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mercoledì, ottobre 13, 2010

VOLTA E RIVOLTA


Ieri sera, mentre fuori infuriava la guerriglia urbana - che, insomma, non è mai come la presentano le tv, ma bella cosa non è stata, e speriamo che metta in difficoltà Maroni, almeno -   e qui in cima alla Rocca impersava la tramontana infierendo sulla caldaia ancora da finir di sistemare, io volevo parlarvi di fiori e farfalline. 
Lo faccio oggi, che i serbi nazi ma babbaloni ("su, salite sul pullmann  che vi portiamo a casa", e trac in questura) non sono più in giro, ma la tramontana imperversa sempre e il Wwf, d'altro canto, ci ammonisce che quella Natura a cui facciamo riferimento è un bel pericolo per sei milioni di italiani se non ci sbrighiamo a trattarla meglio e con più considerazione.  Ma in sole sette righe ho già messo materiale per tre libri, quindi inizio dal comincio, che è il bell'incontro che c'è stato allo Zenzero ieri pomeriggio.  

L'occasione è stata il libro "Il capitale delle relazioni", edizioni Altraeconomia, che non ho ancora letto e che racconta 50 esperienze di economia alternativa. 
Relatori erano il Dario e la Giorgia degli Orti sinergici di Vesima, la Deborah Lucchetti dei vestiti "MadeInNo" nonchè presidente del Fair, Nando Della Chiesa (in quanto presidente di Libera, credo), Maurizio Gubbiotti di Legambiente e, naturalmente, l'editor del libro, Massimo Acanfora, che ha dato forma alle storie raccolte.
Fra tante cose  belle e intelligenti - e non è una formula - che sono state dette anche dal pubblico e che meritebbero molto più spazio di quanto un lettore di blog sia disposto a sopportare, c'è stata anche la questione del Tempo. 
Il tempo che ci vuole a far crescere i prodotti dell'orto, ha detto Dario. Il tempo necessario a far sì che l'orto sia un "bene di tutti", con il suo esempio, la difesa del territorio, le relazioni umane che vi si intrecciano intorno, ha detto Giorgia. Il tempo che non abbiamo, ha però obiettato Dalla Chiesa, e che ci ostacola nel proporre un' "altraeconomia" basata sui Gas, sul rispetto, sulle filiere corte e soprattutto sulle conoscenze e i rapporti personali. 
Un momento, ci ha detto dal pubblico una delle fondatrici del primo Gas genovese, il tempo che non abbiamo è solo quello che scegliamo di non avere, di non dedicare a noi stessi e alla nostra salute, è quello che dedichiamo a cose più futili per poi sentircene privi. L'altra economia, ha riflettuto con un bel salto teorico la Deborah, mette sul tappeto questioni non da poco correlate in primo luogo al tempo, per esempio ripropone le questioni di genere nel momento in cui mette l'accento su aspetti come la cura, il rispetto, la naturalità. O, per dirla efficacemente con una riflessione che la E. fece già tempo fa "... non vorrei che tutto questo biologico alla fin fine ci va nel culo a noi." Sottinteso donne.
Temi e problemi ancora senza soluzione, e son tanti: ma già il porseli è movimento, è resistenza a chi vorrebbe ricondurre  l'altra economia nel proficuo (per altri) alveo dell'economia solita.

E però c'era un particolare, direi poetico, che metteva d'accordo tutti:  bisogna tornare all'agricoltura, si diceva infatti partendo da più punti di vista. 
Non solo in senso proprio, per chi può e vuole fare il Contadino di Ritorno (una definizione carina, no?), ma anche tornare ai modi, ai tempi, alle logiche dell'agricoltura come ha da essere, cioè non quella industriale e spersonalizzata e avvelenata. L'agricoltura, l'orto, il coltivare come paradigma e metafora della vita e della società, è stato sottolineato: il concetto forse non è nuovo, ma ultimamente l'abbiamo ben ben perso per strada. 

E, insomma, già era carino che tante persone che fanno vite e hanno esperienze molto diverse fra loro  concordassero sul ruolo reale e simbolico dell'agricoltura, ma in più oggi ho trovato il video di questo tipo - del quale, confesso, non so nulla: qualcuno mi può illuminare? - che vale assolutamente la pena di vedere e ascoltare, come ho detto anche su FB.

Purtroppo, Blogger mi fa difficoltà sul video, quindi metto il link linkato, eccolo quai:

Parla di istruzione e di educazione: ne parla facendo ridere, gigioneggiando un po' e contemporaneamente dicendo cose molto profonde e intelligenti. Il che, trovo, è un ottimo metodo per far arrivare un messaggio:  il finale ( guardatelo tutto), non mi vergogno di dirlo, mi ha procurato un nodo proprio qui, alla gola. E lo cito qui perchè anche lui, to'! parla esattamente di agricoltura, da cui istruzione ed educazione dovranno prendere finalità e metodo.


I contadini, finora, sono stata la parte negletta dell'umanità: solo raramente hanno ricevuto la considerazione della Storia e ancor più raramente quella dei loro colleghi proletari. Eppure, ormai si potrebbe cominciare a riflettere che le uniche rivoluzioni, dopo quelle "borghesi", che ci sono state nel mondo sono state fatte da contadini, e non da operai come preconizzava Marx. Che il gran barbone si sia sbagliato?




venerdì, settembre 17, 2010

LA COLLANA DEI GIORNI


La vita che vorrei.
La vita che vorrei non è mica complicata, me ne accorgo solo ora.
Mi basta, ho finalmente capito, una cosa bella al giorno. Hai detto niente, lo so. Non è poco, messa così.

Ma le cose belle sono tante, e quello che importa a me è che siano ogni giorno diverse: per esempio, la cosa bella di una di queste ultime giornate (era una giornata che ha visto ben più di una cosa bella, pensa che spreco...) è stato il tramonto.

Psichedelico e struggente, con le strisce di turchese a interrompere il contrasto di cielo rosa e oro e di nuvole nere. Un momento perfetto, al riparo dal vento già freddo su una panchina di pietra scaldata dal sole, io e l'uomobarbuto a parlare e guardare. Ora so che posso correre lì, su quella panchina, quando ho voglia di cielo e di colore, e lo farò.
Ma mi conosco troppo bene per farlo troppo spesso: la ripetizione, se non conforta, annoia. E me non mi conforta.

Me, mi frega la curiosità: e il decimo, fantastico tramonto so che mi sembrerà meno "bella cosa" di un maiale di plastica che si splaffa per terra e poi si riforma da sè (l'ho comprato alla nottebianca, già). O, più seriamente, di una chiacchierata inaspettata con un amico, o di una passeggiata che non facevo più da vent'anni, di un nuovo film dei Monty Python, di una serata imprevista con l'Amicodelcuore.

Sembra un po' la solita questione del bicchiere mezzo vuoto o mezzo pieno: ma il punto è che, per cominciare, un bicchiere ci ha da essere, no?
Se in una settimana ci sono stati, diciamo, cinque giorni con dentro una bella cosa che non mi aspettavo, ecco, quella per me è una "bella vita".
Non perfetta, non esaltante, non grandiosa: una
vita di piccole cose, infatti, ma lontana da quell' "accontentarsi di ciò che si ha" che non riesco a condividere, pur a volte invidiandolo come atteggiamento di vita.

E allora, più che l'ottimismo o il pessimismo, l'essere "già contenti così" - che d'altra parte sarebbe ormai pur vero, ma non basta lo stesso - o l'evitare ogni preoccupazione, ecco che sembra più sensato adoperarsi perchè, quasi ogni giorno, una cosa bella possa esserci.

Senza rimuovere o ignorare i problemi, senza negare l'insoddisfazione o le mete più importanti, senza rinnegare del tutto il quieto piacere della mente che per anni mi ha tenuto compagnia qui alla mia scrivania, ora penso che coltivare un angolino di gioia e di sorpresa - una specie di piccola perla in mezzo al molliccio della normalità - sia ... be', sia una cosa intelligente da fare.

Facile a dirsi, lo so. Ma sto scoprendo che è anche più facile a farsi di quanto non pensassi.
Ve lo dico così potrete ricordarmelo, quando il bicchiere si sarà nascosto da qualche parte, neh?

sabato, maggio 15, 2010

TRANCIO DI VITA


Quando conobbi l'uomo barbuto - no, anzi, io e lui ci conobbimo più volte nella vita, ma in questo caso mi riferisco esattamente alla conoscenza biblica - lui mi chiese: "dove ti piacerebbe andare?" e io risposi "Islanda". Lui mi guardò un po' stranito "Islanda? ah, oh, uhm... Cosa ne diresti di Parigi?" Andammo a Parigi e non ho mai capito che morale trarre dall'episodio, se non che forse avremmo dovuto prenderci più sul serio reciprocamente - be', saltava agli occhi che parigi non era esattamente un compromesso fra l'islanda e parigi, ma anche che io non gli avrei mai dato una risposta prevedibile.
Oltretutto, non me ne sono mai dimenticata: c'è stato un periodo, però, che la gente diceva "ah, l'islanda... bof, non c'è mica un granchè da vedere, è tutto scomodo, tutto caro..." e allora mi ero messa un po' il cuore in pace. Adesso il vulcano ha ridato emozione al freddo Nord e gli islandesi si sono impoveriti - sono stati i primi colpiti dalla crisi e hanno fatto perfino manifestazioni: dai filmati si capisce facilmente che sono arrivati perfino a gridare "Maleducati!" agli agenti che cercavano di contenere la folla pazzesca, circa cinquanta persone.
E, insomma, che reportage e fotografie sono tornati a magnificare l'Islanda, guardate qui, e si parla di andarci in traghetto, cosa che a noi gente di lago ci piace sempre un sacco. C'è qualche piccolo problema di budget, come già ai tempi di cui si parlava, ma ciò non mi impedisce di pensare a questo viaggio sempre rimandato. Pensare è gratis, anche in tempi di crisi.

lunedì, novembre 02, 2009

LA DONNA E IL MOBILE


Domenica di baratto a casa dell'amica Paola, all'insegna della socializzare il cambio di stagione. Come ha sintetizzato una della partecipanti, il motivo del cambio era riassumibile per tutte nella parola "dimensioni", e ci hanno perciò guadagnato le quasi teen presenti.
Ma insomma anche noi over qualcosa abbiamo trovato, e poi si chiacchiera, si mangia e si beve e si vengono a sapere cose interessanti.
Come, ad esempio, che la figlia dell'amica Paola inventa e cuce bellissimi vestiti e accessori partendo da capi smessi: me ne ha fatto vedere qualcuno, tra cui una geniale canottiera/gilet ricavata da un paio di calzoni da bimbo, fra quelli che porterà a fine mese in un mercato di Londra (bella, no, la globalizzazione dell'artigianato?) Ma è da ricordare, femmine della Comune-ty, anche perchè abita a due passi da voi centrocentriche.


Detto ciò, torno subito al mio tema preferito del periodo, il trasloco: questo prossimo Vikènd (7-8 novembre) ci sarà il Bigiorno Rosso, anniversario della Rivoluzione d'Ottobre.

Come già scritto, il Vikènd vedrà:

Colonna sonora a cura del DJ KGgB, canti rivoluzionari e cori

Sul Mengaschermo, a ripetizione: "Ottobre" e "Tamara, la figlia della steppa"

Sulla tavola borscht, cetrioli, vodka. E Zedda Piras in onore di Gramsci

Interazioni sul tema "Che fare?"

Mostrina in dono ai partecipanti di colore Rosso


Il cestone del Ripescaggio Culturale (libri, libri e libri) è già pieno e pronto per un esproprio proletario.

Non picchiatevi che c'è posto e lavoro per tutti, alla faccia della crisi. Chi viene sarà così gentile da dircelo, qui o altrove?

Per riassumere a priori le prossime puntate, ecco:
- da domani comincerete a ricevere per mail lo spam "cerco, offro" che ha lo scopo precipuo di movimentare tutta la mobilia di ognuno di noi

- ci saranno altri due vikènd di PreTrasloco Solidale in cui potrete guadagnarvi gli ambiti biglietti per la Grande Lotteria del Ringraziamento che si terrà nell'ultimo Vikènd di Prestrasloco, il 28/29 novembre. I premi della Lotteria ve li dico nei prossimi giorni, promesso.
- il Trasloco vero e proprio dovrebbe essere, salvo imprevisti, il 5 dicembre - peraltro compleanno del KGgB, con torta vagante all'insegna del cambiamento - e nei giorni successivi.


Chi non vede l'ora di cominciare - eh, lo so che è dura aspettare, vero? - può venire a cena e approfittare, prima e dopo, delle attività già aperte: Imballaggio, Montaggio Scatole, Svuotamento Scaffali. O Caccia allo Scatolo, sgommando sulla Kangoo e urlando "maledetta Amiu, non avrai i miei scatoli!"

martedì, ottobre 06, 2009

MA TU CON CHI TIENI?

Ce l'ho avuta, la tentazione di chiedergli se urlavano "Viva il Puffissimo!" o "Abbasso il puffissimo!", a quei due che si sono incrociati in Piazza del Popolo e si sono stati simpatici e se la ridevano insieme, finchè uno dei due ha chiesto:"Ma sei con Franceschini o con Bersani?" e l'altro ha risposto "Con Marino". "Ah." Il gelo e l'imbarazzo sono calati su di loro: cosa si fa se uno forse non è più un compagno ma è lo stesso un tuo compagno, eppure sta dall'altra parte senza che si sappia bene dove sono le parti, edi che cosa? Manco "alla prossima", si sono detti, tristi e perplessi.

Non era una manifestazione allegra, no, nè gioiosa, nè incazzata tosta: c'era lì "la società civile", con quello che di bello e di brutto si intende con questa espressione. "Civile" perchè contrapposta al becerismo dilagante, alla menzogna elevata a sistema, alla facciadipalta come metodo di governo, alla tracotanza e all'indecenza: ma "società civile" anche nel suo senso più borghese, più a modino.
Come ha detto il KGgB "Mai visto uno in giacca e cravatta dare i volantini in una manifestazione": sottinteso, in una manifestazione "nostra".
Ma il punto esatto è che nostra quella manifestazione non era: per fortuna, chè se fossimo solo "noi" a preoccuparci per la libertà di stampa sarebbe davvero un guaio, ma anche per grande tristezza, che nel "noi" non possiamo più comprendere molti su cui fino a ieri non avremmo avuto dubbi.

Viva il Puffissimo o Abbasso il Puffissimo: purtroppo la questione non è così semplice, non ora almeno. La creazione del consenso passa anche dai miti accettati e che paiono alternativi quando in realtà sono a malapena "altri", passa dalla stessa logica di divisione e di personalizzazione, passa dal ritenere coraggio ciò che in tutto il mondo è normalità, passa da un
pullman dove la gente ha fretta di arrivare all'autogrill e canta (ma solo a panza ormai piena) "Una rotonda sul mare" invece di Bandiera Rossa.

Niente di grave, solo piccole tristezze, un po' di sconcerto e un bel po' di rimpianto.
Niente che, forse, non si possa ancora rimediare, compresi gli occhi fuori dalla testa della tizia avvolta nella bandiera Pd che gridava "Ehi, ma ce sta Santoro!!!! Santoro!!!" Padre Pio, er Papa, er Puffissimo!!!
Ma ci si consola come si può, anche della visione poco gratificante di quel paio di macchinone con scorta che avremmo voluto non vedere, e in un gruppo ristretto si è poi preferito sentire l'ignota (per noi) e brava banda di percussioni che ci è di molto piaciuta insieme al cartello danzante "Dammi tre parole/Silvio quando muore?"

I tempi sono questi e c'è da prenderne atto, così come non si deve trascurare chi invece - come noi, e si sbaglia sempre a pensare di essere unici e perciò soli - a Roma c'era senza miti, senza piaggerie, senza stupidità indotta. Ma anche senza facili entusiasmi, senza troppe illusioni: lo scontro politico che si gioca nei tribunali a suon di miliardi è un'aberrazione disgustosa, un'assoluta perversione di quella democrazia (già finta, già carente, già vuota) di cui si riempiono la bocca tutti, ma qui stiamo. Sentirsi pedine di un gioco che in gran parte ci sfugge non piace a nessuno e forse, almeno un po', giustifica perfino la stupidità o, almeno, il bisogno di credere ancora in qualcosa, foss'anche un personaggio della tivvù. O Marino.

Capire, o quanto meno
tentare di farlo, non ci fa sentire meglio. Anzi.
Ma è importante sforzarsi di farlo, è importante non lasciarsi travolgere dal disgusto e dallo sconcerto, dal rimpianto e dall'incazzo. Così come è stato importante essere a Roma, che i princìpi sono comunque più importanti di Santoro e di tutti i Puffissimi e ci tocca difenderli anche se la compagnia non ci fa impazzire: ma, ecco, anche i partigiani non è che fossero tutti quanti pappa e ciccia fra loro, no?
La tentazione di chiudersi sull'Aventino è forte, già: ma si sa com'è andata a finire, e forse sarebbe meglio, invece, studiarsi qualcosa di nuovo.

giovedì, settembre 24, 2009

BELLO E POSSIBILE


Sì, credo che Obama mi piaccia perchè davvero "ricorda Kennedy": ma secondo me fa venire in mente molto di più Bob, che era più in gamba e già immerso nel nostro mondo, che John.
Come Bob Kennedy, Obama riesce a mischiare i toni messianici con le riflessioni di buon senso, la grandeur americana con il rispetto per i deboli, il realismo con la capacità di immaginare. E, soprattutto sa, come tutti i grandi leader, infondere speranza pur promettendo sacrifici.
In ciò che Obama fa o dice si può senza dubbio vedere un grande costruttore d'immagine che lavora per lui, ma a distanza di quarant'anni si può semplicemente ritrovare quella voglia di cambiare che Bob Kennedy riusciva a trasmettere a tutti, anche a noi sfigati al di qua dell'oceano, e riprovare un frisson di quello stesso entusiasmo di allora, di quello che spinge a fare e a sorridere pur sapendo che stiamo combattendo una battaglia. Anzi, proprio perchè sappiamo che c'è una battaglia in corso e noi ci siamo dentro e scegliamo modi diversi ma armonici di partecipare.

"La scelta è nostra. Potremo essere ricordati come una generazione che ha scelto di trascinare nel XXI secolo le diatribe del XX, che ha scelto di rinviare le decisioni difficili, che ha rifiutato di guardare avanti e non è stata all’altezza, perché abbiamo messo l’accento su quello che non volevamo invece che su quello che volevamo. Oppure possiamo essere una generazione che sceglie di vedere l’approdo oltre la tempesta, una generazione che unisce le forze per gli interessi comuni degli esseri umani e che finalmente dà un senso alla promessa insita nel nome che è stato dato a questa istituzione: le Nazioni Unite."

Così ha detto Obama all'ONU ieri, riuscendo a trovare la mediazione non più "giusta" forse ma più realisticamente avanzata sulle spinose questioni che rimangono aperte, dall'Afganistan alla Palestina.
Non riusciamo più a fidarci del tutto, è vero, e va anche bene così: ma se siete capaci di leggere tutto il
discorso di Obama senza provare neppure un filo di speranza per le sorti del mondo e dell'umanità, siete autorizzati a pensare che il mio sia solo romanticismo senile.

martedì, settembre 22, 2009

PICCOLO E' BELLO. E UTILE


Spiace parlare sempre di robe serie e pese.
Nel nostro piccolo, ci si diverte anche - per esempio guardando "I colori della magia" di Terry Pratchett che non è bello come il libro ma è comunque carino, oppure respirando il primo vento d'autunno sul mare, o ancora fotografando questa gente di pelo appena uscita dalla lavatrice: senza esaltazioni, insomma, ma con quel gusto delle piccole cose che val la pena di coltivare.
Poi si apre il giornale, la pagina web o, per chi soffre di questa depravazione, la tivù, ed ecco che il mondo pare scatenarsi nel consueto diluvio di pessime notizie.

Tanto che vien voglia di dargli torto: e guardando il resoconto del tipo che scandisce "Pa-ce- su-bi-to!" al microfono della chiesa durante i funerali dei parà, oltre ad ammirarne il gesto vien da pensare al libretto di cui ho già parlato, quel "Contro il niente" di Miguel Benasayag.
Che dedica parecchie delle sue non molte righe a sostenere l'idea dell'Azione Ristretta. Che, attenzione, non è il gesto di chi pensa di risolvere le cose da solo o, peggio, si chiude nel proprio mondo sentendosi magari anche superiore agli altri: no, l'Azione Ristretta è quella che, pur ponendosi in un contesto limitato - e riconoscendo che in questo preciso momento un contesto più ampio non c'è, non per tutte le azioni e i significati che vorremmo vi fossero compresi - è capace di essere di esempio, da memento e di stimolo ad altre azioni.
L'Azione Ristretta, dice MB, non cerca di arrivare per forza ad un "universale astratto", nè si rinchiude nell'individualismo: va invece verso il generale, verso tante molteplicità pur diverse che in quell'azione si riconoscono. E che, aggiungo forse semplificando, da quell'azione possono trovare forza e spunti per compierne altre senza rinunciare al molteplice, alla differenza: azioni non uguali e magari neppure tendenti allo stesso fine, ma con la stessa forza quietamente sovversiva.

Allora, io non so chi sia quel signore che sale sull'altare a scandire uno slogan da manifestazione. Non so neppure se, dopo averlo allontanato, lo hanno in qualche modo punito per ciò che ha fatto, così come non so se la sua azione in quel momento è servita o è sembrata controproducente. Senza dubbio, però, lui e chi, tra la folla, ha lanciato proteste contro la guerra che non serve affatto ad esportare la democrazia (leggete sul Manifesto quanto si prepara a diventare "democratica" Kabul) ha avuto il coraggio di compiere una piccola azione. Eclatante, in questo caso, ma comunque ristretta e pacifica, sovversiva proprio perchè piccola e quieta, condivisibile perchè semplice e diretta.
"Azione ristretta non significa effetti ristretti", chiosa Benasayag nel concludere un paio di pagine interessanti su questo tema che, ovviamente, mi piacerebbe avere tempo e modo per riportare meglio di quanto si possa fare su un blog, ma.

lunedì, settembre 14, 2009

STUZZICA LA MENTE


Non so voi, ma a me capita che mentre sto parlando, o perfino ragionando de par mì, mi accorgo di essere arrivata a due concetti che mi sembrano entrambi giusti ma che fra loro sono inconciliabili: frustrante assai, no? Soprattutto quando si cerca di individuare una "via praticabile", sia essa nel privato o nel sociale, collettiva o personale.

Capita infatti, e neanche così di rado, di rendersi conto che i concetti che abbiamo in testa non funzionano più per leggere la realtà e che non sappiamo dove andare a pescarne altri, quali linee seguire per uscire da dicotomie che, è evidente, oggi ci possono portare a molti (altri) errori o, come minimo, all'incapacità di uscire dallo status quo.


Poi non è che uno non ci dorme la notte, a meno che la contraddizione non investa in pieno, pies, la sua vita sentimentale: ma forse, insomma, varrebbe anche la pena di non dormirci comunque o, almeno, di essere consci che un qualcosa, un qualcosa d'altro, è da trovare.

Così da poter riconoscere, in questo librettino che io sto trovando esaltante, appunto quello che vale la pena di cercare.
Il libretto è "Contro il niente", sottotitolo "abc dell'impegno". L'autore,
Miguel Benasayag è filosofo, psicanalista e compagnero, tanto compagnero da essere arrestato tre volte e torturato nell'Argentina del golpe. Si occupa anche, lo dico per la Nessie che magari però lo sa già, di infanzia e adolescenza.

Il librettino, una specie di bignami che va però ben ragionato durante la lettura, si apre con la parola "Agire" e già ci spiazza: l'iperattivismo, l'essere "attivi" o l'essere considerati persone "passive" sono tutte facce della stessa medaglia, di una concezione dell'agire che fa propri valori e concetti del neoliberismo ( e/ del capitalismo, ancora prima) e da lì parte per attribuire ruoli e scale di priorità.
"Agire significa manifestare qualcosa del proprio essere, della propria natura", invece, e ciò comporta molteplicità, condivisione, rischi: Benasayag non va a cadere nella banalità del predicare la solita realizzazione di sè stessi, e riesce invece a farci riflettere su cosa può significare davvero il manifestare la propria essenza, e cosa comporta sul piano sociale.

Sarebbe bello riuscire a fare una divulgazia nello stile del
brother, ma la delego a chi ha più tempo di me, nel caso: basti dire che Benasayag riesce nello spazio di qualche paginetta ad arrivare a linee di pensiero piuttosto sorprendenti, tanto per esempio da partire dal presupposto del manifestare la propria essenza per arrivare a citare, come conseguente, una frase che dice "La vita non è qualcosa di personale." Apparentemente inconciliabile, eppure.

Per quello che mi pare da ciò che ho letto finora, Benasayag può essere uno dei pochi in grado di fornirci una direzione per trovare le nostre personali chiavi di volta di un pensiero più aperto, più nuovo, più armonioso.
Tra le altre cose, per esempio, riesce a darci due dritte sul fraintendimento cui andiamo incontro quando ci accostiamo alla filosofia orientale e ci convinciamo, in positivo o in negativo, che essa proponga un allontanamento dalla realtà: mentre, sottolinea Benasayag, si tratta di un allontanamento dall'"accidente", da ciò che ci zimbella qua e là impedendoci una visione più completa ed armonica.

Ancora, il filosofo argentino ci dice bellissime cose sull'Amore e il Legame, che vanno distinti e che, distinti, permettono di provare minore sofferenza nei rapporti: forse questa è la voce che può sembrare immediatamente più interessante - ancorchè non onnicomprensiva, ovviamente - per i turbinii sentimentali di questo periodo della comune-ty e non solo.
Ma il riassunto del compendio sfiorerebbe davvero troppo la banalità: e dato sì che il libro costa meno di 10 euro, val la pena di comprarselo e ragionarci un po' su. Poi, se qualcuno lo fa davvero, a me piacerebbe anche (ri)parlarne, qui o altrove.

mercoledì, settembre 09, 2009

COSA NE PENSATE ?

No, lo so, non è ancora momento di dibattiti, chè il rientro è faticoso e puranco triste, fra incendi e squallori e casini di ognuno. Ma ho trovato questo videointervento, che disegna esattamente lo scenario di cui a volte ho parlato anche in questo blog, quello di un mondo che è in evoluzione "dal basso", come si dice ora. Lo fa con toni profetici e un po' fanatici - un po' mmerigani, insomma - che ci urtano, ma a prescindere lo scenario che delinea a me ricorda parecchio il "movimento" hippy. Che, appunto, anche lui non era un movimento: forse la parola gisuta sarebbe "magma", una cosa che si muove e aggrega senza che vi sia dietro una volontà specifica ma anche senza che sia facile fermarla.
Là dove gli hippies predicavano e praticavano la non-violenza o l'amore universale, oggi ci sono la sostenibilità e l'armonia: a ben vedere, quindi, un upgrade degli stessi concetti. Anche se oggi gli hippies sono stati banalizzati fino ad apparire un fenomeno folclorico di cui ormai si sa poco, furono invece i protagonisti di un momento importantissimo: furono loro, infatti, a rompere nettamente con i bgrgi e conformisti anni del dopoguerra. Dopo sarebbe arrivata la protesta più politicizzata e il '68 vero e proprio, ma senza gli hippies non ci sarebbe stato nulla: fu la loro semplice ma rivoluzionaria filosofia ad aprire molte menti, ad abbattere molti steccati, e dopo fu più facile prendere strade diverse.
A volte l'ottimismo è una necessità, però quello che che si dice nel video è verissimo: la gente che sta già cambiando le cose è tantissima. Forse anche per noi sarebbe il caso di smetterla di pensare solo alla destra e alla sinistra e di cominciare a "fare".


domenica, agosto 23, 2009

REPULISTI


E così, nonostante gli inviti di amici carini molto molto, che hanno fatto a gara per offrirci soggiorni e gite ai mari e ai monti, questa tranche di ferie è passata qui nel barrio alto, a scoprire la nostra personale "decrescita felice" . Che quelli che da sempre gli piace la vita sobria forse gli viene da ridere a sentirmelo dire perchè io e l'uomobarbuto siamo invece sempre stati per l'accumulo. Pur con la stessa macchina da ormai dieci anni e per di più bottata, con gli stessi cellulari finchè non muoiono di morte naturale, con la stessa tv affetta da un'obesità che denuncia la sua annosa esistenza: ma, vittime delle nostra curiosità un po' infantile, con la casa piena di giochini e vecchie tecnologie (la pompetta del DDT, ad esempio, o il tampone da scrivania per l'inchiostro) e fischietti e macinini e poster e quattordici coppette da macedonia e i bicchieri che dondolano. E libri e libri e libri.
Molto di ciò che abbiamo in casa ha un storia dentro che non si può abbandonare, ma molto anche no. E, in ogni caso, anche le storie invecchiano, cambiano, si
dimenticano, ed è giusto così.
Perciò, mentre scoprivamo i divertimenti più sani ed economici in questa nostra estate cittadina - tra i quali ho dimenticato di citare il trashsushi della Fiumara, scoperto dal KGgB, dove mi sono divertita assai ad impilare davanti a me mille piattini ormai vuoti di minibontà giapane, afferrati al volo dal nastro che scorre vicino al tavolo - ci siamo anche dedicati allo sgombero materiale e morale della nostra esistenza. Qualcuno ha scritto che si passa metà della vita ad accumulare oggetti e l'altra metà a cercare di darli via e se noi facciamo eccezione è solo per la qualità un po' bizzarra degli oggetti stessi: per fortuna, ci è venuto in soccorso un amico che ha riaperto (dopo un'esperienza di anni fa) un Mercatino dell'Usato ben gestito, alla Foce. Così la decrescita è più facile: quello che non serve più ma che ad altri (presumibilmente trentenni) servirà, trova subito una collocazione e frutta anche qualcosa. Il trucco, naturalmente, è riuscire ad evitare di tornare a casa con più roba di quella che si è portata, ma basta un po' di impegno, in fondo.

Quello che non si può vendere neppure per poco, ma magari a qualcuno può servire si lascia, in un sacchetto trasparente, sopra i cassonetti: ebbene sì, è una pratica un po' da terzomondo, a volere essere critici. Ma al tempo stesso non mi dispiace: io l'uomobarbuto ci chiedevamo se è un'usanza tipicamente genovese o se è diffusa ovunque, fatto sta che anche qui nel barrio alto la roba ancora utile è lasciata in bella vista per chi la vuole.
E poi, ancora, si divide, si smista, si scambia, si regala: ancora troppo poco per i miei gusti, chè a mio parere si dovrebbe essere meno riluttanti e meno pigri nell'organizzare baratti di informazioni, recapiti, oggetti e magari anche lavori e lavoretti. Per esempio, io cerco da un bel po' qualcuno che sappia cucire un pochino perchè non ho più federe per i miei cuscini fuori misura e contemporaneamente (ma non necessariamente in cambio che le persone possono essere diverse) ho sempre libri che mi avanzano, tanto per citare l'eccedenza più facile e banale.
Non sarebbe bello organizzare una melalista/sito/bacheca fra tutti noi amici e amici degli amici per sapere cosa cerca e cosa offre chi, prima di chiedere ad altri o di comprare?

giovedì, luglio 09, 2009

PROGRAMMI RESISTENTI


I saldi cominciano sabato e da lush hanno offerte speciali, perciò sabato saremo là, come da programma già scritto.

Martedì 21, invece, saremo alla fiaccolata che parte dallo Zenzero e arriva alla Scuola Diaz, perchè non si dimentichi quello che lì è successo otto anni fa, il massacro ingiustificato e a sangue freddo sui ragazzi che dormivano dentro la scuola.
Mantenere la memoria al suo posto è, in certi momenti, un'azione profondamente resistente. Così come lo è continuare a vivere con un po' di passione e gioia, sapendo che la Storia minima alla fine si rivelerà importante quanto quella ufficiale. 

sabato, giugno 20, 2009

FACILE DA FARE


In questo periodo di resa dei conti con le proprie abitudini balorde, che ha investito un bel pezzo di comune-ty - volente o obbligato - mi pare utile postare un pratico specchietto, trovato qui a firma Monica Rubino:

"L'Environmental Working Group suggerisce gli alimenti da preferire sempre nella variante biologica rispetto a quella convenzionale Secondo l'Environmental Working Group, una organizzazione che si occupa di ricerca ambientale, "all'interno della comunità scientifica è sempre più condivisa l'opinione che anche in piccole dosi pesticidi e sostanze di sintesi possono danneggiare l'uomo, soprattutto in quelle fasi, come lo sviluppo fetale e l'infanzia, quando l'assunzione potrebbe avere effetti di lunga durata. Il lavaggio di frutta e verdura - ammoniscono - riduce la concentrazione dei pesticidi ma non li elimina". L'associazione suggerisce, con grande pragmatismo, di optare, intanto, per 7 alimenti biologici. Questo per non rivoluzionare le abitudini alimentari e, soprattutto, per evitare il collasso finanziario.
1.
Latte e derivati: Latte, yogurt e formaggi sono utili e necessari, specialmente per i bambini, ma spesso negli allevamenti integrano la dieta degli animali con ormoni e antibiotici. 2. Patate: Sono tra le verdure con più pesticidi. Continuano a contenere residui dopo essere state lavate e sbucciate.
3. Carne (pollame e uova): I prodotti di origine animale possono contenere antibiotici, ormoni e anche i metalli pesanti come arsenico, che viene usata per stimolare una crescita più rapida.
4. Ketchup: al di là dei pesticidi, è stato dimostrato come la variante bio contenga quasi il doppio di antiossidanti.
5.
Mele: Le mele sono la frutta più imbottita di pesticidi.
6.
Caffè: la coltivazione convenzionale si basa fortemente sull'utilizzo di pesticidi e contribuisce alla deforestazione in tutto il mondo.
7.
Frutta a guscio, granaglie e sementi: dilagano pesticidi e fungicidi. Molte varietà sono sbiancate dopo il raccolto.
Environmental Working Group suggerisce di scegliere la referenza biologica per questi prodotti che, nella variante convenzionale, registrano altissime concentrazioni di pesticidi:
Pesca, mela, peperone, sedano, pesche noci, fragole, ciliegie, lattuga, uva, carota, pera. Al contrario, cipolla, avocado, mais, ananas, mango, asparagi, piselli dolci, kiwi, cavoli, melanzane, papaya, cocomero, broccoli, pomodoro e patata dolce non contengono, generalmente, alti tassi di agro farmaci. "


La segnalazione è, evidentemente, valida soprattutto per il mercato americano, ma ho controllato un po' di cose, così non dovete fare la fatica di cercarle da voi: pies, è vero anche per noi che le mele sono ad alto rischio e così dicasi delle patate e del caffè. Per la carne, le uova e i latticini ciò che dice l'EWG è noto (o dovrebbe esserlo) da tempo, mentre per quello che ne consumiamo noi la qualità del ketchup è tutto sommato irrilevante.
Per la frutta e la verdura i dati dell'EWG sono confermati dall'analisi a campione che Legambiente svolge ogni anno e che potete guardare - anche lì c'è una tabella - per avere la classifica più precisa, a cui per esempio va aggiunto il vino fra i prodotti che hanno residui di sostanze tossiche.
Da
un'altra fonte, poi, arriva la segnalazione di cospicue quantità di pesticidi ritenuti neurotossici nel peperoncino che arriva dall'India.
Fra il pesce, il tonno e il pescespada continuano ad essere contaminati da rilevanti quantità di mercurio: solo che, a essere sensati, anche il pesce di allevamento non è il massimo. Si va finire perciò solo sul pesce azzurro: ma se qualcuno ne sa più di me, in fatto di pesce - e non è difficile - che metta in comune le sue conoscenze.


Ovviamente, fare attenzione a questi dati non significa diventare paranoici e, d'altro canto, organizzarsi per avere frutta e verdura biologica spesso si fa, ma non sempre è semplice. Latte e uova di produzione industriale ma biologica sono però più facili da trovare un po' ovunque - non nei supermercati Diperdì o nei discount, ma sia Coop che Basko li hanno: e, visto che si tratta di alimenti di cui in genere il consumo è costante e non occasionale, sceglierli bio fa una certa differenza.
Quanto a tutto il resto, la scelta biologica fa spesso a pugni con il tempo e le finanze, ma
ormai sempre meno: piuttosto, spesso si finisce per sottovalutare l'importanza di una dieta che sia meno velenosa possibile.
Non che l'alimentazione risolva tutto, ovvio, che altre mille tossicità dell'ambiente sono lì pronte per noi: ma fare quello che si può è già importante.
Sempre più, infatti, emergono legami tra l'inquinamento, e i pesticidi in particolare, e malattie e disturbi funzionali tipiche di questo periodo: non solo malattie gravi ed importanti, ma anche la stessa obesità che oggi pare essere influenzata non poco dalla quantità di chimica presente nei cibi.