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venerdì, gennaio 06, 2012

QUACCHECCOSA DI NUOVO

Toro 20 aprile – 20 maggio
“Siamo tutti dei geni, ma se un pesce viene giudicato in base alla sua capacità di arrampicarsi su un albero, si sentirà uno stupido per tutta la vita”. Corre voce che questa acuta osservazione sia stata pronunciata da Albert Einstein. Te lo racconto, Toro, perché faresti bene a tenerla a mente per tutto il 2012. Secondo la mia analisi degli astri, avrai un’ottima opportunità di individuare, affinare ed esprimere il tuo genio. Perciò è fondamentale che ti liberi da qualsiasi tendenza a vederti come un pesce che deve arrampicarsi su un albero.

Be', così non vale mica tanto, caro Brezsny: chi non è un Toro, in questo modo? Ma  metto lo stessoil tuo oroscopo, prima di tutto perchè mi ci ritrovo (La maestra di seconda elementare: " Ah, e quello sarebbe un serpente? A me sembra la collana che ho trovato nell'uovo di Pasqua! E ricordatevi, bambini, che chi cancella con la gomma prende un brutto voto, zac, all'istante. ) e poi perchè ho appena saputo che questo gradevole ed efficace metodo educativo e didattico viene impiegato ancora oggi, in forme  appena appena più velate.
Quindi lo dedico a tutti noi Torelli frustrati e masticati e mortificati e  perfino un po' vilipesi, sperando che lungo l'arco di tutto l'anno si avveri la profezia finale e che si concluda con una linguaccia. Dopodic, si comincia a ragionare, neh?
Buon anno.

mercoledì, dicembre 28, 2011

COSA TI HA PORTATO BABBO NATALE?

Un leggìo fatto solo di un bastoncino e uno spago, due omini Maillard-clessidra che mi hanno fatto gioire assai anche solo perchè, come si dice, non me li aspettavo proprio.
E lo specchietto comprato  dai cinesi per guardare se gli orecchini che faccio per gli altri stanno dritti, e l'autobiografia dei Monty Python e i pennarelli colorati, pennini con l'inchiostro e la piuma e le cornicine colorate con dentro le foto di un matrimonio, come si fa in una famiglia senza "una specie di", ma mica c'è qualcuno che si sposa tutti gli anni, neh?. Un pop-up con la lucina per poterlo guardare al buio, dove fra il castello e la volpe c'è anche il gufo; e per completare gli animali, un mouse.  E una coperta bellissima, scozzese con le rose - non dalla stessa parte, ma molto inglisc ugualmente, e soprattutto lo sfondo delle rose è un bellissimo color prugna - contro il mio freddo perenne, ma quando neppure quella pare abbastanza, ecco intervenire il pile a salsiccia. Ma spero che non interverrà, a dire il vero.
Ah, che soddisfa la lista dei doni ricevuti, il mischiaggio delle cose piccole e di quelle grandi, delle idee demenziali (ma quelle più demenziali si tacciono prudentemente) e di quelle sagge. 
 
Un piacere da piccoli che è bello far rivivere ogni anno: io, ricordo, ho voluto per due anni di seguito la "cucina americana", cioè una cucina come ora abbiamo tutti, ma che allora strabiliava con i suoi pensili, il suo forno inserito, i suoi sportelli tutti attaccati. Nella cucina "vera", quella in cui mangiavamo tutti i giorni, c'erano ancora la credenza e il lavello di marmo, con la "macchina del gas" a quattro fuochi contro il muro e staccata dal resto. 
Finalmente arrivò per me, con la Befana dei parastatali - sì, lettori più giovani, andate a cercarvi la storia di quest'italietta fatta di gruppetti e gruppini, ognuno con i suoi privilegi, è divertente anche solo leggerne nomi e prerogative - la versione bambina della meraviglia ipermoderna, e io non sapevo cosa farne. Il mio amore per la cucina, nel senso di gastronomia, arrivò fino a mettere i chewing-gum - rigorosamente già masticati, come buttare via le "cicche", considerate genere di lusso pur nella versione già usata? - nei deliziosi cassettini mignon, con maniglina in proporzione, azzurri. E lì mi fermai.

Niente bucce, foglie, sassolini, biglietti o piccoli rami: tutto ciò che costituiva l'immaginario alimentare infantile mi era ignoto, e lo trascurai: come piccolissimi biscotti marziani, le mie palline di gomma indurivano nei cassetti miniaturizzati, quiete quiete.  
 

sabato, aprile 30, 2011

GIAGGIA'

n.b. le formiche, prezioso dono dello scorso compleanno
ecco, lo so che è tardissimo per raccontare che il mio compleanno, in questa villa bellissima che è Villa Serra di Comago, è stato proprio dolce. E, come spesso accade alle cose belle e buone, difficilissimo da raccontare, e a nulla è servito prendere le distanze aspettando un po': ma, insomma, si è bevuta buona birra sotto il sole caldo, si è mangiato bene - ma non quanto avremmo voluto chè la CGIL si ostina a tenere il banchetto delle grigliate nonostante un'incorreggibile lentezza - si è giocato al pallone, chiacchierato, pratato, cantato, rilassato, riso, spento candeline sulle note di Bella Ciao. 
E il mio dono collettivo, l'IPad,  arrivato dapprima sotto forma di biglietto, è stato presto raggiunto dalla sua forma reale: così potrò infliggervi, d'ora in poi - comincio subito -gli svarioni fotografici fatti con l'ultima meraviglia della tennica, siore e siori!
Nell'intanto c'è stato il Gioco Senza Frontiera al Circolo dell'Anima, il penultimo: organizzato in pochissimo tempo - il KGgB e io credevamo fosse l'ultimo gioco dell'anno, e invece no, così abbiamo dovuto cambiare tutto all'ultimo momento - ha avuto come motivo qualificante la regressione. Fra mimi, canzoni e rumori, nonchè costruzioni con il Lego, la regressione è andata anche oltre le nostre aspettative, ma il mese prossimo si recupera con il gioco più complesso di tutto l'anno. E poi, quando il Circolo dell'Anima farà vacanza e noi anche, sarebbe bello anche riuscire a tirare fuori da questi giovedì dei giochi qualche riflessione intelligente, che se ne possono fare a iosa.

Questo, insomma, il riassunto delle puntate precedenti: aggiungete un Seder, prima del mio compleanno, davvero riuscito bene, un Amicodelcuore rilassato e carino, due brevi puntate a guardare il mare prendendo il primo sole. Lasciate sullo sfondo quello che anch'io non sto guardando, per ora: è un replay, e come tutte le cover suscita già meno emozioni dell'originale. Non ne sappiamo ancora granchè, ma l'Ipad servirà a distrarmi se dovrò, come sembra, riaffrontare quei noiosi pomeriggi attaccata a un ago. Si farà anche questo, passerà anche questa, speriamo, o forse si riuscirà a tenerla quieta come la prima volta, almeno per un po'. Chissà.







lunedì, aprile 18, 2011

CI HO LA GIUSTIFICA

Eggià, perchè subito dopo il gatto scampato alla morte e il debutto del KGgB come ricercatore di storia orale, qui si sta preparando il Seder laico di Pesach - ancorchè atei, noi non siamo affatto contrari alle feste e ne contiamo un nutrito numero nel calendario familiare, provenienti da tradizioni diverse - e subito dopo il mio compleanno. Che, come forse ormai i cinque lettori sanno, è il 25 aprile, il che vuol dire che si festeggia doppiamente. 

Entrambe le feste - Pesach e 25 aprile - hanno lo stesso significato, quello di solennizzare un'avvenuta liberazione: dalla schiavitù d'Egitto in cui erano tenuti gli Ebrei la prima, dal nazifascismo la seconda.  Di solito non si sovrappongono come avviene (quasi) quest'anno, ma sarebbe anche bello andare a vedere se  queste date di liberazione riecheggiano motivi perfino più antichi, legati alla liberazione delle tenebre dell'inverno, o a quella della scarsità di risorse alimentari. 
Durante il Seder si tiene la porta di casa aperta perchè possa entrare il profeta Eliahu che, giungendo  straniero, possa partecipare degnamente, accolto come ospite, al banchetto: e mai come quest'anno spereremo che il gesto da simbolico possa al più presto diventare reale, per tutti. 

Quanto al mio compleanno,  di cui sono sempre stata - scioccamente, lo so, mica è merito mio, ma tant'è - molto orgogliosa,  dopo qualche anno in tono minore ora sto cercando di preparare degnamente i festeggiamenti all'aperto, da raggiungere dopo la manifestazione mattutina.  
Ci saranno grigliate - non per merito mio, ma di Anpi, Arci e Cgil - e altre cibarie, tante belle facce di sinistra in giro, magari perfino bandiere, e noi ci metteremo chitarre, canti e  giochi: almeno per  qualche ora, faremo finta che la nuttata sia già passata. 
Ma non del tutto, che volentieri ascolteremo i racconti di chi sarà appena tornato dal mare.

domenica, aprile 10, 2011

UNA TRANQUILLA SERATA DI SINISTRA


Abbiamo posteggiato davanti alla sezione del PD e, incredibile a dirsi, ne usciva gente da una riunione. Ci si conosceva, ovviamente, e si è subito intavolato un bello scambio di convenevoli itinerante, chi si rallegrava per il boom di tesseramenti dell'A.N.P.I. e chi per la manifestazione "quella delle donne, diciamo", chi deprecava  la mancanza di un soggetto politico che raccolga e convogli la protesta e chi per delicatezza non faceva notare che, insomma, quel soggetto poltico potrebbe e dovrebbe essere proprio il PD, neh? Avremo fatto un cento metri, forse duecento: ed ecco che dai convenevoli si era già passati a un dibattito, educato ma bel vivace, su Togliatti e il compromesso storico. E, com'è buona norma delle sinistra e degli ebrei, ad andare avanti avremmo scoperto che su quattro persone, quattro erano le tesi sostenute. Per fortuna, eravamo arrivati al Circolo Fratello Maggiore del Circolo dell'Anima, e là ci siamo accomodati sulle ultime battute dell'iniziativa sul Referendum dell'Acqua Pubblica, facendo poi scorta di apposite spilline, di volantini e di una bandiera da utilizzare nel prossimo futuro. La cena di sottoscrzione ci ha visto commentare la Grande Festona di Sinistra che si tiene in quel di Piadena, dove alcuni dei commesali erano appena stati, e poi ognuno ha tirato fuori le sue robe da barattare. Lo scambio era libero, il baratto generale: ma con una tipa molto simpatica abbiamo contrattato strenuamente non so più cosa, che sennò ci si diverte meno. Da lì al Circolo dell'Anima, dove si festeggiavano compleanni e si suonava. Un luogo comune sulla gente di sinistra vuole che siano tutti seriosi e "incapaci di divertirsi": io mi sono fatta un sacco di ghigne, in una serata così, senza bisogno di sentirmi idiota e senza svegliarmi con i postumi - nonostante i vinelli dei circoli, che sono niente male.  Ed, essendo che l'autoironia di solito non ci manca, mi diverto anche a ripensarci e a raccontarvelo.

mercoledì, marzo 02, 2011

MA LE GAMBE, MA LE GAMBE...

Dato sì che sono giornate senza storia, è il momento giusto per raccontarvi quella dell'uomo che non voleva le gambe.  


E' una storia vera che, con grande senso della notizia,  riporta Susie Orbach nel suo saggetto "Corpi", tanto di smilza lettura quanto di complesso tema: tento di riassumerla in poche righe anche se, lo ri-dico subito , "Corpi" è proprio da leggere. Allora, questo tipo aveva "il complesso delle gambe": così come si ha quello del naso se è troppo lungo o gibboso, così come si ha dei fianchi larghi o del culo grosso, con la differenza che lui non aveva bisogno di nessun aggettivo per non sopportare le sue gambe. Voleva essere senza, si "vedeva" senza, non poteva accettare di vivere in quel corpo che lui percepiva mostruoso perchè dotato di gambe. Naturalmente, tutti i medici a cui si rivolse lo mandarono via, naturalmente tentò, o tentarono, di curare prima il cervello, ma tutto fu inutile: si chiuse le gambe in un cilindro congelatore, le lasciò andare in cancrena e dovettero amputargliele. Dopodic visse felice. 

Quando avete smesso di rabbrividire, la domanda è: perchè un naso, le tette, la pancia, i piedi, le cosce, i capelli, la pelle... sì, e le gambe no? Vero, nessuno sceglie di farsi amputare il naso (per ora), ma ha fatto parlare la tipa che si è fatta togliere il seno per sconfiggere la predisposizione genetica al tumore mammario: e ha trovato chi ha eseguito l'astuta operazione, ovviamente. 
Be', la risposta alla domanda è intuitiva più che logica, coinvolge quella che sembra essere una soglia condivisibile senza bisogno (nè possibilità) di spiegarla razionalmente: ma apre molti interrogativi, che Orbach esplora attraverso aneddoti e riflessioni professionali. 

Non tutto è condivisibile, del libro, ma la portata delle problematiche è molto ampia: siamo la prima generazione, dice Orbach, per cui il corpo non è un dono nè una casualità, nè tanmeno un prezioso attrezzo da lavoro, ma una "costruzione" di cui scegliere misure, forme, aspetto e sostanza. Ed è paradossale che mentre il corpo ci serve sempre meno venga sempre di più esibito, anche in modi paradossali come il wrestling o l'ipersessualizzazione. 
Ai ragazzi non viene insegnato a usare il loro corpo in modo utile a se stessi e agli altri, ma a "mantenerlo in forma" per un'operazione formalmente rivolta alla salute o al successo, ma in realtà del tutto fine a se stessa. La vanità sciocca, così ben presa in giro dagli scrittori del passato, è oggi un segno di "impegno", di forza di carattere, di determinazione: sir Walter Elliot di Jane Austen, capolavoro del ritratto della futilità, oggi sarebbe un eroe. O, più facilmente, il capo del nostro governo.

Ma soprattutto, ci fa notare Orbach, questo utilizzo e costruzione dei corpi è uno dei bottini della globalizzazione, che minaccia la biodiversità anche nelle forme del viso e degli occhi, nel colore della pelle e dei capelli. Le rivolte nel Mediterraneo, che pure portano con sè venti di libertà e di sperabile maggior giustizia, se non cadono preda del fanatismo religioso apriranno nuovi mercati anche da questo punto di vista, come già è accaduto nei Paesi dell'Est europeo e soprattutto in Asia. 
La razza ariana ha infine trovato metodi di selezione più raffinati ed efficaci: viene "scelta" con l'apparenza del libero arbitrio.
E noi, che proprio ariani non siamo ma insomma, e che dobbiamo "solo" combattere con seni cascanti, pieghine di ciccia, rotolini sui fianchi, stomaci sporgenti (per non parlare di rughe, mancanza di capelli e alluci valghi) ovviamente possiamo ricorrere ai "ritocchini", magari preventivi: pare sia ormai usanza regalarme almeno uno per il diciottesimo. 
O, in alternativa, a quelli che negli anni '50 venivano definiti reggiseni- corazza e che oggi, chissà perchè, sono considerati sexy, a cui si sono aggiunti oggi ogni sorta di indumenti contenitivi. La Rinascente ne ha tutta una serie ammiccante, con disegni di rotolini resi invisibili, taglie sparite, tette rialzate (con lo scotch che tira da sopra,  davvero!), culi rientrati o sporti, cosce modellate. "Oh, to' - ho detto al KGgB, scorgendo quello che quand'ero ragazza veniva chiamato "bustino" e di sexy non aveva proprio nulla - guarda, c'erano già quarant'anni fa!" E lei (quanto adoro le mie figlie, a volte) mi ha risposto, truce: " Già, e voi li avete bruciati."
Poi ci ho pensato: bentornati, bustini. Sarà più facile, almeno, bruciare di nuovo voi che due tette finte.

martedì, febbraio 08, 2011

FIERAMENTE

Una delle cose belle di questo mio blog, e una delle più importanti ragioni per cui continuo a scriverci su, sono i miei Lettori Silenti. 
Confortata dagli scarsi ma fondamentali commenti dei due, a volte perfino tre, Lettori Meno Timidi, posso proseguire questa mia solipsistica attività sapendo che prima o poi, per telefono o sul facciabuco, di persona o dicendolo ad altri, qualcuno confesserà di essere un Indefesso Lettore Silente, che segue con attenzione ciò che faccio e penso, pur senza mai profferir verbo nell'apposito spazio dei commenti, visibilmente  disdegnato dai più. 
Ma ogni volta che qualcuno mi si rivela mi sento contenta e, come si dice, grata dell'attenzione: mal ve ne incoglie, quindi, Lettori Silenti e Commentanti, chè ora vi tocca sapere che domenica sono andata alla Fiera di Sant'Agata. E' un tradizionale appuntamento dei genovesi - una fiera di fine inverno come ci sono quasi ovunque, ma qui un po' prima - che ancora oggi fendono la folla brandendo la piantina di limone o il vasetto di aromatiche.
In origine dedicata proprio alle piante e al piccolo artigianato, oggi la Fiera si è snaturata come tutte, e il gigantesco krapfen al posto del gigantesco doughnut è concepito per esaltare la somiglianza e non la differenza. 
Così si ragionava, fra uno spintone e un bambino giustamente frignante, sulla globalizzazione che colpisce più massicciamente in alto e in basso: che non ci sono solo i centri storici e le vie del lusso pieni di bulgari e prade, ma anche i mercatini di tutta Europa pieni delle stesse statuine, stessi vestiti, stessi calzini. E, in qualche modo, questo secondo fenomeno riesce ad essere quasi più triste del primo. 

Ma, dice, tu vai alla Fiera per fare le analisi sociologiche? Be', in verità lo scopo era quello di cercare strumenti musicali da bambini, per esempio tamburelli o trombette, per la manifestazione del 13 che si preannuncia piena di gente e di allegra rabbia - e quest'ultima non sembri un ossimoro. 
Al momento abbiamo messo insieme, da prestare anche ad amici e parenti, due campanelle, due raganelle e tre fischietti. Io mi porto il verso del gufo e quello delle balene, ma volendo c'è anche il fischio del treno, il muggito delle mucche svizzere e il refrain della pantera rosa. Alla fiera, dopo tanto vagare, abbiamo infine trovato un sonaglio con molti campanelli, una cosa carina in legno che non sfigurerà fra i nostri Rumoriferi, una volta tornati a casa. Però non c'era altro: su... mah, trecento banchetti, solo tre erano di giocattoli. Hai voglia, poi, a non fare analisi sociologiche...

mercoledì, febbraio 02, 2011

DEDICATO AI PAZIENTI

 Pazienti anche nel leggermi: il post è lungo e potrebbe esserlo ben di più, a voler essere più documentati e precisi. Ma spero che il successo riscosso da La neve e la rose  - merito della storia, e sono contentissima che sia piaciuta - si lasci dietro qualche lettore che ha voglia di seguirmi in queste elucubrazioni su un tema che mi affascina e mi sta a cuore.


Gira sul web, probabilmente già da un po', un appello per fermare le cattive intenzioni della UE a proposito delle terapie cosiddette "alternative": erboristeria e omeopatia, in particolare, sarebbero condannate a severe restrizioni. Se le leggi che si stanno preparando a livello europeo passassero, dice l'appello, sarebbero addirittura proibiti i libri che contengono indicazioni e ricette fitoterapiche, e chiuse le scuole di omeopatia e terapie naturali. Controllando, pare che l'appello possa essere una mezza bufala: nel senso che ci sono già una serie di controlli e forse ne verranno introdotti altri, senza che però il quadro sia così fosco. 
Eppure, nonostante i toni (o forse proprio per quello) l'appello è credibile: si sa infatti chi sostiene la scientificità della scienza, e della medicina in particolare, è convinto che principi e risultati si debbano valutare alla luce di criteri "oggettivi" e che con una rigida regolamentazione si possa (e si debba) evitare che pazienti sprovveduti - ma il paziente è sprovveduto per definizione, come sa chiunque provi a chiedere informazioni approfondite a un medico - vadano a finire nelle mani di ciarlatani. Che esistono, sicuro, e che proprio da questa rigidità traggono la forza e la possibilità di proporsi come miracolose speranze.

Molti fra quelli che sostengono "la scienza" o la scientificità o il rigore logico e deontologico o comunque lo si voglia definire e chiamare,  sono persone in ottima fede e, se sono amici come spesso capita, si evita l'argomento per non litigarci su, chè comunque ognuno rimane convinto delle proprie idee. 
Già da tempo, però, mi chiedo come si possa sostenere a spada tratta l'assoluta non credibilità dell'omeopatia - i cui risultati non sono misurabili con i consueti standard poichè le terapie sono ad personam, per banalizzare la questione riducendola al nocciolo - quando ormai il mantra preferito dagli oncologi  di fronte agli andamenti bizzarri della malattia, sempre più frequenti, è: "Ogni caso è un caso a sè". E con ciò escludono la possibilità di prevedibilità e di standard. 
"Il farmaco dovrebbe funzionare così, la malattia dovrebbe evolversi così..." Il condizionale è d'obbligo, e sempre più spesso è applicato non solo in oncologia ma in molte patologie, anche banali, che non si comportano più "come dovrebbero": basti guardare quella che un tempo era l'Influenza invernale e che oggi è diventata un'affezione virale che prende in modi diversi, con andamenti diversi e reagisce a cure differenti. Ognuno si fa la sua peste, diceva Camus (me lo citò un dermatologo antipaticissimo ma colto) e mai più di oggi fu vero, a quanto pare.

Eppure, nonostante studi appunto scientifici stiano cominciando a scoprire le delicate e impreviste connessioni tra il sistema immunitario o quello neurovegetativo e attività quali la meditazione ( per non parlare del cibo e dell'ambiente e del tipo di vita), omeopatia e terapie diverse da quelle ufficiali vengono ancora condannate e osteggiate. Quando, in realtà, non si capisce perchè non debba essere possibile una collaborazione, una sinergia di metodiche diverse: da entrambe le parti c'è chi le considera incompatibili e in questo caso tra i due litiganti il terzo soffre.

E leggo sul Venerdì che una trasmissione del National Geographic tratterà una bellissima storia, che riassumo: nelle fosse comuni dei morti di peste del 1600 o giù di lì, alcune salme avevano un mattone in bocca. A lungo si è pensato a forme di punizione omertosa, ma ora un antropologo ha forse ricostruito la vera motivazione: nella disperata impossibilità di fermare o limitare il contagio, fra le cause possibili fu indicata una curiosa attitudine di alcuni cadaveri che, masticando il proprio sudario, si sarebbero fatti diffusori anche post mortem dei terribili "miasmi".
Gli stessi, suppongo, che secondo la medicina ufficiale del tempo avvelenavano l'aria rendendola appunto "pestilenziale". Per ovviare a questo impressionante vamprismo al contrario, alle salme che recavano segni dei denti sul sudario fu messo giustappunto un mattone in bocca, in modo che non potessero più nuocere. Del resto, ai vivi veniva prescritto di non lavarsi e di fasciarsi strettamente in vestiti di stoffa liscia e scivolosa ( impossibili da lavare anche loro), in modo che l'aria carica di miasmi non potesse raggiungere il corpo. 
Un bellissimo libretto di Carlo M.Cipolla  racconta appunto di questa intuizione fumosa che precedette la scoperta di germi e virus, e di come da presupposti giusti e sensati si possa arrivare a conclusioni  drammaticamente opposte.
Cipolla non ne parla, ma sarebbe interessante se qualcuno, a partire dalla tesi ormai accettata secondo cui le streghe erano anche o soprattutto donne che praticavano la medicina popolare, andasse ad appurare la connessione fra uno sviluppo così tragicamente illogico (ai nostri occhi) della medicina ufficiale del tempo e la scomparsa - con il rogo e la criminalizzazione di tutto ciò che appariva "streghesco" - di quel buon senso immaginifico ma pragmatico che era patrimonio di terapie antiche e condivise.
Più modestamente, io non posso fare a meno di immaginare i medici del '600, con le loro maschere e uncini e unguenti profumati, che discutono seriamente di umori corrotti e arie guaste, rischiando magari la propria vita e mettendocela tutta a chiudere fuori i miasmi, convintissimi di avere in mano l'unica vera scienza. Ogni somiglianza è puramente casuale, ovvio.


domenica, novembre 14, 2010

ALL'INDIETRO E CON I TACCHI A SPILLO


Come nei diari e nella corrispondenza, "rimanere indietro" con il blog comporta il rischio di non andare più avanti. Che nello studio si può ricorrere alla tirata finale - mio amato escamotage - ma nella narrazione della vita fatti e misfatti, assenze e presenze si confondono tra loro, si accavallano e si pastrugnano nella memoria del periodo pur breve.  Basti allora dire che è stato talmente un buon periodo che si è mangiato perfino il tempo del blog, e con ciò si faccia pari e patta senza affatto sottovalutare l'importanza (e la gioia, e il sollievo) del buon periodo stesso. 

Difficile, a questo punto, scegliere l'argomento con cui spezzare il silenzio, ma ne approfitto per affrontare un tema apparentemente gratutito, quello dei tacchi. 
Tacchi delle scarpe, ovviamente, e ovviamente delle scarpe femminili (quelli maschili li lasciamo a penosi come tom cruise e l'appunto nano malefico) : protagonisti non solo della moda ma perfino di un'iniziativa benefica a favore di Save the Children, sono ormai onnipresenti. Li sopportano le donne che devono stare in piedi tutto il giorno, quelle che camminano su ciottoli sconnessi, quelle che stanno in giro tutto il dì: inutile dire, le scarpe coi tacchi sono affascinanti, quasi sempre belle e spesso molto belle, esteticamente parlando. Sono una tentazione prima ancora che un diktat della moda.  E così si vedono donne arrancare sbilenche, oscillare tremebonde, avanzare con passo nazi: chè i tacchi, si sa, bisogna saperli portare. 
Già, ma perchè? 

I tacchi furono inventati per damine e cavalieri, signore e signori che potevano usare portantine e servi e che raramente dovevano correre per prendere l'autobus; sopravvissero alla rivoluzione industriale diventando uno dei simboli della dipendenza economica della moglie borghese dal marito; furono, non a caso, uno dei must degli anni '50, quando bisognava convincere le donne a stare di nuovo a casa, dopo che la Guerra ne aveva richiesto il fondamentale contributo nel mondo del lavoro. Le "signore" non avrebbero mai portato una scarpa priva di tacco, fino agli anni '70: ma un bel tacco squadrato di tre o quattro centimenti per più che sufficiente per uscire con i bambini, per fare le compere, per andare dalle amiche. E, a casa, un bel paio di pantofole con una discretissima zeppina appena rialzata garantiva una postura un po' più naturale. La sera, ovviamente, era tutto un altro discorso: ma non è che si uscisse così spesso la sera, anzi.


Poi arrivarono gli anni '60 e poi il femminismo: e fu tutto un fiorire di cose belle ed estrose, ma anche comode, adatte alla vita che le donne scoprivano di poter e voler fare. I tacchi non furono demonizzatiì, a riprova del loro indiscutibile fascino, ma la scarpa piatta venne nobilitata, e diventò di uso comune.
Dagli zoccoli e i sandalini degli anni '70 al tacco dodici di oggi, per non parlare delle punitive shoes: la storia del costume non è priva di contraddizioni e così facilmente semplificabile, è vero, ma non si può non notare come tutto ciò che può rendere la vita scomoda alle donne in questi anni sia tornato di prepotenza. 
Tira su di qui e stringi di là, stai attenta alle unghie e togli tutti i peli, barcolla in giro e fai più ore che puoi in palestra. Marylin Monroe, con la sua pancetta e il suo ampio culo, rimane un sex-symbol: ma non si capisce più perchè.  
Stiamo tornando - o ci siamo già in pieno - a quella "dittatura della moda" che portò i medici del primo Novecento a scagliarsi contro i corsetti e i bustini che favorivano ogni tipo di malattia femminile, impedendo una corretta respirazione. Basta guardare le spalle e i fianchi delle ragazzine, innaturalmente stretti, per rendersi conto di come le donne siano state convinte, ancora una volta, ad essere nemiche di se stesse. Come da nota citazione "Le donne sanno fare tutto quello che fanno gli uomini, ma lo fanno all'indietro e coi tacchi a spillo": ma non c'è granchè da vantarsi, a ben riflettere.

L'industria del corpo è oggetto di molti studi e denunce, e non sarò io a cambiare le cose con questo sfogo bloggeristico, tanto più che non posso affernare di essere immune da tentazioni stupide e ancora più stupide angosce riguardo il mio aspetto. Ma quei passi sgraziati di tante donne che già faticano a tenere insieme i pezzi della loro vita senza doverlo fare per di più sui trampoli...be', che tristezza.

martedì, ottobre 26, 2010

MOMENTI


Scorro la home di facciabuco, c'è un filmato di un momento degli scontri a Terzigno. Casino nella notte, grida in napoletano, spari e botti, dieci poliziotti intorno ad un uomo a terra: chi filma la scena è lontano, non si vede se e come e quanto stanno picchiando. Noi genovesi abbiamo negli occhi scene ben peggiori, ma sicuro i poliziotti non sono lì per aiutare l'uomo a rialzarsi.  
A un tratto uno dei poliziotti si avventa sull'uomo, sembra che lo prenda a calci, gli altri si fanno ancora più stretti intorno a lui, forse anche loro ci dan dentro con gli scarponi. Infine, lo portano via, trascinandolo per terra. Se ci fossero ancora i cavalli, magari lo avrebbero attaccato a quattro cavalli lanciati in direzioni diverse. 
Come nel West, ma lo sceriffo di solito sta dalla parte dei giusti. E qui no. 

Dicono che c'entri la camorra, negli scontri. E' un'ipotesi credibile, chissà: non era difficile pensare che ci fosse la camorra dietro al putiferio che sulla spazzatura di Napoli scoppiò quando al governo c'era Prodi. E che il cavbanana sia ormai in declino è sotto gli occhi di tutti, non occorre essere dietrologi per capirlo, perciò è lecito ipotizzare che ormai la questione venga ampiamente manovrata per influire sul quadro politico. 
Ma, detto questo, chiunque fosse l'uomo a terra, fa ribrezzo vederlo trattare così. In tempi ormai antichi, ci hanno insegnato che dieci contro uno è da vigliacchi. Se poi i dieci hanno anche caschi e manganelli e l'uno è già a terra, da cosa è?

Non ho mai smesso di pensare che il G8 di Genova, nel 2001, fosse stata una prova. Una prova che lì per lì andò male per loro, nonostante le apparenze: la reazione che ci fu, a livello di media, opinione pubblica e magistratura, a mio parere in quel momento bloccò la creazione di un potere statale basato schiettamente sull'uso della forza. Ma sono passati dieci anni, molto nel frattempo è stato dimenticato, altro è stato travisato, deformato, aggirato: non solo qui, non solo in Italia, ma in tutto il mondo. Non passa giorno senza che qualcuno registri abusi polizieschi: con i manganelli, con il taser, con le manette, con le botte, con i soprusi. 
Non che in passato andassero giù leggeri: i morti di Reggio Emilia furono dieci, Bava Beccaris ne fece ben di più. 
E forse è ovvio che la Crisi - come ormai la si chiama senz'altra specificazione, e il dato non è da poco - ha il suo peso nello scatenarsi di violenze pubbliche e private, ma mai come ora la "democrazia" occidentale è stata esaltata in modo acritico, difesa a suon di parole e di missili, mentre per affermarsi ha sempre più bisogno di ridurre al silenzio in tutti i modi i suoi stessi soggetti. 
Il paradosso è sotto gli occhi di tutti, e putroppo nessuno sa come opporsi davvero. 
E mentre scorrono le immagini, parte dal mio mac la voce di Cat Stevens, munscèdouv munscèdov con quelle sonorità semplici degli anni '70, con quella specie di gioia cazzuta che avevano le canzoni, i passi, gli slogan, le risate, i cori: non mi avrete, perdio! Mi vengono le lacrime agli occhi: succede, a noi cinquantenni, a noi ex-figli dei fiori, a noi ex tutto e ancora zucconi. 
Ma entra dalla porta il KGgB , così bella, così Diversa, che torna dopo la serata di canti rivoluzionari, insieme alla sorella. Non mi avrete, perdio.


mercoledì, ottobre 13, 2010

VOLTA E RIVOLTA


Ieri sera, mentre fuori infuriava la guerriglia urbana - che, insomma, non è mai come la presentano le tv, ma bella cosa non è stata, e speriamo che metta in difficoltà Maroni, almeno -   e qui in cima alla Rocca impersava la tramontana infierendo sulla caldaia ancora da finir di sistemare, io volevo parlarvi di fiori e farfalline. 
Lo faccio oggi, che i serbi nazi ma babbaloni ("su, salite sul pullmann  che vi portiamo a casa", e trac in questura) non sono più in giro, ma la tramontana imperversa sempre e il Wwf, d'altro canto, ci ammonisce che quella Natura a cui facciamo riferimento è un bel pericolo per sei milioni di italiani se non ci sbrighiamo a trattarla meglio e con più considerazione.  Ma in sole sette righe ho già messo materiale per tre libri, quindi inizio dal comincio, che è il bell'incontro che c'è stato allo Zenzero ieri pomeriggio.  

L'occasione è stata il libro "Il capitale delle relazioni", edizioni Altraeconomia, che non ho ancora letto e che racconta 50 esperienze di economia alternativa. 
Relatori erano il Dario e la Giorgia degli Orti sinergici di Vesima, la Deborah Lucchetti dei vestiti "MadeInNo" nonchè presidente del Fair, Nando Della Chiesa (in quanto presidente di Libera, credo), Maurizio Gubbiotti di Legambiente e, naturalmente, l'editor del libro, Massimo Acanfora, che ha dato forma alle storie raccolte.
Fra tante cose  belle e intelligenti - e non è una formula - che sono state dette anche dal pubblico e che meritebbero molto più spazio di quanto un lettore di blog sia disposto a sopportare, c'è stata anche la questione del Tempo. 
Il tempo che ci vuole a far crescere i prodotti dell'orto, ha detto Dario. Il tempo necessario a far sì che l'orto sia un "bene di tutti", con il suo esempio, la difesa del territorio, le relazioni umane che vi si intrecciano intorno, ha detto Giorgia. Il tempo che non abbiamo, ha però obiettato Dalla Chiesa, e che ci ostacola nel proporre un' "altraeconomia" basata sui Gas, sul rispetto, sulle filiere corte e soprattutto sulle conoscenze e i rapporti personali. 
Un momento, ci ha detto dal pubblico una delle fondatrici del primo Gas genovese, il tempo che non abbiamo è solo quello che scegliamo di non avere, di non dedicare a noi stessi e alla nostra salute, è quello che dedichiamo a cose più futili per poi sentircene privi. L'altra economia, ha riflettuto con un bel salto teorico la Deborah, mette sul tappeto questioni non da poco correlate in primo luogo al tempo, per esempio ripropone le questioni di genere nel momento in cui mette l'accento su aspetti come la cura, il rispetto, la naturalità. O, per dirla efficacemente con una riflessione che la E. fece già tempo fa "... non vorrei che tutto questo biologico alla fin fine ci va nel culo a noi." Sottinteso donne.
Temi e problemi ancora senza soluzione, e son tanti: ma già il porseli è movimento, è resistenza a chi vorrebbe ricondurre  l'altra economia nel proficuo (per altri) alveo dell'economia solita.

E però c'era un particolare, direi poetico, che metteva d'accordo tutti:  bisogna tornare all'agricoltura, si diceva infatti partendo da più punti di vista. 
Non solo in senso proprio, per chi può e vuole fare il Contadino di Ritorno (una definizione carina, no?), ma anche tornare ai modi, ai tempi, alle logiche dell'agricoltura come ha da essere, cioè non quella industriale e spersonalizzata e avvelenata. L'agricoltura, l'orto, il coltivare come paradigma e metafora della vita e della società, è stato sottolineato: il concetto forse non è nuovo, ma ultimamente l'abbiamo ben ben perso per strada. 

E, insomma, già era carino che tante persone che fanno vite e hanno esperienze molto diverse fra loro  concordassero sul ruolo reale e simbolico dell'agricoltura, ma in più oggi ho trovato il video di questo tipo - del quale, confesso, non so nulla: qualcuno mi può illuminare? - che vale assolutamente la pena di vedere e ascoltare, come ho detto anche su FB.

Purtroppo, Blogger mi fa difficoltà sul video, quindi metto il link linkato, eccolo quai:

Parla di istruzione e di educazione: ne parla facendo ridere, gigioneggiando un po' e contemporaneamente dicendo cose molto profonde e intelligenti. Il che, trovo, è un ottimo metodo per far arrivare un messaggio:  il finale ( guardatelo tutto), non mi vergogno di dirlo, mi ha procurato un nodo proprio qui, alla gola. E lo cito qui perchè anche lui, to'! parla esattamente di agricoltura, da cui istruzione ed educazione dovranno prendere finalità e metodo.


I contadini, finora, sono stata la parte negletta dell'umanità: solo raramente hanno ricevuto la considerazione della Storia e ancor più raramente quella dei loro colleghi proletari. Eppure, ormai si potrebbe cominciare a riflettere che le uniche rivoluzioni, dopo quelle "borghesi", che ci sono state nel mondo sono state fatte da contadini, e non da operai come preconizzava Marx. Che il gran barbone si sia sbagliato?




martedì, agosto 31, 2010

CAPRE E PANCHINE

E alla fine tutto è andato a posto, nella zona Cesarini delle ferie.
Sono state fatte (con Fimo e bottoni) le maniglie per l'armadio che le aspettava da febbraio, è stato appeso lo stemma di famiglia (l'insegna della polleria dei miei nonni) e si è ricreato l'Angolo dello Gnomo (con tavolino mignon irrinunciabile, come direbbe un'agenzia immobiliare).
L'urlo di Munch gonfiabile e gonfiato ha trovato la sua collocazione e io non devo più stendere contorcendomi come un derviscio, chè il balconcino è stato sgombrato.
Sono stati fatti progetti di guadagni etici e divertenti (no, non dico quali sono, per ora: ma pensate all'improbabile e aggiungete un po' di assurdo), e subito dopo progetti di spesa -uh, quanto siamo più bravi, in questo.
E già che eravamo in vena di repulisti, è capitato anche di spazzare via un eccesso di
soldatinismo coraggioso che era lì a mettere in tensione tutto il resto: ma per fare ciò ci sono voluti un po' di passaggi - non del tutto piacevoli, neh? - compresa una furente camminata sotto la pioggia, sul mare grigio sotto i mattoni rossi e bagnati della Passeggiata di Nervi, fino in fondo. Bellissima, pur nel silenzio e nella rabbia che non si smaltivano neppure sulle panchine azzurre appiccicose di sale.
E poi ci sono stati un po' di amici e un po' di risate, un bagno crepitante (ah, è troppo carino: li vendono in bustina, nei reparti bambini) e la voglia di fare un sacco di cose nonostante l'ennesimo tentativo di eliminarmi. Che dev'essere come per Babbo Natale, che se non ci credi non ti porta i
regali, ho pensato: lassù qualcuno mi odia, essendo io atea più atea. A dimostrazione, questa volta mi è caduta addosso una lastra di marmo: piccola, d'accordo, ma sempre di marmo era. E io, tiè, con un triplo salto carpiato l'ho evitata, mi ha colpito solo di striscio alla gamba, come Tex Willer. E finalmente ho potuto sfoggiare i cerotti neri con i teschi, ben in vista.

Ma le ferie sono finite da otto minuti, perciò devo sbrigarmi a contarvi la conclusione: che è stata l'Aperitivo delle Capre di Mare. No, non è Kamasutra, è un doppio Mojito in un posto che definire affascinante è davvero fargli torto per difetto. E' dentro il mare, in pratica: per arrivarci bisogna aspettare lo stacco fra le onde.
E poi si è lì, tra una fila di cabine azzurre e una ringhiera, nella luce dorata che si spegne laggiù, a guardare il traghetto che pian piano raccoglie la luce dell'orizzonte fino a sembrare un iceberg, e le onde dalla spuma sempre più bianca nel buio che aumenta. I gestori sono giovani, e carini, la roba buena, e la colonna sonora ha fornito il tocco finale di surrealtà, con Joe Hill di Joan Baez.
Non si corre il rischio di stufarsi, di un posto così: anche perchè quasi duecento gradini tagliati negli scogli, più una lunga creusa lo difendono bene dal pericolo di risultare "troppo visto": se c'è qualcosa di peggio delle creuse in salita e dei gradini in discesa per arrivarci, sono i gradini in salita e le creuse in discesa del ritorno, al buio, e con i mojitos in corpo. Ma merita, merita assai.
Dulcis in fundo, non solo abbiamo trovato sulla bancarella di corsitalia il prezioso volume "Le domande della gente a Bertand Russel e le sue risposte", ma ho avuto la sorpresa di sentirmi orgogliosa delle mie origine comasche. Chè, diciamolo, non è una cosa che in cinquant'anni mi sia capitata spesso, specie dallo spargersi velenoso della leganort in poi: ma questi comaschi che cacciano via Dell'Utri gridando "Mafioso, mafioso" e poi cantano Bella Ciao mi sono piaciuti proprio.

lunedì, giugno 28, 2010

ESSERCI


Due belle giornate: e sarebbe un dato banale se le giornate non fossero state "giornate di sinistra", che ormai banale non è per nulla.
La celebrazione della
rivolta del 30 giugno nel circolo Arci omonimo, con tanto di distribuzione di attestati "Io c'ero" , è stata intelligente e commovente, ma anche "da ciocchi", come si dice qui: le testimonianze raccolte in un video e soprattutto quelle estemporanee in vivolive non hanno mancato di farci ghignare, anche se qualche compagno più anziano, una volta tornato al suo posto dopo aver ricevuto l'attestato, si asciugava di nascosto le lacrime.
Valeva la pena, e lo dico senza paura di sembrare patetica, di arrivare fin lassù, sulla terrazza dell'Arci 30 giugno da cui si vede tutto il mare e un bel pezzo della città: chè quando la Storia è viva, e ride e piange con noi, ci sentiamo confermati nelle nostre scelte e stiamo già meglio.
Senza contare che i vecchi compagni sanno scegliere anche il vino, una volta conclusa la parte ufficiale.

La sera c'era la nave, e la gente, dello
Sbarco, in concerto al Porto Antico: lungo la strada dal circolo Arci a lì, ci eravamo infatti imbattuti in quella che sembrava una visione dal passato: un mini-corteo sui marciapiedi, con tamburelli e bandiere rosse. Andavano incontro alla nave, così abbiamo strombazzato e salutato: stando alle foto di republikit al terminal traghetti la gente era ben di più di quella che avevamo visto sulla strada (sì, c'era anche la Marta, e invece no, il beppegrillo era lì solo per andare in vacanza, ci ha tenuto a precisare) in un riecheggiare quello che avevano raccontato gli ex- portuali: "Quando abbiamo cominciato la manifestazione, eravamo un po' preoccupati perchè eravamo pochi. Poi, man mano, siamo diventati sempre di più." Be', non proprio uguale all'oggi: loro quando erano pochi erano solo 30mila, e poi sono diventati 100mila, in quel 30 giugno di cinquant'anni fa.
Noi, ecco, forse un migliaio al porto antico eravamo, chissà. Ma anche se invece eravamo duecento, ci siamo divertiti: che nelle cose di sinistra più informali, più nuove, più impreviste si respira, secondo me, un'aria particolare che non è solo la voglia di scatenarsi nella taranta.
E' la gioia di scoprirsi ancora creativi, e zucconi, e fin geniali - be', non è grande quest'idea stessa della nave? - e disposti a
sbattersi: che nelle piazze tematiche di domenica le cose erano tante, alcune bellissime come i giochi degli Ingegneri del Buon Sollazzo . E anche le cose più "normali", come i cibi biologici o gli opuscoli della Lipu ( e finalmente ne saprò di più sulle upupe), i discorsi dal palco, le vignette contro il governo dentro il palazzo del Comune, i bambini fricchettini, gli stand piccoli piccoli pur di esserci, la gente che trascinava valigie e strumenti e bambini continuando a giocare per strada, tutto aveva quest'aria di "momento salvato", di attimo ritrovato, da fare una linguaccia a Proust.
Ci siamo ancora, dài. E magari, chissà, magari ci riusciamo anche a reagire tutti insieme, prima o poi.

lunedì, aprile 19, 2010

MA SE...?


Questa cronica ma sempre più accentuata carenza di tempo nella mia vita - carenza di tempo per ciò che voglio fare, se voglio fare ciò che devo e che si spera mi serva per avere altro tempo, un paradosso alla Woody Allen - porta curiosi effetti di sorpasso in ciò che faccio.
Chè, per esempio, mi è capitato di scrivere "copre tutto come cenere di vulcano" ed ecco che la cenere, dopo mesi ma prima che il mio scritto fosse leggibile, è arrivata davvero, così parrà poi che io abbia ben poca fantasia.

E quindi, è un po' che penso che bisognerebbe rilanciare il nostro blog femminilfemminista e, idem, mi ha preceduto perfino il Corriere, che ospita Susanna Tamaro e, in risposta, Maria Laura Rodotà sul tema "Siamo più libere ora o vent'anni fa?"
La Tamaro, che si sa e si immagina quanto ci piace da queste parti, fa un bel minestrone in cui riesce a sostenere che le ragazze di vent'anni fa (ma direi che erano trenta, neh?) praticavano l'aborto clandestino per stupidità e gusto dell'avventura, quelle di oggi praticano l'aborto legalizzato per stupidità e conformismo. Poi scrive un altro milione di righe per arrivare a una filippica contro l'imperare dell'esteriorità, sacra e condivisibile indignazione se non viene usata per recriminare "si stava meglio quando si stava peggio".

Di Maria Laura Rodotà, non essendo io lettrice del Corriere non è che ne sappia molto, ma insomma risponde alla Tamaro con un certo qual buon senso, ridando a Cesare ciò che è di Cesare e non di sua figlia: chè se ragazze e ragazzine considerano il loro corpo una merce o una chance non è colpa del femminismo ma del liberismo, che tutto mercifica e vende.
Detto ciò,
Rodotà però scaglia anche lei la sua pietra contro il femminismo italiano che secondo lei ha avuto il torto di rinchiudersi in dotte e avulse disquisizioni sulle differenze di genere, trascurando più concrete possibilità offerte da spazi come le "quote rosa" o il semplice rispetto verbale e fisico.
E' un punto di vista interessante anche se un poco banale, diciamo il vero: che il femminismo italano non è certamente stato più incapace della sinistra in generale di difendere le proprie conquiste. Anzi. Soprattutto tenendo conto che quelle conquiste sono state ben più difficili e sono tuttora più fragili, e ancor più tenendo conto di come la sinistra spesso si trovi a destra non appena si parla di diritti delle donne.
E, come fa notare intelligentemente questo blog, far dire alle donne quali errori ha fatto il femminismo scrivendo su giornali da uomini ( be', quanto donne comprano il quotidiano, tanto più se di area centrista, per non dir di destra?) sta diventando il nuovo, stupido sport.
Sarebbe comunque interessante discuterne, io credo, così come sarebbe utile e intelligente confrontarsi su altri temi.

A me piacerebbe, e lo dico qui sperando che l'ipotesi venga raccolta e migliorata, mettere in piedi un blog "aperto", che sia uno spazio di intervento possibile anche per qualche lettrice dei nostri blog che vuol dire la sua, per esempio, (e perfino qualche lettore/blogger, come già era successo su Sempre l'otto marzo ) e che, perchè no, comprenda anche una certa dose di "saperi femminili" come rimedi naturali, segnalazioni di prodotti interessanti e soprattutto di libri e spettacoli, di fai da sè e di trucchetti consumismofree.
Ne farei, se trovassi qualcuno per renderlo appunto collettivo, un blog rapidissimo e tendenzialmente utile: che anche le riflessioni servono a qualcosa se sono corte da leggere (sì, lo so, predico bene e razzolo male, ma proprio perciò spero in copiosi interventi altrui), e penso anche che tante pur sacrosante indignazioni potremmo farne una sintesi senza che nessuno ci soffra. E anche se sono corte da scrivere: spesso ci sono articoli, video, notizie che su facciabuco resistono in pagina tre minuti, mentre un copincolla su un blog potrebbe dare quel migliore risalto che magari meritano.

A giudicare da ciò che mi dice lo sciaìni sui miei post che affrontavano temi come la pillola del giorno dopo, le mestruazioni, l'aborto ecc. , il bisogno di informazioni è vasto e si rivolge alla rete: perchè non dare il nostro contributo?

Anche così, senza tanto clamore, si fa opera di Resistenza.

Ma qualcuno si ricorda password e nick di Sempre l'Otto Marzo? O facciamo un clone?