Visualizzazione post con etichetta idee. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta idee. Mostra tutti i post

lunedì, giugno 20, 2011

STUPIDITA' SENZA CONFINI

... che è un po' l'opposto di tutte quelle belle cose che ormai, per definirsi, si fanno chiamare Senza Frontiere, e ci sono i medici come gli insegnanti e come perfino gli ingegneri (vispi). 
La stupidità di solito invece le crea, le frontiere e i confini, ma al tempo stesso è sostanza gassosa capace di espandersi nei luoghi e nei modi più impensati. A volte può sembrare opinabile: io, ad esempio, ritengo che sia sommamente idiota portarsi d'abitudine un cane in borsa, declassandolo da animale a futile oggetto con il prestesto di non farlo stancare. D'altronde, trovo ancora più idiota le mamme (di solito minute e gracili, o obese e affaticate) che si caricano gli zaini scolastici dei figli, e se i figli sono due le mamme portano due zaini.
Ma, vabbe', la Stupidità regna sovrana un po' sempre, in fatto di educazione dei fanciulli, e non sparerò sulla croce rossa. 

Mi piace però segnalare questo post della brava Cristina Nadotti, blogger di Republikit che si occupa di animali & dintorni, perchè si tratta di una stupidità apparentemente innocua: chi si fa un piercing io credo possa pensare che anche il suo animale troverà gradevole l'esperienza, come pare abbiano fatto in molti. 
E io che non sono una fanatica animalista ("li ammazzerei tutti" - no  grazie: una bestia è una bestia e un uomo un uomo, se ammazzare il secondo fosse il modo giusto e sensato per salvare il primo dovremmo suicidarci tutti) mi imbufalisco appunto più per la mancanza di pensiero intelligente che per il "male" fatto allo sciagurato Pet.  
Se il suo padrone arriva al punto di fargli fare i piercing c'è da supporre che il torto maggiore che gli fa sia non tanto il piercing quanto il rifiuto della sua animalità e la costrizione in un universo di valori del tutto umani, senza rispetto per la diversità. Ma forse esagero e sopravvaluto, perchè chi nella gara di stupidità arriva secondo più probabilmente si comporterà un giorno in un modo e l'altro nell'altro, semplicemente per capriccio e convenienza, già. 
In ogni caso, e sperando che gli animalisti non vogliano linciare anche a me, ribadisco che la mia indignazione è più per l'uomo che si fa bestia che per la bestia costretta a essere uomo. 
Anche perchè il primo aspetto della questione fa danno anche quando teoricamente vuol essere "positivo": gira ad esempio sul web una lunga sequenza di fotografie in cui si vedono campesinos sudamericani raccogliere in grandi sacchi uova di testuggine. Le scritte (anonime, of course) che accompagnano le foto gridano "Vergogna in Costarica! Si rubano le uova delle tartarughe! E poi dicono che questa specie si sta estinguendo per il cambiamento climatico!" 

Il messaggio è un capolavoro, riesce a negare i danni fatti dal cambiamento del clima insinuando che tutto è colpa dei soliti bastardi, un po' come i baristi che non tengono puliti i bagni danno la colpa alla gente "che non si sa comportare". E ovviamente pare che il messaggio  sia falso come i molti suoi colleghi che viaggiano sul web: la raccolta delle uova è assolutamente autorizzata, dato che si raccolgono solo quelle da cui non nascerebbero comunque piccoli.
E, in ogni caso, la nostra presunzione occidentale mi fa ribollire il sangue: ben vengano programmi, aiuti e interventi per dare alle popolazioni locale alternative a tradizioni e necessità che oggi fanno a pugni con la conservazione della natura, ma additare alla vergogna della povera gente che scava a mani nude sulla spiaggia... ma quale amore per gli animali può giustificare un simile disprezzo per le persone?
Ma c'è anche un'altra versione della spiegazione della raccolta: la popolazione locale starebbe collaborando a un piano di un Parco Nazionale costaricano, spostando le uova da un luogo all'altro proprio per dare alle uova maggiori probabilità di schiudersi. Lo testimonia, fra l'altro, questo blogger che racconta per bene come stanno le cose.
Eppure nessuno  riprende la seconda versione, anche se la bufala gira da anni sul web ed è facile verificarla, e in questo caso la stupidità è anche masochista: cosa ci spinge a preferire il pensare che l'umanità sia bieca e cattiva, invece che buona e collaborativa?

lunedì, aprile 04, 2011

AVE E.T.

Altro giro altro regalo, anche oggi abbiamo scoperto viuzze nascoste, creuze, fiorellini rari e tarassaco, filo e spinato e portoni murati. C'è una barca dentro un improbabile e trascurato giardino pieno di sole, c'è la scritta "bice puttana, però in fondo ti amo ancora", c'è la casa tagliata a metà con il tubo di scarico che passa sopra la creuza, c'è il grande cancello da villa inglese e il citofono di quello che forse non è molto simpatico visto sì che gliel'hanno spalmato di vernice rossa, c'è la sorpresa di capire dove si è finiti dopo mezz'oretta di cammino fra muri ed edera - in linea d'aria vicinissimi, ovvio.
Se vi noio ditemelo, o miei silenti lettori, ma io questa cosa del camminare devo dirvelo di nuovo, che mi stupisce ogni volta: andare in giro con i piedi e con gli occhi  è come quando Alice esce dalla porticina ed, ecco, c'è un mondo tutto diverso. Un mondo senza fretta, pieno di storie che si possono inventare per poi dimenticarle subito dopo - qui c'era una finestra, o era un portoncino? e bice sarà sposata, ormai. con un altro, già - pieno di colori di sole e non di vernici (adesso, poi, che la primavera fa sfoggio...), in cui se c'è un ronzio è quello di un bombo e non di un motore. 

Ma anche dove le strade sono strade con le loro inevitabili auto accanto e i passeggini e i joggers e i pattini e i cani, dio quanti cani ormai e che obbrobrio quelli che se li portano in braccio... ecco, anche lì l'umanità offre sorprese. Ve l'avevo anticipato, le foto notevoli di oggi sono quelle di ieri: e ci vorrebbero gli studi antopologici del KGgB per spiegare come la "devozione popolare" abbia ancora biosgno di nicchie, e statuine e fiori e lumini.
Perchè le nicchie - due, ne ho contate, ma chissà se ce ne sono altre, nascoste - sono fra le pietre del muro sul
lungomare e le statuette sono di plastica e il lumino dura 30gg. (così c'è scritto), ma la rosa rossa era fresca e circondata da un verdissimo tralcio d'edera. E vien da chiedersi perchè, in questo già abbastanza deludente terzo millennio, ci sia qualcuno che ha il bisogno di crearsi un altarino supplementare, tutto suo, senza neanche prendersi la briga di inventarsi anche il dio da metterci dentro. Non sarebbe più carino, più creativo?
Così ho pensato che però potrei farlo io - volete venire? Pensavo di metterci un bel Marx - di cartoncino, che di plastica non è facile trovarlo -  ma forse è meglio, appunto, un bel dio nuovo di zecca. Un alieno di plastilina, un mostro di viti riciclate, un essere surreale di fili e lucine... sissì, l'idea mi piace. Chi vuol venire a sistemarlo? Mandatemi un sms, sarebbe bella una spedizione collettiva a tarda notte, no?

mercoledì, marzo 24, 2010

SE MIO NONNO AVEVA LE RUOTE ?


C'è una discussione che mi alita sul collo da un bel po': il brother si è messo a difendere il libero mercato, e stuzzica e provoca affinchè si dibatta, sapendo che prima o poi cederò. Infatti.
Io, premetto, non ho ben capito cosa sostiene il brother: perchè pare dire "supermercato è bello" e insieme "privatizzare l'acqua è un abominio", apparentemente saltando il passaggio "l'acqua si vende nei supermercati" (che non è un fatto ininfluente o casuale, ma come minimo propedeutico al commercio dell'acqua, come massimo necessario.)
La discussione appare in ogni caso interessante, anche se confesso subito che il mio testo principe di economia è stato e rimane "L'obelisco nero" di Remarque e di lì in poi mi sono un po' persa, nonostante il buon Karletto.
Mi pare comunque che il brother voglia sostenere che, in quanto principio, il libero mercato è cosa buona giusta, semmai è la sua applicazione che lascia a desiderare.
Effettivamente, ci sono economisti che mi sono fin simpatici. John Maynard Keynes, per esempio, è uno: disse alcune cose di buon senso, tra cui il fatto che il capitalismo a volte va corretto con lo statalismo, fu persona interessante e membro del Bloomsbury Group. E proprio lui, a quanto pare, oltre a essere convinto sostenitore dell'eugenetica, ideò e creò le condizioni per la macroeconomia. Cioè, banalizzando moltissimo si può dire che inventò teoria e modi attraverso cui l'economia poteva funzionare su scala mondiale, mettendo così le basi per quella che oggi è diventata globalizzazione. ... Mai fidarsi degli economisti, neppure se sono gay che sposano ballerine.
Keynes, in verità, aveva previsto meccanismi compensativi e trucchetti ingegnosi per "limitare" l'impatto dell'economia sulla società: sembra paradossale, ma fu lui a sostenere fra i primi che le onerose richieste economiche alla Germania sconfitta, dopo la Prima Guerra, avrebbero portato al disastro non solo economico. E così fu: la crisi inflazionistica che colpì la Germania e favorì l'avvento del nazismo (vedete che torna l'Obelisco Nero?) fu tra i motivi che spinsero gli Stati, dopo la Seconda Guerra, a cercare meccanismi di stabilità non solo economica (contro l'inflazione selvaggia, appunto) ma anche sociale, ad esempio sul versante dell'occupazione. Il tutto funzionò fino alla Guerra del Vietnam, che mandò in tilt l'allora principale azionista, per così dire, dell'Azienda Mondo.
Keynes, nel frattempo morto, fu allora buttato alle ortiche (non del tutto, ovviamente la parte a vantaggio del liberissimo mercato rimase) e con la crisi petrolifera, ci dice Wikipedia, si posero infine le basi di quella che è l'attuale economia.
Che, pare voler dire il brother, non ha molto a che vedere con il libero mercato. Io direi che i figli degeneri non per questo smettono di essere figli e che la globalizzazione sia figlia del libero mercato mi pare indiscutibile. O, sennò, forse bisogna intendersi sulle definizioni.
Ma, tanto per cominciare, mi chiedo: anche a prescindere dalla globalizzazione e dai suoi nefasti effetti, ci sono luoghi al mondo dove il libero mercato è stato o può essere applicato "correttamente", cioè secondo i suoi basilari principi, esenti da storture? Perchè, se invece parliamo di utopie, allora a me pare che perfino senza ricadere nel sol dell'avvenire ce ne siano in giro di ben più affascinanti... E non solo: a me pare che questo sia il momento in cui le menti brilalnti possono provare a crearne, di utopie, in cui l'aspetto economico sia compreso e fondamentale, ma magari innovativo, diverso, strano. Utopico, insomma, anche per gli uomini e le donne del 2000, non per quelli del 1700. Ma su questo tornerò, come disse Gargamella, ah se tornerò...!




giovedì, gennaio 28, 2010

DOMANI


Franco Carlini, il collaboratore del Manifesto e ricercatore scientifico morto improvvisamente qualche anno fa, scriveva anche o soprattutto di informatica. E ormai molti anni or sono aveva scritto, parlando di computer, che più o meno presto il computer in quanto tale sarebbe sparito, così come era già successo ai motori.
Non diciamo motore-che-frulla per parlare del frullatore, o motore-che-trasporta per dire l'auto (fa eccezione il motorino, è vero, pignolini: ma il diminutivo lo qualifica come oggetto del tutto diverso dal motore e basta) e così, diceva Carlini, avverrà con i computer. Oggi è già così in molti aspetti della vita - bilance, auto, sveglie, e insomma apparecchi di ogni sorta - ma paradossalmente tutte le funzioni che noi riconosciamo come tipiche dei computer rimanevano finora appanaggio del computer.
Vale a dire che quello che noi ci siamo abituati a considerare come la vera forza dell'elettronica, e cioè internet, giochi, notizie, video ecc. è rimasto, finora, una specie di "funzione globale" a sè stante."Mi metto al computer" significa, automaticamente, svolgere una di queste funzioni. L'IPad di Steve Jobs a me sembra che sia il primo fra i pur mille gadegts elettronici ad andare oltre: pesa come un ombrello pieghevole e le funzioni che assolve escludono forse giusto quelle dell'ombrello. Ci si può leggere, scrivere, telefonare, guardare, filmare e via via tutte le altre robe da programmilli: ma il riunire in sè le principali attività intellettuali e sociali lo rende, secondo me, esattamente quello che diceva Carlini.
Un po' come il modello T della Ford, forse, ma non più come l'omnibus a cavalli.
Che poi piaccia o no, che sembri invadente o magnifico, sta ad ognuno: io, in quanto macchista, sono un po' di parte.

nota del giorno dopo: come prevedibile,le polemiche sull'IPad si sono scatenate in quantità, e i difetti che vengono fatti notare - ad esempio, non è vero che si può filmare - non sono irrilevanti. Tuttavia, credo che l'IPad rimanga ugualmente un tentativo importante di superare Il Computer in quanto tale, assai più che l'IPhone o i notebook. Poi, può anche darsi che il tentativo non ci azzecchi ancora, ma a parere di un dummy qual sono io, la direzione è quella giusta.

domenica, gennaio 24, 2010

DUNDU U L'ERA UOLLI?

Si pensava, a tavola, che quest'anno cadrà il 50° anniversario del 30 giugno 1960
Do per scontato che chi mi legge sappia cosa fu il trenta giugno, ma in ogni caso c'è il link dove potete leggere i dati salienti, nonchè Wikipedia, da cui prendo questa bellissima citazione:
"Il 25 giugno durante un corteo di protesta vi furono alcuni incidenti, il 28 giugno il futuro presidente della Repubblica, Sandro Pertini affermando la sua opposizione al congresso (del Msi, n.d.r.) disse:
« La polizia sta cercando i sobillatori di queste manifestazioni (...) non abbiamo nessuna difficoltà ad indicarglieli. Sono i fucilati del Turchino, di Cravasco, della Benedicta, i torturati della casa dello studente. »
Grandiosissimo, neh? E i tipi nella foto sono i dirigenti dei sindacati e dei partiti di sinistra, in giacca e cravatta ma con i cordoni ben serrati, come si vede.

Epperò qui nella Casa nella Rocca si era su uno spirito più frivolo, pensando a cosa si potrebbe produrre per commemorare il 30 giugno.
Dalla
maglietta a righe bianche e rosse dei camalli - che nel caso, si può sempre rilanciare come la maglietta di Wally - siamo ben presto passati ad altri gadgets, sia commemorativi che attualizzanti, di cui vi fornisco l'elenco.

- racchiuso in un'elegante busta trasparente, un cubetto di porfido altrimenti detto "sanpietrino".

- riproduzione fedele - in metallo la "lusso", in plastica la più economica - del gancio, o rampino, da portuali che, dicono, comparve negli scontri di piazza qual segno distintivo della categoria.

- cartina di Genova ad uso dei congressisti: com'è come non è, sembra che i congressisti del Msi che chiedevano come arrivare all'hotel in cui avrebbe dovuto tenersi la manifestazione si ritrovassero facilmente sulla collina del Righi, vuoi condotti là dai taxi, vuoi seguendo le indicazioni. Nella cartina commemorativa, perciò, tutte le strade portano, da Brignole o da Principe, al Righi.

- giochino sonoro: capovolgendolo si potrà sentire, invece del Muu della normale mucca, il classico grido strascicato, lo slogan ripreso poi negli anni '70 e qualche volta anche un po' più in là: "A mooooeeeia, a mooeeia, a moeia", trad. "monta, matura" inteso come opposizione, rivolta, e fors'anche rivoluzione.

- souvenir di piazza De Ferrari: la fontana, purtroppo, è rotonda e priva di guglie, ma insomma.
- kit karaoke, con base e testo di "Emmu vinto na battaggia"
- riproduzione, in linea con la moda di oggi che privilegia modellini di armi, della mitraglietta: si racconta, e nessuno confermò nè smentì del tutto la voce, che un congegno di questo tipo fosse stata piazzata sulla caserma di polizia di Sturla appositamente per fronteggiare la rivolta. Peccato che, pare, i portuali se ne fossero prontamente impadroniti rimanendo lassù, sul tetto, a vegliare le sorti delle giornate.

Ecco, se avete altre idee siete liberi di contribuire: e se sapete chi può essere interessato a produrre questi gadegts, che tanto possono fare per instillare l'amore per la Storia, ditelo.

martedì, settembre 22, 2009

PICCOLO E' BELLO. E UTILE


Spiace parlare sempre di robe serie e pese.
Nel nostro piccolo, ci si diverte anche - per esempio guardando "I colori della magia" di Terry Pratchett che non è bello come il libro ma è comunque carino, oppure respirando il primo vento d'autunno sul mare, o ancora fotografando questa gente di pelo appena uscita dalla lavatrice: senza esaltazioni, insomma, ma con quel gusto delle piccole cose che val la pena di coltivare.
Poi si apre il giornale, la pagina web o, per chi soffre di questa depravazione, la tivù, ed ecco che il mondo pare scatenarsi nel consueto diluvio di pessime notizie.

Tanto che vien voglia di dargli torto: e guardando il resoconto del tipo che scandisce "Pa-ce- su-bi-to!" al microfono della chiesa durante i funerali dei parà, oltre ad ammirarne il gesto vien da pensare al libretto di cui ho già parlato, quel "Contro il niente" di Miguel Benasayag.
Che dedica parecchie delle sue non molte righe a sostenere l'idea dell'Azione Ristretta. Che, attenzione, non è il gesto di chi pensa di risolvere le cose da solo o, peggio, si chiude nel proprio mondo sentendosi magari anche superiore agli altri: no, l'Azione Ristretta è quella che, pur ponendosi in un contesto limitato - e riconoscendo che in questo preciso momento un contesto più ampio non c'è, non per tutte le azioni e i significati che vorremmo vi fossero compresi - è capace di essere di esempio, da memento e di stimolo ad altre azioni.
L'Azione Ristretta, dice MB, non cerca di arrivare per forza ad un "universale astratto", nè si rinchiude nell'individualismo: va invece verso il generale, verso tante molteplicità pur diverse che in quell'azione si riconoscono. E che, aggiungo forse semplificando, da quell'azione possono trovare forza e spunti per compierne altre senza rinunciare al molteplice, alla differenza: azioni non uguali e magari neppure tendenti allo stesso fine, ma con la stessa forza quietamente sovversiva.

Allora, io non so chi sia quel signore che sale sull'altare a scandire uno slogan da manifestazione. Non so neppure se, dopo averlo allontanato, lo hanno in qualche modo punito per ciò che ha fatto, così come non so se la sua azione in quel momento è servita o è sembrata controproducente. Senza dubbio, però, lui e chi, tra la folla, ha lanciato proteste contro la guerra che non serve affatto ad esportare la democrazia (leggete sul Manifesto quanto si prepara a diventare "democratica" Kabul) ha avuto il coraggio di compiere una piccola azione. Eclatante, in questo caso, ma comunque ristretta e pacifica, sovversiva proprio perchè piccola e quieta, condivisibile perchè semplice e diretta.
"Azione ristretta non significa effetti ristretti", chiosa Benasayag nel concludere un paio di pagine interessanti su questo tema che, ovviamente, mi piacerebbe avere tempo e modo per riportare meglio di quanto si possa fare su un blog, ma.

mercoledì, agosto 26, 2009

A PROPOSITO DI SCOPERTE











Io l'ho già detto, che adoro le cose che fa quest'uomo?
Lo trovate qui
.

(Vincent Maillard: Crepaccio, Paracadute e il dolcissimo Paternità)

domenica, luglio 05, 2009

E-STATE A CASA


Io la ooodio, l'estate. Ma, tale e quale a questo Paese di cui mi vergogno ognor di più, mi tocca tenermela.





Io li oooodio i progetti estivi, che fa sempre troppo caldo per realizzarli. Ma, devo ammettere, non riesco a evitare di farne.

Ed ecco quindi perciò allora che mi accingo o proverò a, spero e cercherò di:

proseguire, e magari finire, il gigantesco lavoro di smaltimento dei Libri che Non Ha Senso Tenere Ancora. L'evento è aperto a chiunque voglia partecipare; premi in palio, indovinate? libri.



fare una Spendizione da Lush, a Sestri Ponente, completa di merenda sotto il pergolato dell' annesso Bar di Altri Tempi e giretto per saldi nella zona pedonale. Partecipazione libera, chi ci sta?


imparare a usare come si deve la mia macchina fotografica. Ogni voce di esperto è bene accetta.



fare un pic-nic-merenda vicino a un fiume: capisco che per un paio di comune-tary questo è un divertimento un po' inflazionato e al tempo stesso monco senza canoe e gommoni, ma a me piacerebbe assai.


riuscire a organizzare un Quasi Vero Cineclub, con titoli, orari, e aria condizionata.





organizzare la Festa di Ferragosto per sopravvissuti, se ce la faccio.

andare in giro a scoprire il liberty genovese con un'operazione di intelligence, perchè spesso è nascostissimo dentro i palazzi: chi viene?





il giro in battello, se mai riusciremo a trovarne uno che vada per tutti.



passeggiate utili e intelligenti con le mie amiche, una per volta che si chiacchiera meglio. ma sarebbe bello anche una volta tutte insieme.




andare nelle librerie a spostare i libri fascisti. sotto gli altri, of course.




Ecco, per ora chiudo qui, ma sono sicura che qualche idea è rimasta fuori.
Ci organizziamo? A chi piace cosa?

mercoledì, aprile 01, 2009

RIFLESSIONI


Questo è un post che non è la prima volta che vorrei scriverlo. Un post che è già stato pensato in molte altre occasioni, da almeno vent'anni in qua, e per persone diverse - molte delle quali sono svanite dalla mia vita o addirittura dalla memoria, lasciandomi un frammento di "esperienza di vita", chè così viene chiamata.
Questo è un post che a volte ho pensato per me stessa, e a volte mi tocca di ripensarlo perchè tende ad essere soffocato da più bellicosi istinti.
Che sia chiaro, perciò, che non voglio mettere i piedi in nessun piatto - dalle parti della Comune-ty i piatti vengono già abbastanza calpestati senza bisogno dei miei interventi :-) - perchè è un riflessione generale, sul mondo l'universo e tutto quanto.

E' una riflessione sull'equilibrio e sull'equità.

Parecchissimi anni fa, io non ero molto amata nei giochi di squadra: pallavolo o fazzoletto che fosse, ho rischiato più volte le botte. Per fortuna ero agile e in più non mi lagnavo, nel caso, di sfracellarmi pur di fare punto, così le botte non me le hanno mai date. Ma le facce le vedevo, sissì, quando nel bel mezzo della lite furiosa fra le due squadre, io intervenivo calma:" No, il punto è loro, hanno ragione."
Era più forte di me: c'è qualche rigorosissimo antenato
cataro - i catari erano il partito marxista-leninista del cattolicesimo medioevale, una variante più severa del troppo allegro ascetismo  - che mi ha rovinato un po' la vita, e che non poteva astenersi dal riconoscere la ragione là dove mi sembrava che fosse. Neppure tacendo.
Oddio, sarebbe troppo bello se io riuscissi a vedere sempre la ragione dov'è, e perfino se riuscissi sempre a dar ragione a chi mi sembra averla. Nonnò, la storielletta amarcord è solo per dire che non ho esprit de corps: il che non significa che io non prenda le mie cantonate, non mi innamori di idee balzane e non le difenda appassionatamente, non litighi o non prenda posizione. Anzi.
Però credo che questa mia scarsità nel "sentirsi squadra" sia all'origine del cercare quasi sempre la motivazioni dei comportamenti altrui. Che non è una cosa sana da fare, in genere, come insegna il wiz ebraico in cui lo psicanalista si lascia sputacchiare tutti i giorni in ascensore da un suo collega, poichè il problema non è dello sputazzato ma dello sputazzante.
Infatti, una consistente parte dei miei pensieri inutili - tutti ne abbiamo un bel po' - gira intorno a questo grande busillis del capire troppo o capire troppo poco, essendo io perennemente in dubbio se quello che sto facendo può essere configurato come l'uno o l'altro errore. Naturalmente, mai risolvendo il dubbio una volta per tutte: altrimenti poi mi toccherebbe pensare inutilmente chessò, i gossip o le ricette o i commenti sul tempo.

E tutto questo è quindi solo la premessa alle mie riflessioni, giusto per dire in due parole che non voglio insegnar la vita a nessuno, dal momento che  sono convinta di non saperla.

Ma sono anche convinta che il diritto di dar fuori da scemi l'abbiamo tutti. Privatamente o pubblicamente, insultando ferocemente o minacciando il suicidio, parlando o agendo. Eccetera, secondo caratteri e storie. E che, quando succede che qualcuno dia fuori da scemo, l'esprit de corps sia una delle cose che fanno danno.
Poichè, in genere, si vengono a creare due opposti schieramenti e uno dei due è facile che sia formato da una sola persona. O da una sola categoria, o da una sola etnia. Succede, io credo, in tutte le comunità reali o virtuali: in caso di conflitto, c'è qualcuno che incarna il Torto. Magari ce l'ha, magari no.
E se sulle categorie e ancor più sulle etnie è più facile mantenere obiettività e lucidità di giudizio, se non altro in base all'assunto che ogni generalizzazione è perniciosa, e arrivare quindi ad un'opinione riconducibile anche razionalmente ai propri valori, nei conflitti tra singoli è difficile non lasciarsi trascinare.
Succede ai fansoni di uno dei due litiganti, e succede ai fansoni dell'altro, e per ognuna delle due squadre è l'Altro a incarnare il Torto, lui/lei solo/a.

Lasciatemi dire: non è mai così. E' logico, utile e fors'anche giusto che lo pensino, ciascuno dell'altro, i due litiganti. E' comprensibile, utile e fors'anche giusto che ciascuno dei due ricostruisca la storia comune nella propria memoria come se un riflettore illuminasse d'improvviso le zone d'ombra, che diventano i presupposti del Torto. E di qui a seguire: sono tante le cose furbe e sciocche che si fanno quando si è in mezzo a una lite per un posteggio, a un contrasto sul lavoro, alla fine di una storia, alla battaglia per lo spazio sul banco o per il più fico del ballo liscio geriatrico (non ridete, mi han detto che ci sono risse furibonde!).
E quelle cose giuste o sciocche le facciamo tutti, e quasi sempre le raccontiamo agli altri per averne non solo affetto e sostegno, ma anche appoggio etico e razionale. In quel momento siamo convinti di meritarcelo, che se mai è esistita una vittima quella/o sono io, ohimè meschina/o.
Ma, ecco finalmente il punto, io sono convinta che quasi mai si faccia bene a fornire sostegno razionale alle motivazioni che una persona può tirar fuori in una situazione di contrasto. Non abbiamo bisogno, per fornirle affetto e appoggio, di pensarla dalla parte della Ragione. Avrà le sue ragioni, che non necessariamente sono Il Torto dell'altro.

I rapporti interpersonali sono sottili equilibri tra equilibri differenti, come i castelli di carte, che sembrano solidi solo finchè stanno in piedi. E non sempre l'equilibrio che sta in piedi, del resto, è un equo equilibrio: fra colleghi, nelle amicizie e più di tutto nelle storie di coppia, l'equilibrio è spesso dato dall'accettazione di una disequità di base che, vista da fuori, potrebbe ampiamente meritarsi il nome di "iniquità". Ma che diventa davvero "iniqua" per uno dei protagonisti solo quando viene a mancarne l'accettazione.
Fino a quel momento, è percepita solo come "non equa" (e più spesso non viene neppure percepita) e può anche fornire moltissimi spunti ad interessanti contrasti: ma è solo quando il contrasto arriva a livelli "seri" che arriviamo a considerare non tanto la gravità della cosa in sè - qualunque essa sia - quanto l'ingiustizia nei nostri confronti. Dimenticandoci che fino a ieri quella stessa cosa ci sembrava fastidiosa, forse meschina o pesante, ma non così ingiusta come ci appare oggi. Anche perchè, in genere, una disequità viene compensata da un'altra in direzione uguale od opposta, esattamente come le carte che si fronteggiano e al tempo stesso si appoggiano l'una all'altra.
Ma nel momento in cui siamo diretti protagonisti di un contrasto, nel momento dell'urlo o del pianto o dello spintone, non siamo molto lucidi: sarebbe inumano riuscire a conservare, in quei momenti, la coscienza che abbiamo vissuto in un castello di carte.
Il contrasto potrà risolversi, eliminando la disequità o portandola a livelli di accettazione più equi o bilanciati, oppure potrà rivelarsi insanabile, e allora avremo anche più tempo per ragionare con calma e freddezza. E, di solito, per tornare almeno un poco sulle nostre posizioni, per capire che davvero Il Torto non è mai tutto da una parte sola, e se siamo bravi e fortunati anche per capire dove e quale è stata la nostra parte. Senza eccedere nel sentirci eroi o vittime, senza smentire del tutto ciò che abbiamo pensato con rabbia e tristezza, senza coltivare una rabbia e una tristezza ormai inutili.

In tutto ciò, le persone che ci vogliono bene ci faranno sentire il loro affetto e il loro appoggio soprattutto se, io credo, riusciranno a sottrarsi alla tentazione di credere davvero a tutto ciò che diciamo sull'Altro. Chè, in fondo, passate la rabbia e il furore, ci farà piacere essere considerati quelli che per anni non si sono neppure accorti di quanto fosse falso o gobbo o ignorante o superficiale o perverso o cecato o leso quell'amico/a, fidanzato/a, collega, amante ? Io credo di no, credo che il ruolo della vittima ci faccia sentire meglio per un po', ma poi sia una gabbia atroce. Così come credo che, in alternativa, dover smentire se stessi sia pesante.
Allora io penso che la cosa migliore che possa fare un amico sia quella di non credere del tutto a ciò che diciamo e pensiamo quando il cervello è pieno di rumore e di vento, mantenendo anche per noi  una piccola riserva mentale che forse ci aiuta anche a spegnere un po' la rabbia invece di alimentare il fuoco. 
Credo che, da amici (o da colleghi/fidanzati/amanti) , si possa e si debba mantenersi lontani da quella forma di spirito di squadra che porta ad assolutizzare cose, parole, condanne e accadimenti, magari convincendosi di essere tutti sulla stessa malefica barca: perchè stare lontani dal dramma e vicini alle persone, cercando almeno nella propria mente l'equità, mi pare il miglior modo di far sì che chi è in mezzo ad un contrasto possa recuperare più in fretta il proprio equilibrio.


giovedì, marzo 19, 2009

DI SCRITTURA E ALTRE MERAVIGLIE


L'amicae. si chiede cosa vuol dire rotondo, scitturalmente parlando, e intanto fa i suoi bravi esercizi di creatività, con il molo e i pennarelli.
Allora, ecco, io della scrittura ne ho fatto un mestiere: questo non vuol dire affatto che io ne capisca, però per forza qualcosa in proposito mi è venuto in mente.
Per cominciare,
rotondo secondo me è un po' come il gusto del vino: tenuto conto che non capisco nulla neanche di vini, direi che è qualcosa che ti riempie con soddisfazione il gusto, che ti fa sentire appagato.
Nel post dell'amicae., la scrittura rotonda è contrapposta al periodare breve: non credo che siano necessariamente in opposizione, ma certo con le frasi brevi è più difficile far sentire appagato chi legge, e forse anche chi scrive.
Il periodare breve, che oggi va per la maggiore, ha un sacco di vantaggi: è incisivo, veloce, si scrive e si segue più facilmente, si presta con molta più elasticità a "cambiamenti di stile" anche all'interno dello stesso brano (una frase descrittiva di sette parole non forma un contrasto stridente con una successiva in tono colloquiale, mentre due analoghi periodi più lunghi e complessi vanno accostati con prudenza decisamente maggiore) e, non ultimo, è più adeguato al ritmo della vita qual è oggi. O, meglio, a quello che vogliono farci credere sia il ritmo "giusto" della vita, e questo è tutto un altro discorso: ma le cose "lente" sono considerate, ormai per definizione, brutte e pesanti. Con qualche eccezione tipo Sting, forse, ma insomma.


La scrittura, in verità, non è - non dovrebbe mai essere - veloce: si può scrivere di getto e fortunato chi riesce a farlo bene, ma la rifinitura deve comunque essere minuziosa, precisa, "lenta". Le parole hanno bisogno di tempo per sembrare, a chi le scrive, qualcosa da leggere: e di nuovo viene spontaneo il paragone con il vino, che deve farsi e poi star quieto sennò fatto non è.
Per questo sono belli i blog che non richiedono correzioni, ripensamenti, rifiniture: hanno tolto la scrittura dal regno del "dev'essere" e l'hanno portata nel qui e ora.
Ma, attenzione, i blog non sono Scrittura: possono essere esercizi, documenti, forme espressive anche stupende. Possono essere racconti, così come lo erano un tempo le fiabe e le ballate dei cantastorie: ma quando si vuole tradurli in un libro (che è la forma che ancora diamo alla Parola Scritta, quella vera, anche se è un e-book) bisogna mettersi lì e lavorare di lima. Provate a leggere un blog, uno qualsiasi, tutto di seguito, come se fosse un libro: dopo un po' la noia mortale vi assalirà.
Allora, ecco: nei blog, proprio perchè non sono libro, il periodare breve ci sta bene, così come ci sta bene un giusto turpiloquio, le frasi monche, quelle gergali, i dialoghi surreali. Nessuno di questi è necessario, ma tutti contribuiscono a fare del blog, appunto, un blog: non solo nei contenuti ma anche e soprattutto nella forma, che secondo me è bellissima, nuova e stimolante.
E produce risultati strabilianti di cui la comune-ty è un esempio bellissimo, con il suo ventaglio di stili molto diversi fra loro e ognuno efficacissimo.
Però, si è detto, la Scrittura può, deve, essere altro. L'italiano, in particolare, non si esprime al suo meglio nella frasi brevi: è una bellissima lingua se usata in tutto quel suo contorcersi fra subordinate, coordinate e secondarie in genere che ne rendono così ardua l'analisi logica alle medie. Forse dico una scemenza chè mai ci ho pensato prima d'ora, ma neppure i dialetti italiani si esprimono per frasi brevi: basta pensare a com'è articolato, e ricco, un discorso in napoletano, una descrizione in lombardo, un insulto in veneto. I liguri, forse, fanno eccezione: ma, appunto, confermano.
Però non è solo questione di nazionalità, di radici, ovviamente: sono tanti gli scrittori che hanno un periodare ricco (non solo
Mailer che ignorava l'esistenza del punto così come di ogni altro limite) e, anzi, sono la maggior parte. Un periodare più lungo, un ritmo più disteso di per sè non fanno una scrittura rotonda, ma certo ci provano già con più credibilità di un insieme di frasi a singhiozzo. Che sarà difficile possano rotolare con piacere sulla lingua, lasciandosi assaporare, pronte a un ripiglio di gusto se appena si fa caso a quel sapore secondario, adatte a lasciarsi dietro quel retrogusto particolare... salvo che tutto ciò succede nel cervello e non nel palato.
E poi, ancora, bisognerebbe distinguere tra lo Scrivere e il Narrare, ad esempio, e provare a capire quale delle due cose si ha più voglia di fare: distinzione un po' capziosa, forse, ma che con la scrittura rotonda ha a che fare, chè essa cambia anche a seconda del ruolo. Ma lasciamolo per un'altra volta, va'.


mercoledì, febbraio 25, 2009

ROBA CHE GIRA


Mi è arrivato per mail. Non sarebbe da blog, che è lungo assai, ma ila Calamity un par di giorni si riposa e il tempo per leggerlo, anche a rate, ve lo lascia. Io stessa non so bene cosa ne penso: la domanda fondamentale mi pare che sia: ma chi può fare tutto ciò? Tuttavia, alcune cose sono carine oltre che giuste e mi pare che riprendere la proposta e meditarci un po' su sia sensato, se no altro perchp indica alcuni "altro modi" per fare le cose. E perchè, anche, si inserisce senza troppa fatica nel dibbbatito col brother.




Questo articolo è stato pubblicato su il manifesto il 13 febbraio.
Le disgrazie non vengono mai sole, lo sappiamo. Ad aprile scorso la
vittoria di Berlusconi e la completa sconfitta delle forze politiche
di sinistra. A settembre la crisi finanziaria che apre la più grave
recessione mondiale da
settant'anni. Proprio quando più è necessaria una politica capace di
governare la crisi, i vertici delle piccole formazioni di sinistra --
nel frattempo divise in ogni possibile frazione -- prospettano di
presentarsi alle elezioni europee di giugno con tre o quattro liste
diverse, sicure di non superare la soglia di sbarramento al 4% imposta
dal governo e da Veltroni.
Se i partiti non pensano a "saltare un giro", come ha proposto il
direttore del manifesto Gabriele Polo, certo ad astenersi ci
penseranno gli elettori di una sinistra che nella società resta viva e
vegeta, ma non trova un'espressione politica degna di questo nome,
mentre altri cederanno alle sirene populiste di Antonio Di Pietro o
Beppe Grillo. Una via d'uscita, con un passo indietro dei partiti, è
stata proposta sul manifesto, prima da Giorgio Parisi, il 22
novembre 2008, poi con la proposta di Rina Gagliardi del primo
febbraio scorso. Proviamone la fattibilità, allora.
Che cosa c'è oggi di sinistra in Italia? Milioni di persone si sono
date da fare da aprile in poi.
Gli studenti sono entrati in agitazione come mai da decenni, il
sindacato ha organizzato decine di scioperi e le cento manifestazioni
della Cgil, abbiamo avuto i cortei per la pace in Medio Oriente
durante il massacro di Gaza, mille
iniziative antirazziste contro le nostre barbarie quotidiane verso gli
immigrati, le idee del Forum sociale mondiale di Belem e migliaia di
piccole campagne locali. Tutto questo non si è ancora tradotto in un
protagonismo politico e le
esperienze migliori, come l'iniziativa per una Sinistra unita e
plurale promossa dal gruppo fiorentino intorno a Paul Ginsborg, non
hanno fatto la strada necessaria. Eppure, è sempre dalla democrazia
come partecipazione che dobbiamo partire.
Se l'obiettivo è far vivere una sinistra -- sociale e solidale,
ambientalista e pacifista, plurale e unitaria -- e portarne la voce a
Parlamento europeo (e magari negli enti locali), diventa essenziale
definirne le forme e i contenuti.
Paradossalmente, sui contenuti il lavoro è più facile: il tracollo del
neoliberismo e la nuova presidenza Obama aprono l'opportunità per
politiche contro le diseguaglianze e per i diritti dei lavoratori e
delle persone, contro la
speculazione finanziaria e per uno sviluppo sostenibile e di qualità
come risposta alla crisi, contro le guerre e per riduzioni delle armi
e della spesa militare. E' soprattutto sulle nuove forme di una
politica che sappia esprimere le energie del paese che occorrono idee
nuove. Ne proponiamo dieci, che possono tracciare la strada da oggi
alle elezioni europee -- e magari avviare un più lungo percorso di
ricomposizione della sinistra. Le abbiamo
riprese dalle migliori tradizioni del movimento operaio, dai Verdi
all'inizio della loro storia, dalle pratiche più avanzate di
democrazia in giro per il mondo.


1. I partiti saltano un giro e si presenta una lista della buona
politica, con al centro i diritti, la pace, l'ambiente, il lavoro,
un'altra idea di sviluppo, la questione di genere. A governare
quest'esperienza si scelgono sei "saggi" (che non si candidano), tre
uomini e tre donne, che non siano politici di professione e con
importanti esperienze di lavoro nei movimenti, nel sindacato, nella
cultura (lo fecero i Verdi per le prime candidature negli anni '80).


2. Associazioni, movimenti, sindacati, comitati locali, giornali come
il manifesto, reti e voci della società civile che vi aderiscono
diventano i "garanti" di questa lista, in accordo con i partiti che
rinunciano a presentarsi con i loro simboli alle elezioni europee. Si
stabilisce un "patto di consultazione" tra gli eletti e i movimenti
per concordare in modo permanente politiche e iniziative.


3. Da questo mondo emergono le candidature alle elezioni. C'è
incompatibilità tra candidature e cariche di partito (una tradizione
degli albori del movimento operaio) e c'è un limite massimo di due
mandati tra parlamento europeo, nazionale, consigli regionali. In
questo modo si evita che la politica sia un lavoro a vita.


4. Si organizzano le primarie per la scelta dei candidati e per
definire i contenuti del
programma politico. Una consultazione di massa sulla politica, una
pratica di democrazia diretta
che ha dato buoni frutti perfino nell'Unione.


5. Le liste dovranno avere lo stesso numero di uomini e di donne,
presentati in ordine alfabetico. E' una lezione da imparare dal
femminismo: riconoscere la dimensione di genere della politica e
favorire la partecipazione di tutti e di tutte.


6. I candidati si presentano nel collegio dove risiedono o svolgono
abitualmente la loro attività. Questo valorizza la dimensione
comunitaria e locale, il rapporto della politica con il suo
insediamento sociale.


7. Gli eletti avranno una retribuzione massima complessiva di 100mila
euro lordi. La quota eccedente viene versata nei fondi della lista. Il
rinnovamento della politica parte anche dalla sobrietà dei protagonisti.


8. La metà dei fondi della lista (finanziamento pubblico e quota delle
retribuzioni degli eletti) viene destinata a un "Fondo per la politica
diffusa" che sostiene le iniziative di movimenti, comitati, etc. E'
quello che facevano i Verdi
all'inizio della loro storia, utilizzando i soldi per progetti di
natura ambientale.


9. I meccanismi di decisione all'interno della lista e nel "patto di
consultazione" utilizzano forme di democrazia deliberativa, il metodo
del consenso, il sorteggio di rappresentanti ove necessario, evitando
la formazione di correnti e il voto a maggioranza.


10. Tra le attività della lista c'è l'organizzazione di una
piattaforma web di e-democracy, utilizzata per informare i
cittadini, dare conto dell'attività politica e legislativa, effettuare
consultazioni con i propri elettori, praticare nuove forme di
partecipazione politica, dare visibilità ad esperienze locali. Le
opportunità di democrazia offerte dalla rete devono essere utilizzate.


Rimaniamo convinti che la rappresentanza sociale non debba sostituirsi
a quella politica e che il principio guida debba essere quello della
"pari dignità" delle diverse forme della politica (partiti, movimenti,
associazioni, etc.),
ciascuna con la sua specificità. Ma, in questo momento di emergenza --
con partiti sempre più frammentati e autoreferenziali, incapaci di
autoriformarsi -- ci sembra necessaria una scossa, una forte
discontinuità.
Queste dieci regole non rappresentato certo un progetto politico
complessivo -- altri sono i momenti per discuterne -- ma scegliere
questa strada, da qui alle elezioni europee, rappresenterebbe una
svolta, darebbe il segnale
che la sinistra è capace di provare a cambiare la politica e il suo
modo di essere. E anche di avere successo alle elezioni.

venerdì, novembre 28, 2008

COSì COM'E'


Un giorno aiutai una tipa a portare delle pentole. State attenti, che sembra un po' una favola africana.
Io uscivo da yoga, lei trascinava - letteralmente- quattro sacconi. "Vuoi una mano?" "Oh, grazie, non speravo più che qualcuno me lo chiedesse...." I quattro sacconi contenevano, appunto, pentole.
Pentole in pietra, bellissime. Non le portammo lontano, ma in due era comunque un'altra cosa.

A distanza di un annetto e attraverso giri improbabili che comprendono un contadino biologico molto ordinato - svizzero, potrebbe essere: porta tutto bel pulito, ben allineato, il bigliettino del conto che prenderebbe un "bravo! " dalla maestra - la mia fatica muscolare viene ripagata con consigli su come sfruttare al massimo le proprietà vitamiche e antiossidanti dei vegetali, inispecie ovviamente biologici.
Chè io ne so, di biologico, ma sulla pratica sono scarsina e mi limito a mangiare, preferibilmente crudo. E, soprattutto d'inverno, crudo è ben più difficile.
Così, la Tipa delle Pentole - lo so
, il nick non è carino ma immediatamente comprensibile - mi ha suggerito di fare centrifughe con ogni sorta di vegetali, come insalata e mela, pies. E fin lì, ok, magari ci potevo arrivare.
Poi mi ha insegnato a cuocere a vapore - tanto vapore caldissimo, la verdura dentro coperta, due o tre sbollentate e stop: così dovrebbe mantenere tutte le proprietà.
Poi mi ha detto che, sempre pies, se unisco una verdura tipo bietoline tagliate fini fini fini al riso quando è quasi cotto, loro si cuociono subito e il riso viene più buono. Ma mi ha anche detto che il miglio rinforza ben più del riso (ma questo lo sapevo) e il miglio fresco ancor più.
E, infine, mi ha dato i consigli "per osmosi": rideva anche lei, chè aveva paura la prendessi un po' in giro, ma mi ha detto che lei prova ogni sorta di impacchi con le verdure ridotte in poltiglia su viso e capelli. Prima fa le prove, e poi vede quelle che vanno meglio.
E, ha aggiunto, dopo le cure micidiali perchè non ti fai un bel bagno nel cavolo? Che i cavoli, tutti, abbiano proprietà fortemente depurative e risananti anche per contatto - venivano usati per asciugare le piaghe - è tesi sostenuta da millenni e da tutti i naturopati. Secondo la Tipa, io potrei tritare fine fine una grossa verza, buttarla nell'acqua del bagno molto calda e lasciare che là esprima tutta se stessa prima di buttarmici anch'io. E, già che ci sono, usare la polpa sparsa nell'acqua come uno scrub delicato.
E perchè no, dopotutto? Lush senza l'intervento di Lush, in fondo.
E senza, giurin giurella, mascheroni o formule rituali.
Vi farò sapere com'è andata, promesso.

domenica, settembre 28, 2008

COPIO RICOPIO



Ma è troppo carino - quel che una volta si diceva "in punta di penna" - questo pezzo, che metto anche per richiamare la vostra attenzione sull'appello di "Giornalisti contro il razzismo", sulle cui pagine potete trovarlo nel suo primo ricopio, chè il mio è il secondo:

"I rom che rubano tutto": a proposito di un articolo pubblicato dal quotidiano La Stampa

Un lungo articolo di cronaca che commenta un video girato di nascosto e che mostra due ragazzi che rubano. Il peso degli stereotipi e il legame con il clima di ostilità che circonda il popolo rom sembrano evidenti. Giuseppe Faso ha scritto una lettera al cronista e al giornale. Pubblichiamo tutto qui, convinti che sia necessario aprire una discussione seria sul comportamento dei media e sulla loro responsabilità
25 settembre 2008
Ecco il link all'articolo della Stampa, intitolato "Così i piccoli rom rubano tutto"

http://www.lastampa.it/Torino/cmsSezioni/cronaca/200809articoli/8165girata.asp

Ecco la lettera scritta da Giuseppe Faso, autore di un libro molto importante: Lessico del razzismo democratico. Le parole che escludono

Elia, 12 anni, sa che "tutto" - insieme a "nulla", "ogni", "sempre", "mai" e simili - è tra i segnali più sicuri di un discorso che esclude. "Sei sempre in ritardo", "non è mai accaduto che..", e simili espressioni servono principalmente e spesso a segnare una posizione negativa nell'interazione, aggredire l'interlocutore, evitare di confrontarsi con la specificità della situazione. Nel discorso civile, sono segni spesso di qualunquismo, più o meno consapevole, e l'adolescente, che sarebbe portato a usarne nei suoi conflitti di crescita, ha imparato a individuarli nei discorsi degli adulti - e a riconoscerne le retoriche a partire da quelle spie. Sulla "Stampa" di Torino, un cronista intitola trionfalmente: "Così i piccoli rom rubano tutto". Tutto? Tutto. Una scoperta sconvolgente e soprattutto ardita. Ribadita con orgoglio nella prima riga dell'articolo: "Ecco come i piccoli rom rubano senza che uno se ne accorga". Pare che con i tempi grami che si annunciano per la scomparsa delle intercettazioni telefoniche, qualche cronista si sia dato da fare per recuperare notizie altrimenti imprendibili. Che cosa c'è di meglio che le telecamere a circuito chiuso delle gioiellerie e dei McDonald's del centro di Torino? Un numero di appostamenti non chiarito (vedremo poi un possibile perché) porta a due "rivelazioni": due bambini rom che sono stati filmati mentre cercavano di trafugare, con lo stesso trucco secolare (un cartoncino in mano, dietro al quale nascondere un piccolo oggetto), uno (o due) cellulari e un portafoglio: non sappiamo se in un'ora o in un anno - su questo dato, che sarebbe assai interessante, tace il cronista che però non evita di registrare come il primo dei due ragazzini sia "con T-shirt nera «Armani jeans» e calzoni al ginocchio", un particolare ghiotto, a quanto pare, ancorchè non pertinente. Anche a me è accaduto di essere stato derubato, anni fa, e nel giro di poche ore: la mattina, un tomo voluminoso di concordanze della poesia italiana del Novecento - e il pomeriggio, un altrettanto voluminoso dizionario di latino, nuovo fiammante. Tutt'e due i furti sono avvenuti nello stesso luogo, una sala insegnanti del liceo dove lavoravo, sala poco frequentata da me che la chiamavo confidenzialmente "il pollaio" per via del presidio costante di alcuni colleghi chiacchieroni . Non ho pensato allora, e non lo penso ora, che quel luogo fosse poco sicuro, nonostante l'assoluta casualità dei furti subiti (con una certa allegria: in fondo non mi dispiace che qualcuno si interessi molto di libri, anche se in alcuni casi altrui): è accaduto in poche ore, ma potrei dire senza mentire che è accaduto in trentacinque anni di lavoro. Non posso concluderne che in un luogo così si rubi tutto, o sempre. Sarà per questo che non riesco a comprendere come il cronista torinese possa concludere che "così i piccoli rom rubano tutto". Diciamo che "così due piccoli rom hanno cercato di rubare un cellulare e un portafogli". E regaliamo una T-shirt Armani-jeans al cronista: come diceva Lacan nei suoi "Seminari", se compare una T-shirt non pertinente, in quell'immagine superflua è nascosto l'oggetto del desiderio.-

martedì, aprile 29, 2008

E SE...


... una volta tanto lo costruissimo noi, un muro? Ci chiudiamo dentro qui, quatti quatti, senza dir niente a nessuno.
Ci chiudiamo dentro anche con la Marta, che d'ora in poi fare gli schizzinosi diventa più difficile e nell'isolamento sarà più facile per l'amicae. darle qualche consiglio in fatto di camicie e capelli. Ci chiudiamo dentro anche con chi, qui, ha votato lega: che la maggior parte, qui, sono confusi nella mente e mica poco, ma forse con un bel muro intorno riusciamo a salvarli dal peggio.
All'inizio, sì, all'inizio magari possiamo chiuderci dentro con tutti quanti, facciamo che siamo zeneizi e basta, nè sampdoriani nè rifonda, così ci cascano tutti: mugugnando, ma ci cascano. Chè se qualcosa dà fastidio ai genovesi sono i foresti, si sa. Qualcuno che ci piace, gli amicici nostri di provata fede, li facciamo entrare di straforo e ci organizziamo così, magari con qualche sortita ogni tanto, ma discreta, senza dirlo a nessuno.
E poi, pian piano, quando i zeneizi si saranno abituati - e non ci vorrà molto, la chiusura ce l'hanno nel dna - casualmente qualcuno rotolerà fuori dal muro: il genialebeppegrillo, per dire uno degli artefici nascosti di questo gran successone politico. Il cardinaldellavergogna, per dirne un altro idem.
E scommetto che se ci mettiamo in casa della nessie con ognuno un
bigliettino quella ventina di nomi ciascuno li tiriamo fuori, anche senza volersi far trascinare dalle questioni personali chè poi un pansa non ci abbia da dire fra cinquant'anni. Eh, sì, anche noi i nostri guai ce li abbiamo, neh? Ma con un bel muro, tutto bello sforacchiato di feritoie, ecco che i nostri guai potrebbero scivolare fuori discretamente, senza troppo rumore, magari durante un concerto così se il guaio strilla nessuno lo sente.
E voglio vedere chi riuscirebbe a rientrare, a farsi aprire la porta dalla famosa ospitalità genovese.

Ecco, ognuno può immaginarsi il particolare che gli piace di più: gli sberleffi dall'alto delle mura, la porticina segreta per accogliere i fuoriusciti romani, i tunnel nascosti di comunicazione con i resistenti di altre città... E noi dentro che pensiamo alle aiuole, a trasformare il Carmine in Montmartre, che cantiamo Bella ciao al ponte monumentale, che compriamo gli aromi arabi nella più vecchia drogheria dei vicoli. La Stalingrado d'Italia: un po' acciaccata anche lei, già, ma - come dicono quelli che i muri gli piacciono - con un bel muro si limitano i danni, no?

giovedì, gennaio 17, 2008

MA SAI COSA...



...mi piacerebbe?
che, mettiamo, io stasera ho una bella citazione nel mio citarandom qui a fianco e, tac, prendo una freccia - magari fragolosamente rossa, soprattutto se piove così faccio più contenta l'amicae. e lo gnomobarbuto, che guardano il post e lo trovano tutto bel colorato - da un deposito segreto di frecce e la piazzo qui, che parte dal post di oggi e arriva alla citazione. Così chiunque legga qui legge anche lì e dice "uh, che carina!", oppure "mah, chissà..." ecc.
E subito dopo mettiamo che mi viene in mente tipo una ricetta di quelle che non si meritano tutto un post, oppure
ho voglia di dire qui che ieri sera ho mangiato i pizzoccheri, uh che buoni i pizzoccheri pur senza il burro nè il formaggio: e mica lo scrivo così, con un titolo apposta, che sembro scema. Allora mi piacerebbe che ci fosse, sempre nel deposito segreto, tipo un foglietto con una puntina, che ci scrivo dentro due frasi e lo appiccico per un angolo al post. E nel deposito ci sono anche... che so, stelle e palloncini e fumetti che ci faccio parlare chi voglio e insomma disegni che dentro ci puoi scrivere e scritte che dentro ci puoi disegnare - io solo i pois chè non sono capace di disegnare, però certe cose sono più carine se le dici a pois.
E ci sono anche cornici che se quel giorno vuoi che si noti di più la paperasiocca - ultimamente è trascurata, duole ammetterlo - le metti tuttingiro una bella
cornicina, perfino di doro, se vuoi. E magari ogni etichetta per la categoria ha il suo disegnino che fa meno muffa della parola anche quando la parola è divertente, e poi il disegno si capisce più subito. E poi sarebbe bello se i disegni si potessero solo trascinare con il mouse, che già adesso li trascino fuori da dove stanno, ma trascinarli dentro non si può.
Ecco che allora un blog così io lo riempirei di un bel casino grafico, mentre ora devo accontentarmi di metterci i disegni che più si avvicinano a quell'idea lì - a proposito, la giraffa e il cervo sono di valeriaechiara e gli altri sono
qui - e comunque tutto sta lì fermo e rigido. E allora finisce che tocca comprare l'agenda da feltrinelli e i pennarelli colorati, coi glitter e gli appiccichini.
Ma se ci fosse uno - e non faccio nomi - che putacaso avesse voglia di inventare tutto un sito elastico e ricco, con deposito segreto e un sacco di altri trucchi e che poi ci mettiamo anche tutte le nostre comunicazioni tipo ci ho la ricotta in frigo che scade e quattro mici da adottare, chi li vuole? e anche cose che magari un pochino la vita ce la cambiano (be', si può provarci, almeno) ... ecco, se ci fosse uno che vabene che adesso lavora tutto il giorno e perdio si diventa adulti ma insomma ecco se non si diventa così tanto adulti fìdati che si sta più allegri, se ci fosse sarebbe proprio bello. Per esempio, si potrebbe anche inventare la funzione Kamillo Kromo, che certi giorni che ti piglia male puoi mimetizzarti con lo sfondo: però solo un tot di giorni al mese, ovvio. Che a farlo sempre man mano ci si perde.