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domenica, gennaio 01, 2012

2012

Sul, sotto, intorno, al mio comodino campeggiano quelle letture che qualche tempo fa sarebbero state esaurite: poco o tanto metodicamente, ma in ogni caso smaltite. Di "Breve storia della vita privata" - andatevi a cercare i riferimenti giusti, neh?, che io non ci ho pazienza - di Bill Bryson, ed. Guanda, si può dire che sarebbe un libro bellissimo per chi ha già letto e sa già tutto in tema di evoluzione della vita domestica, mentre rischia di essere  un libro bruttissimo per chi ha già letto e sa già tutto della vita domestica. Bryson mette insieme un sacco di notizie, ricavate per lo più da fonti librarie via via pubblicate negli anni, con gusto delle curiosità e di quelle che un tempo si chiamavano "spigolature", microstoria ancor più frammentata fino a ridursi a piacevole o anche raccapricciante argomento di conversazione. Poi c'è " Verdure", 500 ricette di Emilia Valli, ed. Newton Compton, con dentro qualche segnalibro: la ricetta con le verze non è tanto buona, mentre la torta dolce alla passata di pomodoro e nocciole è favolosa. Indovinate cosa ho in casa? Esatto, verze.  Toccherà aggiungere altri segnalibri, sempre che qualcuno abbia voglia di cucinare, chè io mica tanto. 
Poi c'è "Elizabeth a Rugen", ed. Guanda, della contessa Von Arnim: assai prolifica scrittrice a cavallo tra '800 e '900, raccontò con perfida ironia la vita matrimoniale teutonica dei primi anni del secolo scorso, le delizie di un giardino selvaggio e anche storie drammatiche senza scadere nella retorica strappalacrime

E, proprio prima che la pila crolli, ecco la Natalia Aspesi raccogliere per noi i suoi giustamente famosi pezzi di costume con il titolo di "Festival e funerali" e, vicino, un bel librotto trovato sulle bancarelle un po' di tempo fa, che fa venir fame solo a guardarlo, i " 100 piatti etnici". 
Non che i due libri c'entrino l'uno con l'altro, così come ognuno non c'entra con nessuno degli altri o quasi, ma scommetto che a questo punto vi  piacerebbe sapere com'è andata a finire a Capodanno, ah-ah.
E' finita a Fondue bourguignonne - doppia, chè c'era anche quella di cioccolato fondente - senza nessun bisogno di ricette nè di libri, l'importante era sedersi a tavola e non alzarsi se non per effettive  necessità.  
Ed ecco arrivato il nuovo anno, fra risate, disegni orribili e morbidi pettegolezzi.

mercoledì, novembre 23, 2011

NON C'E' MIGLIOR SORDO

E va bene, mi arrendo di fronte all'obnubilamento di questo periodo, ma ho ugualmente voglia di scrivere e perciò rubo una storia non mia. Anche se, pensaùnpo, risale "solamente" al 1960, che è l'anno di stampa del libro - il "Nuovo segretario degli amanti", un manuale di corrispondenza amorosa, come si usavano ancora per aiutare chi non sapeva mettere insieme due righe senza sentirsi profondamente ignorante e, soprattutto, di ciò si vergognava.

Protagonisti della storia sono Tipo e Tipa, in questa attuale versione. 
Tipa scrive infatti a Tipo che lui le garba e che si è consultata con i genitori, i quali non hanno ricevuto che buoni reports: dunque, che aspetta, a fare la sua proposta, "dal momento che ho notato la vostra assiduità nel seguirmi" ?
Risposta di Tipo: "Signorina, sono innamorato cotto di voi e bisogna che ve lo dica: sono abituato a dir tutto francamente e ad andare dritto al mio scopo. Volete accettare e dividere l'amor mio? Un sì mi farà volare in capo al mondo."
" Cavolo! Dici davvero, Tipo?"  Ecco, Tipa non dice proprio così, ma un crescendo di bigliettini ci fa arrivare a quello in cui Tipo arriva al punto:  Ci siamo visti troppo poco perchè io mi decida a farle la proposta di matrimonio, Signorina, dal momento che non ci siamo mai parlati" .  
Anni 1960, vorrei ricordare, casa editrice Bietti di Milano.
Tipa, piccata, risponde che lei non ha nulla in contrario ad incontrare più seriamente Tipo, e con questo ogni lettore dell'epoca capisce che Tipa desidera il classico incontro davanti ai genitori (di lei, ovviamente), ma Tipo risponde picche.  Lui proprio non gli piace parlare se c'è qualcuno che ascolta, neh? Invoca il diritto di privacy con toni decisi e Tipa capisce che non è il caso di traccheggiare: "non dovrei, ma siccome sono curiosa assai di conoscervi (dovete essere un bell'originale) "  lo avverte - ma, attenzione, specificando che non è un appuntamento -  che la sera dopo sarà ai giardini dalle otto alle dieci "con una mia parente, molto sorda".
Tipo, in risposta:"Dio vi benedica, e benedica la vostra sorda parente che non udrà le nostre parole. Grazie infinite, tesoro mio; verrò ad offrirvi in persona il mio amore e tutto me stesso."
Considerazioni morali, politiche, etniche, culturali e sentimentali si possono sprecare su questa piccola storia di mezzo secolo fa: ma anche senza volerne fare un emblema che sarebbe fuor di misura, qualche pensierino  ce lo possiamo fare su, ogni tanto. Ma possiamo anche solo sorridere al pensiero di quella povera parente sorda utilizzata spesso, evidentemente, come invidiato chaperon.

giovedì, settembre 08, 2011

LE ZUPPE DI JANINA

"Il 1.10.1996 Janina Turek, madre di tre figli, pranzò con una zuppa di funghi e pastina, spezzatino con contorno di patate e barbabietole rosse stufate e uva per dessert. Anche quarant'anni prima, il 19.02.1956, aveva consumato un pranzo semplice: una salsiccia calda con senape dolce, pane, composta di mele, un pezzo di cioccolato e torta di noci e frutta secca.
Il 21.03.1973 ricevette due telefonate mute
Il 21.o6.1976 trovò per strada un paio di calzini elasticizzati da bambino non usati; 
Il 15.08.1981 cedette al figlio i suoi tagliandi di razionamento per la carne."

Questo l'incipit di "Reality", il racconto che dà il nome alla piccola raccolta di racconti di Marius Szczygiel - ogni promessa è debito - pubblicato dalla carina editrice Nottetempo con il contributo  del programma Poland per la traduzione.  E approfitto dell'assenza della capra per iniziare questo post che non so dove mi porterà.

Perchè il racconto prosegue con molte annotazioni dello stesso tipo tipo - attenzione allo spoiler, neh? -  che si allargano a comprendere categorie come "persone viste di sfuggita"e "regali (fatti e ricevuti, di qualsiasi genere)", ma anche "eventi mondani", in cui un caffè con la panna mangiato in passeggiata conta esattamente come il passaggio di Fidel Castro ammirato dal mezzo di un'aiola di fiori.
Tutte queste annotazioni, talmente neutrali da registrare le visite dei figli con il loro nome e cognome senza alcun dato accessorio, vengono scoperte dalla figlia alla morte della donna, registrate con cura su quasi 800 quaderni chiusi in un armadio: dietro di loro, completamente ignorata se non nel caso raro e improbabile  in cui  tocchi direttamente Janina, scorre la vita della Polonia  dal 1943 al 2000. 
Non sono certo anni privi di avvenimenti, ma le cartoline registrano quanti zloty sono stati dati come offerta alla messa prima di smettere di andare in chiesa, o il film visto il giorno della morte di Stalin ("Fanfan laTulipe") senza che l'evento storico compaia nel quaderno, così come non compaiono le esecuzioni di massa naziste o la liberazione di Cracovia.
Dopo i quaderni, la figlia troverà anche un pacco di cartoline, mai spedite, su cui le annotazioni si fanno più intime, ma anche più partecipi della vita sociale e politica: ma i quaderni rimangono il luogo in cui Janina ha fissato la sua vita, con una serie di spilloni che ne immobilizzano la routine. Non prive di fascino, così come non lo sono le farfalle morte, pur a dispetto della contraddizione in termini e sentimenti.

E allora uno, dopo aver letto il racconto (che, vi assicuro è carino assai e lo sono anche gli altri, se non cercate l'azione) si chiede se poi, in fondo, non sia Janina da aver ragione: se non contino di più le visite fatte e ricevute, anche senza pretesa di descriverne affetti ed effetti, o i regali fatti ed avuti, anche senza pretesa di registrane importanza e peso emotivo, di... che so, un successo sul lavoro o un evento che sul momento ci pare eccezionale.  
Il primo, infatti, è probabile che abbia importanza solo per noi, e dunque perchè non metterlo sullo  stesso piano della cotoletta di pollo mangiata a pranzo? Il secondo rischia di essere assolutamente soggettivo comunque - la partecipazione a una manifestazione di cui tutti si scorderanno il giorno dopo - o soggettivo nella nostra incapacità di raccontarlo e farlo rivivere. 
Non è la stessa cosa, già: ma perchè? 
C'è qualcosa che appare disumano nella mera catalogazione dei nostri momenti di vita, senza che ne traspaia una partecipazione emotiva: eppure, non è l'unico modo per cercare di definirci, anche nella posterità, con assoluta precisione? Gli altri aggiungeranno quelle note che noi non riusciamo a sapere con certezza finchè siamo in vita ("era amabile generoso, gentile, cordiale, gli piaceva la bella vita..." o il contrario), ma saremo noi ad avere lasciato una traccia definita, una bava argentea ma indelebile di lumaca, dei nostri giorni e delle nostre azioni. 
Definendo tutto e non dicendo niente, ma togliendo alla posterità il potere di evidenziare solo aspetti della nostra vita scelti in modo totalmente arbitrario. 

Ecco, ve l'ho detto che non sapevo dove andavo a parare... ma a questo punto potete cominciare a porvi il problema voi, se vi va.

giovedì, febbraio 17, 2011

FOTO LETTERARIE


C'è "Questi cavalli americani conoscono le siepi come il palmo della loro mano", pronunciata da un fantino, ma c'è anche " Voi giornalisti continuate a scrivere bombardardamenti, bombardamenti, bombardamenti. Non sono bombardamenti. Sono supporti aerei", come da dichiarazione di un colonnello americano durante la guerra del Vietnam.
  
E c'è: "La protesta fisica vera e propria - andare in corteo con i cartelli - era reputata ridicola. Tranne che nel Giorno dell'Adunata, quando tutti uscivano in strada per feste in maschera, gare per lo striscione migliore, tiro alla fune di quartiere e barbecue gratuiti."

Qui invece ci sono i dati:"E'stato calcolato che da noi il costo medio annuo è 182 euro, contro i 161 della Germania, i 100 della Francia e i 40 ei 34 euro che servono per gestire annualmente un conto rispettivamente in  Gran Bretagna e in Olanda, beati loro." 


E anche qui: "In totale, sulla Cambogia vennero sganciate 2.756 tonnellate di bombe: una volta e mezzo quelle lanciate dagli alleati in tutta la Seconda Guerra Mondiale, comprese le atomiche su Hiroshima e Nagasaki. (...) Centottantatre bombe di Hiroshima in quattro anni, su un paese grande la metà della Svezia, due terzi dell'Italia." 


E poi:"Per tenere lontani i topi, si possono mettere feci secche di serpente negli angoli dei locali (fuori dalla portata dei bambini). Prendetene un po' in un rettilario o in negozio di animali domestici. "

 Quindi abbiamo: "Secondo la medicina cinese, il corpo ha oltre 360 punti di agopuntura, di cui più di 60 localizzati sulla pianta dei piedi. I cerotti da applicare in questa zona contengono una miscela di polveri minerali e argilla che aiuta a eliminare le tossine attraverso la pianta dei piedi, diminuendo il lavoro di fegato, reni e altri organi." 

E un grande: "Anche se l'obiettività è l'espressione più stupida della malafede, bisogna tentare di mettersi anche dalla parte di lui. Infilarsi nei suoi panni, o per meglio dire nella sua industriosa eppur fallimentare nudità: provare un minimo di comprensione, di solidarietà per questa persona (uomo, ma in fin dei conti anche persona) che ha deciso di affrontare l'impresa disperata: far godere una donna."

Ma anche: "Per la salsa al croccante, sciogliete la melassa, il burro e lo zucchero in un pentolino e fate sobbollire per tre minuti, mescolando fino a ottenere una miscela uniforme", preceduto fra l'altro da "Tagliate l'halloumi in cubetti di 2 cm di lato, infilateli in 4 spiedini di legno già bagnati nell'acqua e spennellateli con il condimento."  

E infine: "La gente dice apertamente che è un avventuriero e un truffatore. Nessuno finge di considerarlo un gentiluomo. Chiunque parli di lui sa che accumula denaro non commerciando onestamente ma con trucchi segreti, alla maniera di un baro. E' un individuo che non faremmo entrare in cucina e tanto meno accoglieremmo alla nostra tavola, in base ai suoi meriti. Ma siccome ha imparato l'arte di far denaro non soltanto lo tolleriamo ma ci appollaiamo sulla sua carcassa, come tanti uccelli da preda."

Eh, sì, oggi pioveva e pioveva e pioveva, così la passeggiata quotidiana si è svolta soprattutto dentro la libreria - provvista di scale, così che noi topi di biblioteca possiamo pensare di fare anche esercizio fisico.  Nel post avete perciò trovato le istantanee del bottino con cui siamo tornati a casa, una foto per ogni libro. 
Quale migliore fotografia della varietà umana, del resto, che quella offerta dal contenuto di una libreria?
(A proposito, se vi impegnate a non psicanalizzare le mie scelte e i miei collegamenti mentali, qui sotto vi dò i titoli dei libri da cui provengono le foto letterarie, nell'ordine:
"Panda non riesce ad accoppiarsi. E' ora il turno del veterinario." - Matteo Molinari
"Dopo il crash" - Fay Weldon
"Come risparmiare su tutto" - Vittorio Collini
"Il sorriso di Pol Pot" - Peter Froberg Ilding
"Pulizie lampo" - Lush, Fleming
"La dieta disintossicante in 48 ore" - Gill Paul
"Lui visto da lei" - Natalia Aspesi (d'epoca!)
"Facile e veloce"  - ricettario fotografico
"La vita oggi" - Anthony Trollope)




mercoledì, ottobre 13, 2010

VOLTA E RIVOLTA


Ieri sera, mentre fuori infuriava la guerriglia urbana - che, insomma, non è mai come la presentano le tv, ma bella cosa non è stata, e speriamo che metta in difficoltà Maroni, almeno -   e qui in cima alla Rocca impersava la tramontana infierendo sulla caldaia ancora da finir di sistemare, io volevo parlarvi di fiori e farfalline. 
Lo faccio oggi, che i serbi nazi ma babbaloni ("su, salite sul pullmann  che vi portiamo a casa", e trac in questura) non sono più in giro, ma la tramontana imperversa sempre e il Wwf, d'altro canto, ci ammonisce che quella Natura a cui facciamo riferimento è un bel pericolo per sei milioni di italiani se non ci sbrighiamo a trattarla meglio e con più considerazione.  Ma in sole sette righe ho già messo materiale per tre libri, quindi inizio dal comincio, che è il bell'incontro che c'è stato allo Zenzero ieri pomeriggio.  

L'occasione è stata il libro "Il capitale delle relazioni", edizioni Altraeconomia, che non ho ancora letto e che racconta 50 esperienze di economia alternativa. 
Relatori erano il Dario e la Giorgia degli Orti sinergici di Vesima, la Deborah Lucchetti dei vestiti "MadeInNo" nonchè presidente del Fair, Nando Della Chiesa (in quanto presidente di Libera, credo), Maurizio Gubbiotti di Legambiente e, naturalmente, l'editor del libro, Massimo Acanfora, che ha dato forma alle storie raccolte.
Fra tante cose  belle e intelligenti - e non è una formula - che sono state dette anche dal pubblico e che meritebbero molto più spazio di quanto un lettore di blog sia disposto a sopportare, c'è stata anche la questione del Tempo. 
Il tempo che ci vuole a far crescere i prodotti dell'orto, ha detto Dario. Il tempo necessario a far sì che l'orto sia un "bene di tutti", con il suo esempio, la difesa del territorio, le relazioni umane che vi si intrecciano intorno, ha detto Giorgia. Il tempo che non abbiamo, ha però obiettato Dalla Chiesa, e che ci ostacola nel proporre un' "altraeconomia" basata sui Gas, sul rispetto, sulle filiere corte e soprattutto sulle conoscenze e i rapporti personali. 
Un momento, ci ha detto dal pubblico una delle fondatrici del primo Gas genovese, il tempo che non abbiamo è solo quello che scegliamo di non avere, di non dedicare a noi stessi e alla nostra salute, è quello che dedichiamo a cose più futili per poi sentircene privi. L'altra economia, ha riflettuto con un bel salto teorico la Deborah, mette sul tappeto questioni non da poco correlate in primo luogo al tempo, per esempio ripropone le questioni di genere nel momento in cui mette l'accento su aspetti come la cura, il rispetto, la naturalità. O, per dirla efficacemente con una riflessione che la E. fece già tempo fa "... non vorrei che tutto questo biologico alla fin fine ci va nel culo a noi." Sottinteso donne.
Temi e problemi ancora senza soluzione, e son tanti: ma già il porseli è movimento, è resistenza a chi vorrebbe ricondurre  l'altra economia nel proficuo (per altri) alveo dell'economia solita.

E però c'era un particolare, direi poetico, che metteva d'accordo tutti:  bisogna tornare all'agricoltura, si diceva infatti partendo da più punti di vista. 
Non solo in senso proprio, per chi può e vuole fare il Contadino di Ritorno (una definizione carina, no?), ma anche tornare ai modi, ai tempi, alle logiche dell'agricoltura come ha da essere, cioè non quella industriale e spersonalizzata e avvelenata. L'agricoltura, l'orto, il coltivare come paradigma e metafora della vita e della società, è stato sottolineato: il concetto forse non è nuovo, ma ultimamente l'abbiamo ben ben perso per strada. 

E, insomma, già era carino che tante persone che fanno vite e hanno esperienze molto diverse fra loro  concordassero sul ruolo reale e simbolico dell'agricoltura, ma in più oggi ho trovato il video di questo tipo - del quale, confesso, non so nulla: qualcuno mi può illuminare? - che vale assolutamente la pena di vedere e ascoltare, come ho detto anche su FB.

Purtroppo, Blogger mi fa difficoltà sul video, quindi metto il link linkato, eccolo quai:

Parla di istruzione e di educazione: ne parla facendo ridere, gigioneggiando un po' e contemporaneamente dicendo cose molto profonde e intelligenti. Il che, trovo, è un ottimo metodo per far arrivare un messaggio:  il finale ( guardatelo tutto), non mi vergogno di dirlo, mi ha procurato un nodo proprio qui, alla gola. E lo cito qui perchè anche lui, to'! parla esattamente di agricoltura, da cui istruzione ed educazione dovranno prendere finalità e metodo.


I contadini, finora, sono stata la parte negletta dell'umanità: solo raramente hanno ricevuto la considerazione della Storia e ancor più raramente quella dei loro colleghi proletari. Eppure, ormai si potrebbe cominciare a riflettere che le uniche rivoluzioni, dopo quelle "borghesi", che ci sono state nel mondo sono state fatte da contadini, e non da operai come preconizzava Marx. Che il gran barbone si sia sbagliato?




lunedì, settembre 14, 2009

STUZZICA LA MENTE


Non so voi, ma a me capita che mentre sto parlando, o perfino ragionando de par mì, mi accorgo di essere arrivata a due concetti che mi sembrano entrambi giusti ma che fra loro sono inconciliabili: frustrante assai, no? Soprattutto quando si cerca di individuare una "via praticabile", sia essa nel privato o nel sociale, collettiva o personale.

Capita infatti, e neanche così di rado, di rendersi conto che i concetti che abbiamo in testa non funzionano più per leggere la realtà e che non sappiamo dove andare a pescarne altri, quali linee seguire per uscire da dicotomie che, è evidente, oggi ci possono portare a molti (altri) errori o, come minimo, all'incapacità di uscire dallo status quo.


Poi non è che uno non ci dorme la notte, a meno che la contraddizione non investa in pieno, pies, la sua vita sentimentale: ma forse, insomma, varrebbe anche la pena di non dormirci comunque o, almeno, di essere consci che un qualcosa, un qualcosa d'altro, è da trovare.

Così da poter riconoscere, in questo librettino che io sto trovando esaltante, appunto quello che vale la pena di cercare.
Il libretto è "Contro il niente", sottotitolo "abc dell'impegno". L'autore,
Miguel Benasayag è filosofo, psicanalista e compagnero, tanto compagnero da essere arrestato tre volte e torturato nell'Argentina del golpe. Si occupa anche, lo dico per la Nessie che magari però lo sa già, di infanzia e adolescenza.

Il librettino, una specie di bignami che va però ben ragionato durante la lettura, si apre con la parola "Agire" e già ci spiazza: l'iperattivismo, l'essere "attivi" o l'essere considerati persone "passive" sono tutte facce della stessa medaglia, di una concezione dell'agire che fa propri valori e concetti del neoliberismo ( e/ del capitalismo, ancora prima) e da lì parte per attribuire ruoli e scale di priorità.
"Agire significa manifestare qualcosa del proprio essere, della propria natura", invece, e ciò comporta molteplicità, condivisione, rischi: Benasayag non va a cadere nella banalità del predicare la solita realizzazione di sè stessi, e riesce invece a farci riflettere su cosa può significare davvero il manifestare la propria essenza, e cosa comporta sul piano sociale.

Sarebbe bello riuscire a fare una divulgazia nello stile del
brother, ma la delego a chi ha più tempo di me, nel caso: basti dire che Benasayag riesce nello spazio di qualche paginetta ad arrivare a linee di pensiero piuttosto sorprendenti, tanto per esempio da partire dal presupposto del manifestare la propria essenza per arrivare a citare, come conseguente, una frase che dice "La vita non è qualcosa di personale." Apparentemente inconciliabile, eppure.

Per quello che mi pare da ciò che ho letto finora, Benasayag può essere uno dei pochi in grado di fornirci una direzione per trovare le nostre personali chiavi di volta di un pensiero più aperto, più nuovo, più armonioso.
Tra le altre cose, per esempio, riesce a darci due dritte sul fraintendimento cui andiamo incontro quando ci accostiamo alla filosofia orientale e ci convinciamo, in positivo o in negativo, che essa proponga un allontanamento dalla realtà: mentre, sottolinea Benasayag, si tratta di un allontanamento dall'"accidente", da ciò che ci zimbella qua e là impedendoci una visione più completa ed armonica.

Ancora, il filosofo argentino ci dice bellissime cose sull'Amore e il Legame, che vanno distinti e che, distinti, permettono di provare minore sofferenza nei rapporti: forse questa è la voce che può sembrare immediatamente più interessante - ancorchè non onnicomprensiva, ovviamente - per i turbinii sentimentali di questo periodo della comune-ty e non solo.
Ma il riassunto del compendio sfiorerebbe davvero troppo la banalità: e dato sì che il libro costa meno di 10 euro, val la pena di comprarselo e ragionarci un po' su. Poi, se qualcuno lo fa davvero, a me piacerebbe anche (ri)parlarne, qui o altrove.

venerdì, gennaio 09, 2009

REGRESSIONE TEMPORALE


Da ben più giovane, una delle mie prime passioni culturali furono le fiabe nei loro aspetti antropologici: che detto così sembra una gran cosa, invece è che mi piaceva leggerle e poi sapere se per esempio esistevano uguali dall'altra parte del mondo, che la scarpetta di vetro era in origine di pelliccia, o magari che l'Oca si può ricollegare al culto della Dea Madre.

Un risultato di queste mie curiosità può essere che a una delle mie figlie piacciono (in senso profèscional) le fiabe e all'altra l'antropologia, cosa che mi è sembrata buffa quando l'ho realizzata. L'altro risultato è che ho bella biblioteca di fiabe da tutto il mondo, ma a Natale mi è arrivato in dono dall'uomobarbuto un bel volume che non avevo e che mi ha riportato a questa passione più giovanile.


Il libro è "Racconti di orchi, di fate e di streghe", a cura di Anna Buia e Marco Lavaggetto, ed. I Meridiani Mondadori.
Chè non so a voi, ma a me i tascabili e le edizioni sminfie piacciono perchè li leggi ovunque, ma questi tomi con le pagine di velina e due segnalibro a nastro danno una bella soddisfa, quando frusciano nel silenzio notturno.
E a parte ciò, la raccolta è davvero molto bella e molto dotta: è una raccolta di raccolte, che riporta le principali fiabe italiane raccolte da "autori", dal Cinquecento in poi . Il tutto con un apparato molto dotto e godibile su origine, diffusione, versioni di ogni fiaba, con i dovuti riferimenti a
Propp e Afanasiev.
E già, per esempio, se siete un po' fissati come me, troverete interessante sapere che Cenerentola è diffusa in tutto il mondo ma non in Africa, o vi piacerà leggere il musicale italiano cinquecentesco di Giovan Francesco Straparola, veneziano, di cui molte parole sono rimaste nel dialetto di Venezia.


Ma la cosa più bella che ho trovato finora è nella famosa raccolta di Gianbattista Basile, "Lo cunto de li cunti", a cui si fa risalire l'origine dell'interesse per la fiaba in quanto genere: scritta in napoletano antico, necessita di traduzione a fianco, ma con quell'aiuto è bellissima da leggere nella sua lingua originale, colorita e sonante.

Dentro c'è anche
La Gatta Cenerentola, messa in musica da De Simone con la Nuova Compagnia di Canto Popolare e portata in teatro in più versioni. Ma la Gatta Cenerentola di Basile non solo è quasi del tutto diversa sia dalla fiaba che ormai consideriamo "classica" della fanciulla maltrattata, ma anche da quella teatrale: la cenerentola di Basile di chiama Zezolla e addirittura uccide la prima matrigna. Anche se poi diventa vittima della seconda, conserva un notevole spirito di iniziativa e una certa furbizia, tanto per dire una delle principali differenze.
Quello che è piaciuto di più a me, però, è stato finalmente il capire almeno alcune frasi della Gatta Cenerentola cantata: il lavoro fatto da De Simone sulla fiaba, infatti, comprende l'intera opera di Basile e ne riprende linguaggio, le espressioni più o meno desuete, e l'efficace vezzo di ripetere un'aggettivazione (preferibilmente quando è un insulto) attraverso termini diversi, via via più coloriti.

Nell'opera teatrale queste ripetizioni diventano spesso crescendo comici, ma anche leggendo non è difficile immaginare un narratore - il mio Amicodelcuore, per dirne uno - che, con bell'accento partenopeo, legga per esempio: "Ora mo, essenno venuta la festa e sciute le figlie della maiestra tutte spampanate, sterliccate, 'mpallaccate, tutte zagarelle, campanelle e scartapelle, tutte shiure, adure, cose e rose (...) " Non è bellissimo?
Minimo, procuratevi La Gatta Cenerentola opera teatrale, se non l'avete mai vista nè sentita. Massimo, anche il libro dei Meridiani, o almeno Lo cunto de li Cunti.

mercoledì, maggio 28, 2008

GUFI DI BIBLIOTECA


Non è bellissimo? E' un assiolo, un gufo di piccole dimensioni, trovato per terra nel cortile di una scuola materna. ci dice il Corriere delle Alpi, e "salvato" da bambini e genitori. Che l'hanno rimesso su un ramo e via, non troppo felice della sua esperienza in mezzo agli umani, almeno a giudicare dalla faccia.

Notiziona, eh? Ma era troppo carino l'assiolo per non postarlo, chè qui coi gufi, si
sa, c'è tutta una simpatia.

E approfitto dei gufini per far tornare la colonna silenziosa di cui mi ero ovviamente dimenticata.
L'estate di San Martino, William D. Howells (ed. Fazi): va bene, solo a me può venire in mente di comprarlo, tanto più che sul risguardo c'è pure scritto, che l'autore era nato nel 1837. Voi lasciate stare, neh? che c'è una ragione (come minimo, ma son di più) se, nonostante abbia scritto una quarantina di romanzi e un sacco di altra roba, di Howells non ne sa più nulla nessuno.

La risata del '68, (ed. nottetempo): ecco, a questo invece i suoi otto euri dateglieli volentieri. Che mette insieme qualche paginetta di protagonisti di quegli anni, senza rigore nè scientificità nè altro nesso fra loro: ma proprio per quello la raccoltina che ne esce è fresca, spesso divertente e, soprattutto, in grado di restituirci almeno un pezzetto della straordinaria e allegramente confusa molteplicità di quel periodo.

Il mondo è un teatro, Bill Bryson (ed. Guanda). Bryson è un bravissimo scrittore di resoconti di viaggi, uno dei pochissimi che si lancino in descrizione comiche degli avvenimenti, e gioca soprattutto sulla propria autoironia. Non tutti i suoi libri sono allo stesso livello, anzi, e ce n'è anche uno insopportabilmente serio che si chiama Breve storia di (quasi) tutto: alla decima pagina l'ho restituito, mi è parso di una noia mortale. Insomma, a me Bryson mi ha sempre dato l'idea di uno che, avendo imbroccato una due-tre cose buone poi cerca di mantenere il proprio livello economico e la propria presenza senza andar troppo per il sottile. Magari mi sbaglio, però... Chè anche quest'ultimo titolo è davvero godibile fino a che si avverte il divertimento dello stesso Bryson, poi si comincia a pensare che qualche pagina in meno non avrebbe fatto male. Non che sia davvero noioso, no, è che sono 246 pagine per dire che di Shakespeare non si sa nulla di certo. Però, nel complesso, è un libro che si legge bene, pieno di notizie sul mondo in cui visse il Bardo e soprattutto sul teatro. Chi ne ha la passione non dovrebbe perderselo.

Avanti pop '68 , Riccardo Bertoncelli (ed Rizzoli, Bur). Citato da Guccini, mi si dice, è l'autore e il libro ha un cd allegato di canzoni politiche. Non io lo sto leggendo, come potrà immaginare chi mi conosce, ma l'uomobarbuto: e ogni tanto mi chiede se voglio sapere perchè Franco IV e Franco I si chiamavano così, oppure mi racconta della mitraglietta di Jimmy Fontana (giuro!) Insomma, ha le schede di sessantotto canzonette - senza offesa, neh? - ed è pieno di notizie assurde e totalmente inutili, una goduria per i veri appassionati. Anche se, diciamolo, il libro non manca di segnare un territorio generazionale: chè chi non gli scatta "col bene che ti voglio" alla parola "luglio" se lo gode un po' meno, già.