conosciuto la canzone all'epoca, tante sono le "voci" affascinanti che compaiono in questo testo. Chi vende (e compra) capelli, chi offre la testa del polpo o il veleno per gli scarafaggi,e chi salmodia la richiesta di elemosina. Non tutte, però, sono comprensibili a noi polentoni: ci sarà qualcuno che vuole scrivere nei commenti la tradu e la spiega?

martedì, novembre 10, 2009

INTERMEZZO POETICO

L'avevo trascritta, poi riposta, poi persa e infine ritrovata, e di nuovo persa. ora spunta fuori dal mucchio cartaceo che va scemando dalla scrivania e la copio qui, come volevo fare fin dall'inizio.
Viene dallo spettacolo "I giorni cantati" di cui si parlò già, e se non ricordo male è un madrigale còrso di qualche secolo fa, raccolto da Xavier Rebut.
Io lo trovo di una dolcezza naif infinita.



Eravamu in campu

Dill'amore traiti
Dove tra i fiori
Cercammu più bello
E io senteva
Un falsu gridu
Che mi sembrava
Che fussi un aucello.

giovedì, agosto 20, 2009

SASSO, CARTA, FORBICE


Questa estate ci ha qualcosa che non va nei giorni, che tutti hanno scoperto che in fondo non avevano poi tutto questo tempo come gli pareva di avere e non sono pochi quelli che hanno cambiato programma. Così è un'estate che sembra che non ce n'è nessuno e invece non è vero mai, c'è il turn-over: anche qui nel barrio alto, che un sacco di gente non va via e ti dici ah, ma allora la Crisi arriva davvero, neh?
Anche le vacanze dell'uomobarbuto e mie sono, finora, vacanze casalinghe, come quelle di Paperino con la palma finta epperò, strano ma vero, l'estate è ricca comunque di scoperte.


La biblioteca, in primis. Da cui, come Sally Brown, ero terrorizzata: e invece ho scoperto che ci sono amabili impiegate - di quelle che fanno la maglia e ti sorridono dietro gli occhiali, anche se non hanno nè la maglia nè gli occhiali - che ti fanno la tessera in quattro e quattro otto e ti consigliano anche su come sfruttarla al meglio.

Così, seconda scoperta, lì ho subito trovato un film d'eccezione: si chiama "Napoletani a Milano" e dovrebbe essere mandato nella scuole per rispondere ai deliri dei leghisti. Protagonista e sceneggiatore è Eduardo De Filippo che, pur non essendo del tutto a suo agio col cinema, riesce a sfatare i pregiudizi sui terroni ma anche quelli sui milanesi: nel film ognuno parla il suo dialetto (stretto, anche) e anche quest'ultimo diventa elemento di unione, non di divisione. Che allora - era il '53 - a parlare italiano erano solo i sciuri. Non vi dico altro, se non che il film è da vedere - gratis, si può tenere una settimana - per farsi venire la nostaglia. E anche per imparare come costruire una bella storia - didattica, forse retorica, ma bella.

Ma non sono stata chiusa qui a leggere e vedere film, nonnò: che dopo soli otto anni ho scoperto che a qualche metro da casa mia c'è una bellissima spiaggetta degli sfigati multietnici, ovvero l'unico rettangolo di spiaggia libera in mezzo agli stabilimenti appunto dei sciuri. Ci si va senza formalità, verso le sei, e si guardano i turisti squattrinati (chissà come ci arrivano, lì, che dalla strada non si vede...), il lettore del Manifesto con la maglietta in testa in quanto privo di cappello, il vù cumprà che poggia i suoi sacchi e gioca a carte con l'amico siciliano, la famiglia albanese coi bambini magri magri, la ragazza russa col solito fidanzato d'età. Vuoi mettere con i discorsi di pastasciutte e costumi sotto gli ombrelloni a pagamento? L'acqua è pulita, la spiaggia, ahimè, piena di enormi sassi: ma per meno di 15 euro totali abbiamo comprato delle bellissime scarpine di gomma, quarta scoperta.


La quinta scoperta è di nuovo stanziale, un libro tutto rosa di easygiardinaggio che si chiama "Smalto, rossetto e pollice verde".
Di quelli che mi piacerebbe che mi intervistassero con la classica domanda "il suo libro per l'estate?" solo per potergli dire questo qui in mezzo alle "riletture di Goethe" e alla "riscoperta di Gide". No, ecco, non consiglio di comprarlo, che costa ben 17,50 euri, solo per divertirvi a leggerlo come ho fatto io, che amo follemente i manuali: ma se pensate di allevare delle piante prendetelo sì, eviterete un sacco di errori. E in più imparerete a fare un bel bouquet, le caramelle fondenti, i centrotavola più semplici del mondo e insomma tutte quelle cose utili della vita.


E per questo post basta, ma altre scoperte verranno rivelate man mano.

Ah, no, chè c'è stata anche la scoperta tragica: i ranocchi della Calamity si sono rivelati una specie in via di estinzione, i miei sono gli ultimi esistenti al mondo. Dubito che si riproducano - anche perchè penso siano tutti maschi - e quindi... toccherà seguire altre avventure, già.

mercoledì, maggio 06, 2009

ROSA ROSAE


Ci sono giornate che di colpo diventano belle giornate. Nonostante, è ovvio, ma ciò non toglie. Non toglie nulla, per esempio, ai colori stupendi delle più strane e belle varietà di rose nel roseto di Nervi, ai Parchi: che non è ancora in piena fioritura ma quasi, ed è stupendamente fitto di boccioli. E ci sono due archi coperti di fiori, e la serra misteriosa che la pianta del frutto della passione finirà per ricoprire del tutto, e l'angolino del pensionato con qualche cespo di rosa e qualche panchina protetta dalla tramontana, e i tavoli sotto le tettoie tipo chalet.
E poi gli scoiattoli, i prati, la passeggiata a mare. Io ci ho messo anche il mio ricordo dei punti a strapiombo sulla scogliera dove mio padre ci portava, me e mio fratello, a farci bagnare da capo a piedi dalle onde, quando c'era mareggiata, ma tutto il resto è per tutti.
Così mi è venuta quest'idea che domenica potremmo fare un pic-nic laggiù, magari perfino a tema: un Pic-Nic Rosa? O un Happy Flower? Pensiamoci, orsù.

sabato, gennaio 24, 2009

ENERGIE


Un commento di Stakanov sulla lombardità, quella che ti entra dentro e che a dispetto di ogni convinzione ti vuole produttivo ( e non per i soldi, come è facile pensare, ma perchè è un valore di per sè), mi fa venire in mente un nanetto che io avevo raccontato al KGgB così adesso che io l'avevo dimenticato lei ha potuto ricordarmelo.
E' l'origine del detto milanese "Sant'Ambreus, andèm!", usato per dire "dài, sbrigati, sbrighiamoci": non so quanto sia ancora usato, ma viene fuori dalla corruzione di "Sant'Ambrogio ad nemus", cioè nel bosco, nome di un parrocchia e un tempo anche di un ordine religioso, poi soppresso.
Ad nemus, Andèm: ci sta, ma forse solo ai milanesi poteva venire in mente di trasformare il nome di un luogo sacro in un'esortazione a fare in fretta, che pare rivolta allo stesso santo.

E così, pensando ai santi, mi è venuto in mente il mio pantheon, ancora cresciuto da quando ne parlai.
Ne vedete un po' nella foto: un gufino di stoffa, un cuore di panno, un bambingesùdipraga tutto viola e il Gufo simbolo di questo anno appena iniziato. Dall'amica che fa cornici c'è anche un Angelo dei libri, e appesa al muro dello studio c'è la "Strega al salto" con la bella faccia allegra, ma su uno scaffale c'è anche una bottiglietta di acqua di lourdes. Mi dicono poi che un tot di clochard hanno, su invito preciso, pregato per me, e non ho dubbi che l'avrà fatto, come da promessa, anche la cattolicissima e tosta Maria cilena, che ha fatto una rapida apparizione per qui e ci siamo subito state simpatiche.
Non necessariamente i simboli religiosi sono giunti da persone religiose, chè ognuno ha seguito l'impulso del momento, la propria inclinazione estemporanea o radicata, oppure ha giustappunto accolto un invito.

Però, ora che un po' di ottimismo pare giustificato, o che come minimo ci si gode il momento in cui le cose sono migliorate chè "quello che succede solo agli altri" è stato bastonato a dovere e ne mostra i segni... ecco, io penso a tutte queste energie positive che sono state indirizzate su di me e, come ho già detto, mi sembra del tutto irrilevante che prendano la forma di una bottiglia d'acqua, di una candela accesa, di una telefonata o di un sms, di un incoraggio sul blog o di una frase su facciabuco.
Amuleti a forma di gufo, manufatti di amici, opere di artisti o di bravi artigiani sembrano, sono, ciò che da sempre mi corrisponde: ma, a pensarci, un flusso di preghiere di clochards sarà - da qualche parte - una presenza ben adatta a una "divergente" come me, non vi pare?

Così, continuo ad apprezzare profondamente questi segni tutti - quelli tangibili e quelli meno visibili - di interesse per me, di affetto e, fondamentalmente, della grande capacità di solidarietà del genere umano, troppo spesso negata e dimenticata.

Non mi piace pensare in termini guerreschi, ma insomma forse non c'è un modo diverso di esprimere il concetto: una battaglia, la prima, è stata vinta, e momento per momento ho saputo di non essere sola a combatterla.
E credo che ciò abbia la sua buona parte nei notevoli risultati delle cure, perchè so che ha una grande parte in come mi sento io: meglio, ed è già una bella parola.

lunedì, dicembre 01, 2008

COL CAVOLO!


Vero che sembra il RibollirDeiTini? E invece è il fantastico bagno fitoterapeutico, che abbiamo scoperto diventare - se fatto con cavolo rosso tritato - di un fantastico bordeaux che man mano sfuma nel blu. Il rischio di uscirne Puffi era concreto, ma io e l'uomobarbuto l'abbiamo affrontato coraggiosamente - soprattutto lui, che tutto il resto del Grande Puffo, a parte colore, coda e atavica saggezza, ce l'ha già - e ce lo siamo goduto. Chè, lungi dal sembrare brodo primordiale, il bagno nel cavolo è davvero piacevole: l'odore è leggermente solforoso all'inizio, ma di gran lunga meno che alle terme, e in ogni caso qualche goccia di olio essenziale a piacere lo elimina, e la consistenza è quella del Mar Morto, ma più morbida. Insomma, non sembra di stare in una minestra, anzi. La pelle ne esce bene, idratata al punto giusto; l'effetto disintossicante, è ovvio, non si può valutare, ma ci si fida. La nota dolente è stata la stessa di molti dei prodotti Lush, per esempio le balls coi brillantini. Perchè se nelle definizioni della Settimana Enigmistica trovate "il contrario di glabro" è lui, è l'uomobarbuto. Che, appunto, in passato aveva già avuto qualche difficoltà nelle docce della palestra, chè vai a spiegare che i brillantini erano il risultato di un bagno con la sua legittima moglie e non tentativi di omoseduzione ... Be', col cavolo non corre lo stesso rischio, ma sta di fatto che lasciati liberi, i pezzetti di cavolo rosso si sono sparsi ovunque fra il suo fitto vello, cammuffandosi da macchioline della pelle o nei. Gli ci sono volute due docce, dopo il bagno: che i lettori villosi, se ce n'è, lo sappiano. E' stata una bella esperienza, sissì, non vediamo l'ora di provare i miscugli con le carote, con la menta, con la limoncina...tutti chiusi in un bel sacchetto di tela, magari.

domenica, novembre 16, 2008

PAROLE SANTE


Dire le cose giuste è quasi sempre difficile. Dire le cose giuste nel modo giusto è essere intelligenti. Dire le cose giuste nel modo giusto, ma nel momento "sbagliato" è avere coraggio.
Questo fa Ascanio Celestini, e io ho sempre ammirato quel particolare tipo di coraggio: quello di chi, da solo su un palco, non ha paura di dire - oggi - "la rivoluzione non è un pranzo di gala". Riuscendo a dirlo senza retorica e senza sciocchi rimpianti, con quel tanto di ironia e amarezza che fanno sì che il colpo arrivi a fondo, dove deve arrivare. A ricordarci che il momento è brutto e forse peggio, ma che ci siamo: anche se siamo in teatro e non in piazza, come ha detto lui stesso ascanio.
Raccontare lo spettacolo è ovviamente impossibile: le storie di celestini sfiorano il surreale e rimangono in bilico sull'assurdo finchè non tornano bruscamente a terra e lui, con i suoi piedi tenuti storti e il suo pizzetto sempre più strambo, è bravissimo ad affidare tutto alla voce, al racconto.
Immobile dietro il leggio, con quell'uso fantastico della ripetizione, del tormentone, degli incisi a cui riesce a dare l'esatto valore, a me fa sempre venire in mente un personaggio medioevale: un menestrello fra i più sfigati, che come apre bocca conquista l'intera corte.
E che infine, sorridendo appena, si avvia verso l'uscita ripetendo che il re è nudo e la tigre è di carta: e al suo passaggio molti nascondono il piatto di lenticchie dietro la schiena.

martedì, luglio 29, 2008

SI TORNA


Che mi piaceva di fare una bella recensionciona, tanto il concerto è stato grande e l'uomo ancor più, nella sua gentilezza e bravura.
Ma forse sarebbe stata inutile, chè le emozioni non si possono raccontare e il resto sarebbe stato colore. Dalla pessima organizzazione dei biglietti, che ha fatto rumoreggiare il pubblico metà fuori e metà dentro fino alla terza canzone, a questa band che si avvia decisamente alla terza età con mani e fiati da virtuosi, facce patibolari e giacca e cravatta completata da vari gradi e modi di sformare un borsalino.

E a questo punto, però, non si riesce a non raccontare di come lui, Leonard Cohen, costruisca tutto attorno al proprio, di borsalino: che si toglie per ringraziare, per cantare in ginocchio, per portarselo sul cuore, scoprendo la testa bianca con gesti da antico aristrocratico.

Accenna qualche movimento di danza con quella rigidità tutta ebraica in cui le gambe paiono disarticolate, ma nel suo caso l'ebraismo è passato attraverso il buddismo e il buddismo attraverso l'autoironia, e si vede.
Una ventina d'anni fa, a Milano, non ancora il mito di oggi, la sua presenza sul palco era severa, la coscienza di sè visibile. Se sia stato il prendersi cura del suo maestro Roshi o
semplicemente lo scorrere del tempo ad ammorbidire questo "grande del '900" come lo ha definito l'amica Triz, non so: ma l'impressione che dà è quella di voler sfuggire per primo al proprio mito. Come già diceva moltissimi anni fa, dopotutto "in Canada, un poeta è qualcuno che si invita in tivù per far ridere". Ora sembra aver compiuto il giro attorno a quella frase, e sembra provare a guardarsi da solo in quella luce, pur sapendo che lui l'ha smentita del tutto.
Ecco, forse fin qui si può raccontare, ma oltre... come rendere l'effetto dal vivo della canzone multiorgasmica fra i canti sacri, Hallelujah, o la tenerezza del gioco di sguardi con la vocalist di sempre, Sharon Robinson, o come piglia al cuore la "solita" Suzanne?

Impossibile, già. Contentatevi delle foto impressioniste.

lunedì, luglio 21, 2008

VACANZE!



PRIMA DELLA CONTA













E DOPO LA CONTA, ESEGUITA IN COLLETTIVO COME DA TRADIZIONE.

ORA NON RESTA CHE PORTARLI A QUALCUNO DI PAZIENTE E FIDUCIOSO.

E AGGIUNGERNE UN CONGRUO TOT.


(mica potevate crederci così previdenti da averli tutti nel salvadanaio, no? )

domenica, aprile 20, 2008

HAPPY BIRTHDAY TO ME


C'è questo compleanno il 25 di cui vado orgogliosa manco fosse merito mio e che spesso è festeggiato in piazza, in corteo. Quest'anno non farà eccezione, e speriamo che la manifestazione nella "città più democratica d'Italia" come l'ha definita il suo sindaco - e che culo, noi che siamo qui a vergognarci di quei voti operai andati alla Lega, ma almeno - non sia troppo, troppo istituzionale, pur con il napolitano che viene e che va.
Epperò, dopo, e qui vi volevo o voi lettori vicini, si va a cercare tutti insieme un ricco aperitivo e poi una cena all'uopo approntata, forse al circolo Zenzero o comunque in un posto dove sian gradite le chitarre chè qualcuno le porta, vero brother?
E quindi: chi viene?