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domenica, gennaio 01, 2012

2012

Sul, sotto, intorno, al mio comodino campeggiano quelle letture che qualche tempo fa sarebbero state esaurite: poco o tanto metodicamente, ma in ogni caso smaltite. Di "Breve storia della vita privata" - andatevi a cercare i riferimenti giusti, neh?, che io non ci ho pazienza - di Bill Bryson, ed. Guanda, si può dire che sarebbe un libro bellissimo per chi ha già letto e sa già tutto in tema di evoluzione della vita domestica, mentre rischia di essere  un libro bruttissimo per chi ha già letto e sa già tutto della vita domestica. Bryson mette insieme un sacco di notizie, ricavate per lo più da fonti librarie via via pubblicate negli anni, con gusto delle curiosità e di quelle che un tempo si chiamavano "spigolature", microstoria ancor più frammentata fino a ridursi a piacevole o anche raccapricciante argomento di conversazione. Poi c'è " Verdure", 500 ricette di Emilia Valli, ed. Newton Compton, con dentro qualche segnalibro: la ricetta con le verze non è tanto buona, mentre la torta dolce alla passata di pomodoro e nocciole è favolosa. Indovinate cosa ho in casa? Esatto, verze.  Toccherà aggiungere altri segnalibri, sempre che qualcuno abbia voglia di cucinare, chè io mica tanto. 
Poi c'è "Elizabeth a Rugen", ed. Guanda, della contessa Von Arnim: assai prolifica scrittrice a cavallo tra '800 e '900, raccontò con perfida ironia la vita matrimoniale teutonica dei primi anni del secolo scorso, le delizie di un giardino selvaggio e anche storie drammatiche senza scadere nella retorica strappalacrime

E, proprio prima che la pila crolli, ecco la Natalia Aspesi raccogliere per noi i suoi giustamente famosi pezzi di costume con il titolo di "Festival e funerali" e, vicino, un bel librotto trovato sulle bancarelle un po' di tempo fa, che fa venir fame solo a guardarlo, i " 100 piatti etnici". 
Non che i due libri c'entrino l'uno con l'altro, così come ognuno non c'entra con nessuno degli altri o quasi, ma scommetto che a questo punto vi  piacerebbe sapere com'è andata a finire a Capodanno, ah-ah.
E' finita a Fondue bourguignonne - doppia, chè c'era anche quella di cioccolato fondente - senza nessun bisogno di ricette nè di libri, l'importante era sedersi a tavola e non alzarsi se non per effettive  necessità.  
Ed ecco arrivato il nuovo anno, fra risate, disegni orribili e morbidi pettegolezzi.

sabato, ottobre 01, 2011

MAMMUTH GIALLI E MAMMUTH E BASTA.


Vado in libreria - che, sia detto fra le lineette, è diventata scomodissima, con libri sulle scale, negli angoli, da girargli tutt'intorno. immagino che lo scopo sia quello di far fare fitness all'unica categoria rimasta sedentaria, quella dei lettori, e di distrarre quelli che ancora non lo sono finchè non si ritrovano ipnoticamente con almeno un libro alla cassa - e non trovo più nulla, grazie a un tipo di classificazione e presentazione che ancora non capisco. Tanarda io, non mi addentro. 

Ma sta di fatto che anche quando li guardo, questi libri messi in un ordine che non capisco, trovo: i noir, che aborro e aborrisco, in numero di tanti; i gialli, che mi piacciono solo sceltissimi e datati, in numero di tanti e non granchè scelti; i romanzi a sfondo storico, a volte noir o gialli a sfondo storico, in genere ripetitivi e assolutamente commerciali; i romanzi assolutamente commerciali. 
E le ristampe astute, sempre di più. "Vacanze matte", un romanzetto carino che esalta insieme lo spirito pioneristico americano e il valore non tanto della cultura quanto del saper applicare ciò che si legge, viene in questi giorni lanciato come "Novità". Peccato sia del '59 (ne hanno fatto anche un film con Elvis Presley) e che nessuno lo dica al potenziale lettore, dacchè forse anche il senso cambia un poco, no? 
Altrettanto dicasi per un divertente libro horror di Christopher Moore, uscito quasi vent'anni fa, che si chiamava "La commedia degli orrori", che avevo letto con gusto.
Dopo parecchio tempo passato senza alcuna notizia, da qualche anno escono altri libri di un autore con lo stesso nome: ne comprai un paio, sperando che mi piacessero quanto mi era piaciuto il primo, all'epoca. Invece no, peccato, e ne avevo dedotto che l'autore non fosse lo stesso. 
Errore, è sempre lui -  finchè è stato alle Hawaii, ci dice Wiki fra le righe, non ha combinato un tubazzo, poi è tornato nei produttivi USA -  e secondo me l'intervallo non gli ha fatto tanto bene, ma forse è un parere personale che risente dei miei gusti very slow. 
In ogni caso, anche "La commedia degli orrori" è ora in libreria come "Novità", con un titolo diverso: ma perchè, santi numi? Fino a poco tempo fa, presentare le prime opere passate inosservate di un autore che nel frattempo è diventato più noto era buona cosa anche per l'editore. Magari adesso, fra cocoprò e le fughe di cervelli verso gli agriturismi e i readings nessuno si ricorda più cosa si è fatto in anni antichi come il 1995, pies, e tutti si esaltano per aver trovato un tesoro rimasto sepolto, chissà...

Ma, soprattutto, in libreria trovo romanzi che parlano di malattie, lutti,  rimpianti e disordine e tragedie improvvise: non che siano tutti negativi nel loro senso complessivo, anzi, ma se uno di questi non è l'elemento centrale si può star sicuri che è almeno il controcanto. 
E' giusto così: la generazione che ora scrive e pubblica si è raccontata in molti modi, accavallandosi a quella dell'ottimismo per diventare quella della rivendicazione - rabbiosa, incazzata, spesso tragica, ma quanto viva! e imprevedibile, bizzarra, divertente... - e, se fosse andata come nelle epoche passate, a quest'ora sarebbe più o meno uscita di scena. 
Invece siamo tutti qui, con la testa piena di progetti, la voglia di lavorare - come sentirsi esclusi da quel mondo là fuori per mettersi a fare i nonni, ammesso che qualcuno faccia ancora bambini? - ma con i nostri acciacchi fisici e psichici, e quelli degli amici, e quelli del mondo se lo sguardo è appena più largo. E anche quelle sono esperienze, sono emozioni, sono pensieri che girano per la testa e per la penna, realtà che non si può fare a meno di trasformare in racconto.
Tutto ovvio, e giusto, così dev'essere: che ha da fare, d' altro, uno scrittore?

Ma io, ecco, arrivo a metà e scopro che in quel libro il malato lo avevano nascoto a pag. 132, e non ho voglia di continuare, di sapere cosa gli succede, di com-patire con lui. E se invece l'ecologista che gli muore la figlia sotto gli occhi mentre sta difendendo gli alberi (non l'hanno ancora scritto questo? me mi pare di sì, ma in ogni caso arriverà) arriva solo a pag.198, ecco, mi basta il sospetto che possa andare così.. e anzi, mi basta che dabbano difendere gli alberi. Perchè finchè si può agire ci si indigna e ci si incazza, altrimenti rimane lo sconforto di questo mondo così pronto a cambiare (mille segnali lo dicono) e così drammaticamente costretto a diventare invece sempre peggio. E potrei fare altri esempi, ma sono sicura che i miei personali grandi lettori hanno capito.

Quello che manca sono un bel paio di scrittori seriali, sì, ma umoristici: l'umorismo è ormai televisivo, e io ne sono tagliata fuori per scelta e abitudine. Non disdegnerei neppure la chick-lit  (se guardate il link, non date retta alla bestilità di Jane Austen come antenata del genere) , ma come orientarsi fra le molto irritanti, le abbastanza irritanti e le fortunate eccezioni?

Così, biblioteca comunale a parte da cui spero sempre che escano tesori finora me ignoti, ho pensato che tanto vale la mia libreria. Che è plurale, e comprende un sacco di bei titoli. E anche di roba che, finchè non provo a rileggerla, non posso neanche chiedermi "ma perchè l'ho tenuta?". E di romanzi che erano di moda trent'anni fa e ora forse sono quasi classici, o lo saranno. E di cult, con il gusto tutto privato di averli scoperti prima che lo diventassero. 
Insomma, perchè non mettere un bel "Novità" mentale su molte copertine e rileggere ciò che già ho, invece di farmelo rifilare con un altro titolo?

Quindi, se e quando le forze mi reggeranno, potrete leggere qui sopra - un trailer, cari lettori, questo post è il trailer più lungo del mondo - recensioni di libri usciti prima del 2000, ma che dico, prima del 1980, anzichè, addirittura prima del 1960. E ce n'è anche rifasciati con la carta blu, che daterei verso gli inizi del '900. 
Perchè - doppio trailer, cari lettori ! - da queste parti ai blogger di Blogger  si è unito un Mammuth Giallo che parla di film senza nessuno scrupolo, e mi fa sentire autorizzata a fare altrettanto con i libri. 
Qualche anticipazione? Elizabeth Von Armin, Georgette Heyer, magari Yehoshua... ( be', non fidatevi ciecamente. oppure ricordatemele).

giovedì, marzo 10, 2011

CONFORTI LETTERARI

Ecco, lì finisce che si suicida. 
Sto spoilerando, lo so, ma sarò lieta di fare ammenda se qualcuno mi dimostra che, arrivato a pag. 907, gli ho rovinato con questa mia rivelazione le restanti 275 pagine necessarie per arrivare alla fine de "La vita oggi". Che è l'ultima opera pubblicata dalla sempre meritevole Sellerio del fluviale Anthony Trollope, scrittore vittoriano (e anche l'inventore delle cassette postali rosse, tra l'altro) di cui ho già parlato più di una volta. 
Devo ammettere che lo leggo, come tutto il resto, da confusa autodidatta, e non so di lui granchè: quindi può darsi che sia cosa nota la sua passione per i dilemmi a sfondo etico  e per lo scavo psicologico di personaggi che si pongono in qualche modo oltre la morale. E se ne ""Le ultime cronache del Barset"" era il curato Crawley a essere protagonista di una non limpida vicenda senza tuttavia avere l'animo disonesto, ne "La vita oggi"  personaggi e vicende sono agitati dalla comparsa sulla scena di un truffatore senza scrupoli, dall'improbabile nome di Melmotte. 
Formalmente, le oltre mille pagine del romanzo sono dedicate all'improba fatica di una vedova con ambizioni letterarie, che cerca con ogni mezzo di mantenere con la sua attività il classico figlio dissoluto e la altrettanto classica brava figlia misconosciuta. "Con ogni mezzo", nella società vittoriana, non è ovviamente ciò che possiamo pensare ora: ma ipocrisia, adulazione, scambio di favori e debolezza morale sono il filo narrativo di questa satira presentata come una cronaca dei tempi.  Lord in miseria, bari, cacciatori di dote, scialacquatori, opportunisti, nobili sciocchi o semplicemente avidi fanno da contraltare ai pochi personaggi "positivi": un mugnaio che ragiona con i pugni, un possidente chiuso nella propria rigorosissima moralità, un promesso sposo indeciso a tutto, la ragazza succube della madre,  perfino una fanciulla del West assassina. Trollope mantiene tutti, buoni e cattivi, sul limite della comprensione e della simpatia del lettore: sì, fa un po' schifo, però... Fa eccezione, appunto, Melmotte: per lui non ci sono scusanti, è un truffatore venuto dall'estero, preceduto e seguito da voci inquietanti e tuttavia accolto ovunque in virtù del suo denaro, che spende e spande senza alcun apparente problema, fino a farsi eleggere in Parlamento.  

Vi ricorda qualcuno? Fin troppo facile leggere questo volumone in trasparenza, seguendo la megalomane follia di questo affarista inebriato dal suo stesso successo, gratificato dal proprio potere su persone così più altolocate di lui, esaltato dalla considerazione che riceve. Non fa distinzioni fra gli omaggi tributati al suo denaro e quelli alla sua persona, altrimenti dovrebbe accorgersi che i secondi non ci sono: ma Malmotte è tutt'uno con il suo denaro, e Trollope è bravissimo a delineare la progressiva disumanizzazione del grande truffatore. Quello che è interessante, più del ritratto e della scontata ma non del tutto vera constatazione che "non è cambiato nulla" sono i meccanismi psicologici che Trollope riesce a disegnare con precisione.
 Se noi, persone normali con un briciolo di senso etico, stentiamo a capire perchè si possa così rischiare la propria reputazione, la propria posizione, il proprio "onore" in spericolati giochini sporchi, siano essi economici o d'altro tipo, Trollope riesce a farci cogliere l'autoesaltazione di chi, sapendosi sull'orlo del precipizio, riesce tuttavia a rimanere in bilico. E spinge la sicumera, nutrita dell'adulazione altrui, a rischiare sempre di più in un' ebbrezza che si autoalimenta, sicuro che non ci siano nubi all'orizzonte che non si possano dissipare con soldi e corruzione, ma non rifuggendo dal provare a suscitare compassione e perplessità se queste possono servire. Melmotte non arriva a mettersi cerottoni sulla faccia, ma si fa un punto d'onore di ostentare superiorità e sicurezza anche quando sa di essere ormai rovinato. 
Poi, per fortuna, si suicida. E i destini di tutti tornano, a dispetto di o tempora o mores, più o meno a posto.
Ma, come si dice, è solo sugo di pomodoro e non realtà vera, ahimè.

mercoledì, marzo 09, 2011

CHIACCHIERE E RACCONTI

A teatro per Moni Ovadia, che ormai qui da noi chiacchiera come fosse nel salotto di casa sua, salvo che non lo si può richiamare ad un ordine mentale un po' più preciso, come invece si farebbe se lui non fosse su un palco. Insomma, uno svarione piuttosto che uno spettacolo vero e proprio, questo suo "Registro dei peccati" in cui si raccolgono citazioni bibliche, errori di traduzione (pare che la versione corretta di "Beati gli ultimi ecc." sia "In marcia gli ultimi della terra che presto saranno i primi": non proprio la stessa cosa, commenta Moni), storielle edite e inedite, riflessioni e provocazioni. Su tutte, almeno una mi sembra meritevole di essere notata, anche se ovviamente non mi ricordo il nome del Rabbi, che perciò chiamerò Rabbi Loew.
"Si dice che Rabbi Loew andasse nel bosco, in un particolare luogo, per accendere un fuoco e, cantando un salmo, pregare: in questo modo teneva lontani i pericoli dal villaggio. Quando morì, un altro prese il suo posto, ma con l'andare degli anni dimenticò il luogo preciso e si limitò ad andare nel bosco, cantando il salmo e pregando. Chi ne ereditò il compito continuò ad andare nel bosco, ma accompagnava la preghiera solo con un canto modulato, poichè non ne sapeva più il testo. Il suo successore si limitò ad andare nel bosco per pregare, e il successore del successore non andò più nel bosco. Tuttavia, si sapeva che un tempo c'era stato Rabbi Loew, che andava nel bosco, in un particolare luogo, per accendere un fuoco e, cantando un salmo, pregare: in questo modo teneva lontani i pericoli dal villaggio..."La storia rimane quando non c'è più altro ma, conclude Moni Ovadia, la storia è essa stessa la cosa che sembra non esserci più.
Un apparente paradosso - molto vicino a un racconto zen  - che non può mancare di affascinare chi si occupa di scrittura e  lettura (ma anche di bambini, e fiabe, e boschi...)

martedì, dicembre 16, 2008

ARBITRARIO ACCOSTAMENTO


Sì, ci aveva ragione l'agenterrimo che per vedere La Comunidad ci vuole un po' di stomaco. E infatti io ho chiuso gli occhi, essendo che la nessie l'aveva già visto e mi diceva "ecco, qui non guardare". così mi sono evitata scarafoni, topi e morti squiccicatie. E quindiil film mi è piaciuto, anche se forse mi aspettavo di più. Bella l'idea di girare in grottesco l'horror e tutta questa gente che se ne va in giro con la testa spaccata e sanguinolenta come niente fosse non è male, ma le cose più belle sono le citazioni: ho apprezzato particolarmente la megera che slata i tetti stile matrix, ne ho riconosciuta qualcun'altra e immegino che il film ne sia pieno perc hi riesce a coglierne di più. 
Il finale affidato a Jedi è grande, ma il finale vero e proprio poteva forse essere meglio: però, 'nzomma, a voler essere criticoni, che sennò è un film divertente e probabilmente con un qualche sfumatura in più di quante io non fossi in condizioni di apprezzare. La cineforumterapia richiede livelli un po' for dummies, bisognerà tenerne conto. 


Un bel librino che si può regalare, tanto per saltar di palo in frasca pur rimanendo sulle recensioni, è "Carmine Pascià" di Gian Antonio Stella (ed. Rizzoli). Chè, come fin troppi sanno, a me De Andrè non fa impazzire anche se in questa città non lo posso dire senza che mi si sospetti di reato, ma uno dei pezzi suoi che mi piacciono è Sinan Capudan Pascia ,quello che "giastemma Muma au postu du Segnu" 
Non che poi il resto del testo mi sia comprensibile, ma insomma quel tanto da capire che la storia è bellina, un storia di conversione forzata che finisce per essere scelta di vita.  E il Carmine Pascià di Stella è uguale, ma va oltre: perchè in un libro, per quanto piccino, ci stanno più cose che in una canzone e Stella le sa scegliere bene. A cominciare dal protagonista, che viene estratto a sorte (già) per il servizio di leva e quando già spera di poter tornare a casa, viene spedito alla "conquista" della Libia: senza una licenza in quattro anni. Quando si sveglia in groppa a un dromedario, legato, la prima cosa che fa non è quella di rimpiangere la patria, e neppure i commilitoni. Chè Carmine Iorio è un poveraccio che più poveraccio non si può, trattato come una merda sia nella vita civile che in quella militare: e Stella, con quella bravura che porta il cronista e diventare un po' storico, sa mettere insieme quei quattro dati che, da soli, rendono perfettamente l'idea della stronza miseria che c'era nella campagne italiane agli inizi del novecento, mentre poco più in là si banchettava a dieci primi e sette secondi. La vita e la fine di Carmine Pascià sono belle e con dentro una loro tenerezza, e rabbia retroattiva. Vale la pena, sì.




sabato, novembre 22, 2008

QUANDO LO STRANIERO ERA BIONDA


Be', gli spot erano costituiti da infermiere gentili e carine che venivano a portarmi il tè con i biscotti o cambiarmi la flebo, ma certo non glielo potevo dire che non s'interrompe un'emozione.  
Chè lo so che siete tutti pronti a prendermi in giro per le mie recensioni in tempo reale, ma il primo film della cineforumterapia inventata da ness e sponsorizzata dal gipunto era davvero avvincente: "Testimone d'accusa", tratto da una piece teatrale di Agata Christie e sceneggiato da Billy Wilder e Herry Kurnitz. Credo sia famoso, se non altro perchè ne hanno fatto un remake -  pare bruttarello - ma famoso per chi e quanti non lo so mai, quindi ne parlo come se l'avessimo visto solo io e l'uomobarbuto seduto lì sulla sedia a farmi compagnia. 

E' in bianco e nero, of course, con uno straordinario protagonista - Charles Laughton - e i due coprotagonisti che sono il bello per definizione Tyrone Power (che se lo guardi negli occhi, al di là del personaggio, capisci perchè gli è venuta fuori una figlia come Romina: belli sì, ma questo è tutto) e l'algidissima Marlene Dietrich. Bellissima anche lei, non si può negare, seben che le si veda una sola gamba per circa trenta secondi e in tutto il resto del film sia castigastissima in tailleur anni'50. 
Perchè, appunto, il film è del '52: ed è un bel giallo giudiziario con un buon dosaggio tra suspence e battute divertenti e spesso caustiche, una trama che regge anche se il finale, per noi smaliziati di mezzo secolo dopo, si capisce un po' prima del dovuto. Ma l'aspetto straordinario, per chi ha voglia di vedercelo, è il suo giocare in doppia e tripla battuta sui pregiudizi contro gli stranieri. La Dietrich è infatti la sposa tedesca di un inglese: si sono conosciuti nell'immediato dopoguerra in Germania dove lui era di stanza, lui l'ha sposata e portata via da un paese distrutto, dalla miseria e dall'abbruttimento. 
Lei è l'unica testimone a favore del marito in un caso di omicidio: solo lei, infatti, può testimoniare che lui era con lei. Entrambi dichiarano alla polizia di amarsi, e lei racconta perbene come e quando il marito era con lei all'ora in cui un' "anziana signora" (56 anni, n.d.r.) che il marito frequentava da un po' "per farle compagnia, era una persona molto sola" è stata uccisa. 
L'avvocato che deve difendere Tyrone Power, nel sentire che la moglie dell'accusato è straniera, ordina al suo assistente di preparare i sali, di tenere a portata di mano una poltrona, di non scandalizzarsi o spaventarsi di fronte a scene emotive. E viene interrotto in queste raccomandazioni dalla Dietrich in persona, che appare sulla porta in tutta la sua fredda compostezza. Primo luogo comune messo in ridicolo, tanto più che quando lei se ne va, dopo aver seminato abilmente dubbi sul suo amore per il marito senza tuttavia affermare nulla di preciso, è l'avvocato a lasciarsi andare a un crisi di nervi. 
Nel colloquio, però, la Dietrich ha fatto in tempo a sottolineare come la polizia non abbia creduto alla sua testimonianza: "forse l'ho detto nel modo sbagliato, forse è perchè sono straniera." E anche allo spettatore appare evidente che una sana ragazzona inglese, magari con la faccia un po' equina e i sentimenti un po' più in evidenza, avrebbe ricevuto migliore accoglienza della raffinata e composta bionda tedesca. 
Da quel momento, tutto si gioca su quest'elemento, che la trama sfrutta abilmente: anche se il film è del '52 non mi par bello lo stesso raccontare trama e finale, ma la sostanza è che il pregiudizio contro gli stranieri (e ancora più contro le mogli straniere che, come fa notare l'infermiera, vengono qui a portare via gli uomini alle ragazze inglesi, come se ce ne fossero poche!) viene abilmente sfruttato proprio per condizionare la "sana e patriottica" mentalità autoctona. La straniera è la fonte di ogni guaio, o almeno così appare, e la sua freddezza è l'elemento che più gioca a suo sfavore.  Ma infine, quando pur viene rivelato il gioco e avvocato e spettatore non possono che ammirare la donna anche in virtù di quella stessa odiosa freddezza e capacità di sfruttare l'ingenuità umana, ecco che che è lei a rivelarsi non meno ingenua e tutt'altro che fredda: sconvolgendo così, una volta di più, i pregiudizi.  E con la piena assoluzione nella battuta finale. 
Ecco, non c'è bisogno di aggiungere nessun pistolotto su quanto ci sarebbe bisogno anche ora di film come questi, ma chissà se poi sono io a voler pensare che a volte i messaggi sottili rodono dentro di più di quelli smaccati (bel dibattito, se volete). Ma, insomma, la cineforumterapia ha dato un buon risultato, e questo è ciò che conta.  

Tra parentesi, nessuno dei temuti effetti negativi si è finora verificato, come appare ovvio dal fatto che ho scritto il post.  

domenica, novembre 16, 2008

PAROLE SANTE


Dire le cose giuste è quasi sempre difficile. Dire le cose giuste nel modo giusto è essere intelligenti. Dire le cose giuste nel modo giusto, ma nel momento "sbagliato" è avere coraggio.
Questo fa Ascanio Celestini, e io ho sempre ammirato quel particolare tipo di coraggio: quello di chi, da solo su un palco, non ha paura di dire - oggi - "la rivoluzione non è un pranzo di gala". Riuscendo a dirlo senza retorica e senza sciocchi rimpianti, con quel tanto di ironia e amarezza che fanno sì che il colpo arrivi a fondo, dove deve arrivare. A ricordarci che il momento è brutto e forse peggio, ma che ci siamo: anche se siamo in teatro e non in piazza, come ha detto lui stesso ascanio.
Raccontare lo spettacolo è ovviamente impossibile: le storie di celestini sfiorano il surreale e rimangono in bilico sull'assurdo finchè non tornano bruscamente a terra e lui, con i suoi piedi tenuti storti e il suo pizzetto sempre più strambo, è bravissimo ad affidare tutto alla voce, al racconto.
Immobile dietro il leggio, con quell'uso fantastico della ripetizione, del tormentone, degli incisi a cui riesce a dare l'esatto valore, a me fa sempre venire in mente un personaggio medioevale: un menestrello fra i più sfigati, che come apre bocca conquista l'intera corte.
E che infine, sorridendo appena, si avvia verso l'uscita ripetendo che il re è nudo e la tigre è di carta: e al suo passaggio molti nascondono il piatto di lenticchie dietro la schiena.

mercoledì, marzo 26, 2008

SE L'ORIENTE E' STURLA


C'è una bellissima scena in un film di Woody Allen (Io e Annie? oddio, non lo so più, qual è...), un flash back in cui scorrono faccine di bambini nei loro banchi di scuola mentre una voce ne racconta quello che sarà il loro futuro: "spaccia coca", "pornostar" "in ospedale psichiatrico dopo un party un po' agitato" "ingegnere", e così via.
Io non ce lo sapevo che Andrea Ceccon diventava uno che fa ridere, però mi faceva già ridere quando eravamo insieme sui banchi di scuola. Ma anche la scuola, in effetti, faceva ridere, non perchè fosse allegra ma perchè era uno di quei ghetti per intelligenze divergenti, in cui non si sa mai in quale direzione diverge la tua, se verso lo spaventosamente basso o il pericolosamente alto. Tanto il risultato è più o meno uguale, spesso.
A dimostrare quest'ultima affermazione c' è "Il Vapfan-ghala" che forse chi guarda la tv conoscerà, ma che adesso è diventato anche un libretto.
E, al contrario di quasi tutt i libri scritti da comici o giù di lì, questo libretto riesce a far ridere anche per conto suo. O almeno, così sostengo io, mentre altri dicono che io sia influenzata dal ricordo delle risate di trent'anni fa. Così sospendo ogni giudizio e riporto qualche esempio dal Vapfan-ghala:

"Davanti alle evidenze della vita

il saggio si chiede: perchè non c'è un rastrello
che porta via solo gli scemi?"

"Riconoscerai lo stolto
perchè quando muoverà la testa
sentirai il suono delle maracas."


"L'amato è dentro di me,

colui che venera è colui che è venerato,
però adesso girati che facciamo al contrario."

"Dice la iena alla scimmietta:
il mio padrone mi porta in bicicletta.
Dice la scimmietta alla iena:
il mio mi porta sulla schiena."

'Desso basta chè c'è il copirait e anche ceccon ha il diritto di guadagnarci su: ma voi andate in libreria, lo sfogliate il librino, ne leggete qua e là e se vi fa ghignare incontenibilmente gli date i suoi dieci eurini.

lunedì, febbraio 18, 2008

FRIVOLITE



Me ne coglie un attacco e, rendendomi conto che la mia Colonna Silenziosa è sparita nel nulla e da molto tempo non parlo di libri e letture, scelgo questo libretto con orribile copertina rosa che vedete qui a fianco. Che in qualche modo mi è arrivato in casa senza che fossi io sceglierlo - non che l'eterna giovinezza mi farebbe schifo, ma la copertina appunto abbastanza - e di cui devo parlare non bene, ma strabene.
Perchè è intelligente, fantasioso per quanto lo consente l'argomento, competente idem, pratico e sensato: che volere di più da un manuale?
E se mi fa voglia parlarne è proprio perchè regala - be', insomma, quasi, chè costa solo 11.90 eurazzi - conigli non solo carini, ma facili. Ce n'è uno, per esempio, che regalo subito all'amicae. per le giornate lùveghe: spalmarsi di doposole al cocco, chè la memoria olfattiva farà il resto. Be', non sono tutti così: ce ne sono di utilerrimi e scientifici, di carini e divertenti, di molto seri e innovativi.... ma quello che conta è che le cose che questa tipa dice non vanno bene solo per chi comincia a preoccuparsi della giovinezza, ma proprio per tutte. Chè alla giovinezza - e perdonate il termine con questa sgradevole eco fascia, ma gioventù non è la stessa cosa - ci si ha da pensare quando che c'è: non solo per mantenerla, ma per coglierne bene tutti i vantaggi.
E il librino rosa andrebbe messo sul comodino e ogni sera leggerne un pezzo qua e là finchè sappiamo più o meno a memoria che nei giorni che precedono il ciclo è meglio se non mangiamo cibi salati, dove troviamo i fatidici 35 gr. di fibre necessari ogni giorno, i trucchi per scollegarci, la "taglia jeans", la funzione del calcio o del magnesio. Nonchè tutte quelle cose che io, almeno, leggo e dimentico subito, tipo cosa sono i vari trattamenti estetici, oppure un sacco di dritte da disseminare qui e là, da come bere il tè all'usare l'olio di borragine.
Be', si sarà capito che lo raccomando vivamente, chè non è mai troppo presto per occuparsi di se stesse con intelligenza e cognizione di causa: ma, soprattutto, per occuparsene tenendo conto - come fa questa tipa Marie Belouze-Storm, e con ciò ci conquista definitivamente - riservando un buon numero di conigli ad aspetti più importanti della pura e semplice estetica: Chè bellezza e giovinezza sono date da un buon equilibrio tra ciò che siamo e sentiamo e ciò che sembriamo e vorremmo sembrare.

martedì, gennaio 08, 2008

PICCOLE/GRANDI DONNE, (PRO)SEGUE DIBATTITO


Be', mettiamola così: i tempi delle sorelle March erano tempi ben più semplici dei nostri (e sarà poi vero? ma facciamo di sì), ma la formula funziona ancora. Finchè ci saranno ragazze a leggere Piccole Donne, ognuna sceglierà la sua figura femminile fra le quattro (cinque, in verità, ma la mamma è doppiata da Meg) che vivono nel romanzo. E la preferita di quasi tutte - non per caso, ma per il fatto stesso di essere lettrici - sarà tendenzialmente Jo. E tutte proveranno una fitta quando il bel Laurie toccherà ad Amy la smorfiosa, la svenevole, la modaiola e che più ne ha più ne metta, con tutto che mai Amy è davvero odiosa o scema. Ma se le si perdona Laurie - a cui è indubbiamente adatta - è anche perchè a Jo tocca di meglio. Non tanto il professor Bauer, che pure non scherza, ma anche e soprattutto la vita che a Jo piace, e che con Laurie probabilmente non avrebbe avuto.

Che c'entra con Harry Potter? (gipunto, gnomodelbalcone, l'avete finito? sennò non leggete neppure da qui in avanti, occhio!)


Be', è la Nessie che si chiede quale sia la sua Jo March in HP e non riesce a trovarla, mentre
l'amicae. ribatte che, essendo HP romanzo corale, è giusto così. Ed entrambe dicono molte cose su cui sono d'accordo, dalla difficoltà di caratterizzare un così gran numero di personaggi al fatto che ogni storia ha il suo destino e non sempre va dove vuole l'autore, anche ammesso che l'autore voglia.
Ecco, io non discuto il valore letterario, nè la bonta della storia nè
la capacità di farla funzionare: su queste cose, mi tengo la mia invidia come qualche altro milione di lettori cui piacerebbe scrivere. E non discuto neppure il fatto che HP sia segno dei tempi, anzi forse il problema è proprio quello.

Chè, certo, Rowling avrebbe fatto malissimo, come nota l'amicae., ad appiccicare un finale posticcio a un storia solo per farla tornare ideologicamente. Ma proprio questo mi pare il punto: uno degli effetti di questi tempi confusi sembra essere proprio l'incapacità femminile di vedersi con occhi diversi, o anche semplicemente di collocarsi e
riconoscersi. E qui faccio fatica a precisare senza dilungarmi, ma insomma è come se le qualità femminili rimanessero separate in caratterizzazioni che non riescono a fondersi neppure parzialmente, neppure nel finale. Così la Mc Grannit rimane un ottimo luogotenente, Luna si tira dietro il suo tenerissimo edipo, Ginny è piccola benchè tosta, Fleur smentisce solo di poco il suo essere bionda, e molte altre spariscono del tutto, prima fra tutte Madame Maxime. Di Hermione, Bellatrix e Molly si è già detto e forse il personaggio che si comporta in modo più imprevedibile - ed è tutto dire - è Narcissa. Che, d'altro canto, riconferma l'amor materno che trionfa su ogni cosa, confermando anche la grande capacità di Rowling di lavorare sul livello più o meno inconscio affinchè i messaggi arrivino anche ai lettori un poco dummies.

Letterariamente, quindi - e forse senza che Rowling se ne renda conto, così come dev'essere - la quadratura del cerchio intorno al ruolo e al potere materno è grandiosa, anche se apparentemente ben bilanciata dalla presenza
continua di Silente: che d'altronde però è gay, come dichiara Rowling, e ha informato la propria vita alla riparazione di un dovere "materno" che non è riuscito a svolgere.
Se si segue questa linea di pensiero, mi accorgo ora, si può anche arrivare alla conclusione opposta a quella da cui sono partita, e cioè che in HP si possa vedere (ben oltre, credo, le intenzioni di Rowling, come sempre succede ai bravi scrittori) un peana a una Grande Madre di cui tutti sentiamo il bisogno, con i suoi valori di riparazione
e di spinta vitale.
E in questo senso ha ragione l'amicae., il romanzo è corale e solo leggendolo in modo corale si arriva al significato, se si vuole vedere in ogni personaggio femminile che compare nell'ultimo libro un aspetto
diverso del maternage. Se così fosse, anche il successo diventerebbe più comprensibile, no? "Vorrei tornare nell'utero" è pur sempre una diffusa, benchè non sempre individuabile, motivazione per molti fatti.

C'è una bella differenza, però, tra il richiamo più o meno subliminale a una positiva Grande Madre Universale - che è entità astratta, ancorchè radicata nell'inconscio, e tradizionalmente portatrice di valori che oggi sarebbe importantissimo riscoprire - e una generica quanto in fondo retriva valorizzazione del ruolo o dell'amore materno. Forse per questo, perchè cioè non fosse possibile confondere l'uno con l'altro, a me sarebbe piaciuto un più netto disegnare donne "globali", o almeno più imprevedibili e determinanti.


Però qui mi pare di tornare a uno dei giochi preferiti della mia generazione, la Rilettura Marxista dei Puffi o Robinson Crusoe e il Plusvalore: mi fermo, perciò, e lascio il Boccino.

mercoledì, dicembre 12, 2007

COSA NE PENSA DI JEAN GENET?


Da troppo tempo la Colonna Silenziosa è del tutto silente, un po' per colpa mia un po' per colpa degli editori. Per leggere, è vero, ho letto - non si sfugge così facilmente al morbo - ma solo ciò che io considero "rilassante" e senza trovarvi, per di più, granchè da segnalare. Però qualcosa c'era e si farà ammenda nei prossimi post, chè questo è dedicato a una chicca: "La sovrana lettrice" (ed. Adelphi) è la traduzione italiana del suo titolo, anche se quello originale era più carino - The Uncommon reader - perchè giocava sulla famosa rubrica di Virginia Woolf, appunto The common reader.
E perchè il lettore non sia comune lo si capisce fin dalla copertina, su cui campeggia uno straordinario primo piano di una stravolta Regina Elisabetta.
Il libro è agile e veloce, non arriva a cento pagine; l'autore è Alan Bennet, uno di quegli scrittori di cui finora si diceva "ah, sì, ne ho letto qualcosa, ma... cos'era, più?" ; e lo spunto, semplicissimo, è solo la Regina che scopre la lettura.
E, confermando ciò che già si diceva su questo blog, viene appunto colpita in modo subdolo ma irreversibile dal morbo. Inutile anticipare cosa succede, a partire dalla domanda rivolta all'ambasciatore francese che si riporta nel titolo di questo post, nel discreto crescendo che caratterizza la storia: gli anglofili in particolar modo apprezzeranno la sottile perfidia della scelta degli autori compiuta da una Regina pressochè analfabeta in fatto di letteratura, e tutti gli altri ghigneranno sommessamente nel seguire l'evoluzione della patologia reale. Nonchè le reazioni del suo entourage.
E' raro che un libro semplicemente leggero - non comico, cioè, e neanche metaforico, o di fantasy, satirico ecc., ma semplicemente un libro divertente - meriti davvero una convinta segnalazione: parlare di umorismo intelligente e sommesso ormai rischia di attirarsi mille accuse di snobismo, ma questo è esattamente ciò che "La sovrana lettrice" ci dà, in cambio di 12 euri.

giovedì, maggio 03, 2007

MAZEL TOV, COMPAGNO OVADIA

"Il revisionismo anticomunista, molto in voga soprattutto nel nostro Paese, è una delle pratiche di pensiero più squallide che circolino nella nostra poco edificante epoca. Questo demi-penser prende a calci un cadavero putrefatto con rabbioso accanimento perchè l'obiettivo dei suoi calci non è il sistema del socialismo reale ormai decomposto. (...) Il vero obiettivo degli anticomunisti necrofili è un altro, ovvero il corpo vivo e pulsante delle conquiste sociale ed etico-politiche ottenute anche e soprattutto grazie alle lotte e ai sacrifici dei comunisti: sono i diritti del lavoro, i diritti delle minoranze, l'emancipazione degli umili e degli oppressi, la difesa degli sfruttati, la solidarietà ai popoli schiacciati da ogni forma di colonialismo e imperialismo. Gli anticomunisti dell'ultima ora vogliono riportare indietro le lancette dell'orologio della storia sociale, vogliono di nuovo fare tabula rasa per sgombrare il campo al capitalismo da rapina, all'iperliberismo più selvaggio. "
Moni Ovadia, io spero che lo conoscano tutti: un uomo coraggioso - e bello, sì, ragazze, buone là - che ha avuto successo passando dalle storielle ebraiche (che, pur divertenti, non sono facilissime nè come tipo di umorismo nè da portare sul palcoscenico senza prestare il fianco all'antisemintismo più stupido) a spettacoli angosciosi e difficili, in cui spesso recita interi brani in lingue straniere. E tutti lo ascoltano lo stesso. Non fa mediazioni nè a destra nè a sinistra; è uno che pensa e che legge; è uno che ha fatto analisi per anni - e non solo non lo nega, ma si sente - e che ha studiato storia e religioni. E' un ebreo che si dissocia dalla religione ebraica e che esalta i lati migliori ( e ce n'è) dell'ebraismo, è un ateo che fa riferimento alla Torah e che definisce un'utopia (in positivo, naturalmente) il messaggio evangelico cristiano, "beati gli ultimi perchè saranno i primi".
Ora presenta, nel continuo lavoro di raccolta dei "wiz", le storielle ebraiche, una serie di storielle il cui bersaglio è il socialismo reale. Barzellette, aneddoti e cattiverie sono raccolte in un libro che si chiama "Lavoratori di tutto il mondo, ridete", edito da Einaudi. Un'operazione pericolosissima, per uno che per formazione e definizione si richiama ancora oggi alla sinistra. Moni Ovadia ne è ben conscio, tuttavia censura e autocensura non sono esattamente il suo forte, perciò lo fa lo stesso. E, a differenza di chi non vuole o non riesce a precisare il proprio messaggio o le proprie idee, confondendo Lenin con Prodi e soprattutto viceversa (groan...) , lui spiega esattamente quali sono le sue idee di oggi,
nella prefazione al volume.
Ebbene, questa prefazione è un capolavoro. Ogni persona che si dichiari di sinistra, e ancora più chi ha ancora voglia di definirsi comunista, dovrebbe non solo leggerla, ma impararla. Perchè Ovadia non si limita a dire "non buttiamo via il bambino con l'acqua sporca", messaggio che pur nella sua semplice ovvietà stenta a passare perfino fra di noi, ma riesce a dare una dimensione seria, motivata e coerente al continuare a essere comunisti. E scusate se è poco.
In una decina di pagine,
nel suo linguaggio ricco e "vibrante" ( una parola che non è più di moda perchè sono ormai in pochissimi quelli a cui a cui si può applicare) Ovadia riesce a smitizzare senza affatto negarle le nefandezze dei regimi del socialismo reale, a ripercorrerne la storia per sottolineare le differenze di periodo e di impostazione che vi furono, e per converso ad esaminare - ponendolo come dubbio storico non sottovalutabile - quanto fu fatto dalle potenze occidentali perchè all'Unione Sovietica fosse impedito di svilupparsi come Stato in modo nuovo. Non fa del vittimismo nè giustifica alcuno: ma mette le cose in una corretta prospettiva storica e umana, e ciò basta a mutare anche la nostra prospettiva.
Se in più ci mettete anche le storielle e le notazioni storiche curiose e quasi sempre inedite, sono quindicieuroecinquanta francamente ben spesi.


lunedì, aprile 23, 2007

TEATRO


Ecco, io adesso dovrei far finta di essere capitata per caso al Mazda l'altra sera ed essere stata folgorata dalla bravura di questo gruppo... come si chiama più? ah, sì, Gramsci 29.
Su giornali e tivvì così fa, in molti casi - per fortuna non proprio tutti- chè se uno dicesse "ao', è lo spettacolo dell'amichi miei" non risulterebbe molto credibile.
Ma se facessi così nessuno dei miei lettori ci cascherebbe, e allora ecco, sono un po' in difficoltà: perchè le mie figlie - piucchecoinvolte in G29- lo sanno, e credo anche il brother - ultimamente un po' meno coinvolto ma l'altra sera presente con la sua machine to kill fascists (woody guthrie, sì brother, ma l'uomo barbuto dice che dovevi metterlo sulla chitarra) - ma gli attori - che in questo caso erano solo le attrici - forse non lo sanno no, che io piuttosto che lodare pubblicamente qualcosa che a) mi coinvolge anche solo alla lontana b) non mi convince al mille per mille, ecco, io piuttosto subisco la tortura delle poesie Vogon.
E quindi, epperò, dichiaro che che se io non ne avessi conosciuto neanche uno, dei gramsciventinoviani, mi sarei esaltata. Così, sono stata profondamente contenta. Contenta che ci fossero, che fossero lì quella sera, che recitassero (bene) un testo serio, intelligente, politico, che cantassero canzoni altrettanto. Che, a dire il vero, i testi erano due, e anche il primo era bellino, ironico: però è stato un po' penalizzato dal fonico e dalla sua stessa brevità. Mentre il secondo è riuscito a caratterizzare, finalmente, la serata. Che, bella sì, buona idea, sì, pubblico con pugni chiusi alzati, sì, ma almeno fino a quel momento non si distingueva poi così tanto da un normale concerto. Nonostante i filmati che scorrevano sullo schermo, in fondo, con le immagini di Resistenza, nonostante i richiami al 25 aprile dei compagni dell'Ansaldo dal palco: e certo che nessuno si aspetta che un'iniziativa con musica, giustamente pensata per i giovani, oggi possa sfociare in un Dibattito Sugli Errori del CNL o in una accesa discussione sul Significato delle Lotte Odierne, ma insomma lo spirito sembrava un po' carente, anche se probabilmente non lo era.
Infatti è bastata la voce di Vladia, che ha iniziato il pezzo, a risvegliarlo. E lo ha fatto con una chiave molto intelligente, quella del valore della memoria: non solo la memoria della Resistenza - formula di cui ormai si abusa per poi, via, un'altra palata di fango - ma di ciò che avvenuto dopo. La storia di uno degli orfani di Portella delle Ginestre era probabilmente del tutto ignota ai molti che ascoltavano: e hanno ascoltato.
E allora, vincendo le mie ritrosie, dichiaro che, mentre ascoltavo anch'io, mi sono sentita come un nostro amico che da anni fa il giudice e che raccontava: "Sulla Settimana Enigmistica leggo "Se voi foste il giudice" e sto lì a pensare per indovinare la risposta. poi, di colpo, penso: "ma io sono un giudice!" "
Ecco, io ho pensato che avrei proprio voluto conoscerli, quei tipi lì di Gramsci 29 che hanno fatto una cosa così. E mi sono sentita fortunata perchè li conosco già.

martedì, marzo 13, 2007

L'UOMO E' CACCIATORE?

Come a volte accade, i proverbi più stupidi contengono più verità di quanto siamo portati a concedergliene (e il giorno che verremo a capo di quelli che l'amicae. ha messo sul calendario sarà un trionfo per la scienza, ma ciò non c'entra). Ho infatti finito la lettura del già citato "Perchè il sesso è divertente" di J.Diamond che, fra altre cose tutte interessanti, smitizza la "convenienza sociale" della divisione dei ruoli tradizionale, l'uomo che caccia e la donna che bada ai figli e alla magione. Basandosi su studi e ricerche accurate presso popolazioni di cacciatori-raccoglitori, Diamond dimostra che il cibo che l'uomo cacciatore procura non ha una grande rilevanza ai fini della nutrizione: semplificando molto tutto ciò che lui racconta, inseguire per giorni una grande preda, la cui carne viene spartita in gran parte sul posto con chiunque passi di lì, non è un gran contributo nè per la famiglia nè per la tribù. Un'uguale quantità di tempo potrebbe essere impiegata nella raccolta di cibo meno aleatorio - lo stesso che invece raccolgono e preparano le donne - massimizzando la resa. Diamond spazza via, con dimostrazioni, anche le obiezioni che il cibo procurato dai cacciatori sia più "nobile" dal punto di vista nutrizionale di quello a cui provvedono le donne, e che la caccia rafforzi legami sociali importanti. Al contrario, dimostra che l'attività della caccia è sostanzialmente legata a fini esibizionistici della virilità e che l'uomo cacciatore baratta la propria e altrui sicurezza alimentare con la speranza fondata di aumentare i propri geni in circolazione, dato che il suo fascino di guerriero si traduce in maggior facilità di movimento e di conquista. Ergo, quando si dice che l'uomo è cacciatore, accumunando donne e prede... be', ecco, le prede sono solo un pretesto.
Ma è difficile raccontare le cose come le racconta Diamond, che tra le altre cose è un premio Pulitzer ( e chi sono io per riassumerlo? ) per la saggistica, nonchè multiscienziato. Perchè lui riesce a farsi strada fra le teorie e le dimostrazioni, molte delle quali fanno strage dei luoghi comuni accettati, senza mai esprimere un giudizio di merito. Il che è difficile anche per gli scienziati, specialmente se l'oggetto delle ricerche sono le usanze umane. E quindi può arrivare, dopo essere passato per argomenti quali i possibili perchè della disponibilità sessuale
delle donne slegata dall'ovulazione e della menopausa femminile come fenomeno pressochè unico tra i mammiferi, al capitolo conclusivo in cui analizza le dimensioni del pene umano. Che sono straordinarie, rispetto a quelle di altri mammiferi: nell'orango, ad esempio, la lunghezza del pene eretto non raggiunge i 4 cm. E, immagino per prevenire risatine soddisfatte maschili, Diamond aggiunge subito che ciò gli dà la possibilità di fare tutto ciò che fanno gli umani, ma in più stando appesi agli alberi. Come si è evoluto, quindi, questo carattere anomalo? Dopo aver smontato argomentazioni più semplici, Diamond giunge alla conclusione che le dimensioni del pene maschile si sono evolute come "ornamentazione sessuale", esattamente come la coda del pavone. Gli studiosi di queste cose affermano che l'ornamentazione sessuale, presente in molte specie, ha un doppio scopo: attrarre le femmine e stabilire una dominanza fra maschi. Diamond ci dice che è ancora tutto da scoprire quale dei due motivi sia stato fondamentale nello sviluppo del pene umano, ma butta lì che le donne non sembrano particolarmente attratte dalle visioni di peni maschili, mentre ancora oggi sono gli stessi uomini a esserne curiosamente ossessionati: "quando più uomini si trovano a fare la doccia insieme, non mancano mai di fare confronti fra i rispettivi attributi". Insomma, pur ricordandosi che non ci sono ancora prove, i lettori, e soprattutto le lettrici, sono autorizzati a trarre da sè le conclusioni. E sembra proprio che quando d'ora in poi vorremo parlare di autoreferenza maschile, potremo farlo con maggior cognizione di causa.

lunedì, febbraio 26, 2007

LETTURE DA CRISI (di governo)

C'erano un tempo le edizioni Bietti, che proclamavano sulla copertina della collana umoristica: "Se sei saggio ridi".
E perciò:


"8.2.1969
Io sottoscritto Pucci Garagnani, di persona
Faccio di mia mano questo Testamento perchè dopo la mia morte chi può dire?
La proprietà della mia casa e dei terreni e poi dei soldi o denari, che sono al credito ginevrino, lascio a mio fratello Adolfo e a mia cognata Pareddu Nesi Lina.
8.5.1969
Ho ripensato. Non lascio niente a mio fratello. Tutto a mia cognata Pareddu Nesi Lina,
8.9.1969
Forse è meglio che lasci un pensiero a mio fratello: i miei libri quasi nuovi, che non ho potuto leggere causa lavoro. Lui invece ha sempre lavorato poco o niente, forse legge almeno. Se non sa leggere, lascio a mia cognata Lina.
8.10.1969
Dimenticavo i buoni posta, che lascio a mia cognata Lina. Se non si trovano è perchè li ho incassati per intemperie di vita e per soddisfare i desideri di Lina, che Adolfo non ha accontentato mai, mentre io sì e lei anche a me, molto. Grazie, Lina.
Tuo per sempre
Pucci"

Il libro da cui questo testamento è tratto è "In piena facoltà..." di Salvatore de Matteis (Mondadori, 14 €), una raccolta di ultime volontà ormai rese pubbliche: c'è di tutto, dal testamento scritto sullo sgabello del '7oo alla preoccupazione che la prima moglie del vedovo, morta da tempo, possa avere qualcosa di dire anche nell'aldilà, dai misfatti confessati all'ultimo alle storie di famiglia pessime ed esilaranti. qualcuna anche no, solo triste - "... basta che va a vivere da sola e si gode la vita, non come me che non capisco che ho campato a fare." - a fare da giusto contrappunto.

"Filippine: Chi avesse preso una botta in testa riceveva immediatamente un colpo contrastante sul mento dal basso verso l'alto. Lo scopo del gesto era far tornare il cervello al proprio posto.
Oceania: Nelle Isole Marianne una donna che aveva scoperto che il proprio marito aveva una relazione adulterina, doveva indossare il cappello del marito e chiamare a raccolta le amiche. Armate di bastoni, sarebbero andate nei campi di lui per rovinare i raccolti, distruggere gli oggetti di sua proprietà e picchiarlo. Se invece era la donna ad avere una relazione, tutto ciò che poteva fare il marito era chiedere la separazione."

Meno bello, e penalizzato da una pessima traduzione, è "Non è giusto mangiare tua zia" di Stephen Arnott, in edizione carina di Armenia. Un po' inconsistente, raccoglie comunque usanze il cui unico denominatore è quello di essere curiose ai nostri occhi.

"Dopo aver mangiato aspettato un'ora prima di fare il bagno.
Per i genitori è vangelo, è una delle prime lezioni di pazienza impartite ai bambini e una gran bella stronzata. Lo sanno tutti che non dovreste nuotare per un'ora dopo aver mangiato o vi verranno crampi che metteranno a rischio la vostra vita rischiando di farvi affogare, no? In realtà non è così.
Dove sia nata questa leggenda metropolitana è un mistero, ma non c'è alcuna prova scientifica che lo dimostri (...)"

Ah, che soddisfa. dopo una vita passata a sentirmi criminale perchè ritenevo l'ora di pausa un'assoluta cazzata - tantopiù data la limitata passione familiare per il nuoto - ho avuto la mia rivincita ne "Il libro delle bugie", un lavoro collettivo in quella bella edizione Isbn con la copertina bianca e il taglio delle pagine rosso. Ci sono dentro: le bugie New Age, le bugie che si raccontano a se stessi, come riconoscere i bugiardi, le bugie che girano su come riconoscere i bugiardi, le bugie di hollywood e del rock che nella maggior parte dei casi non sono in grado di apprezzare, le formule-bugie che si usano nelle recensioni e nella pubblicità, storie di bugie e bugie storiche.
Fra
le storie di bugie mi piace moltissimo quella del gorilla - o forse scimpanzè, vado a memoria, ma insomma un primate dotato di una certa forza - a cui era stato insegnato con successo il linguaggio dei segni per comunicare con gli umani e che, durante una attacco di terribile nervoso, sradicò il lavandino della stanza in cui era. Quando gli umani arrivarono, il primate indicava disperatamente il gatto che era nella stanza con lui: "è stato lui, giuro!"
Fra quelle storiche merita di essere citata una lettera pubblicata sul Daily Mail nel 1924, alla vigilia delle elezioni inglesi. Era firmata da Zinoviev, allora a capo del Comintern sovietico, e incitava il Partito Comunista inglese ad intensificare la sua azione sovversiva, aggiungendo parole di stima e di affetto. Sembrò fatta apposta per alimentare la paura del comunismo e, com'è come non è, il primo governo laburista inglese uscì sconfitto dalle elezioni, nonostante sia i laburisti sia il governo sovietico avessero denunciato che la lettera era falsa. Solo negli anni sessanta, infatti, si riuscì a dimostrare che la lettera era stata scritta da un gruppo di immigrati russi che vivevano in Gran Bretagna.

No, ma... acc, che c'entra la politica adesso? E' una bella storia, tutto qui. Giuro, e senza evitare il vostro sguardo, tamburellare o mordermi le labbra.

domenica, gennaio 28, 2007

BOBBY, RECENSIONE VIVO-LIVE

Dunque: Bobby era bello. sì, quel suo brutto naso e i dentoni, ma il ciuffo li riscattava, e le pieghine intorno agli occhi, e quella sua aria da bravo ragazzo ma mica tanto. Bobby aveva 11 figli e una moglie non bella: le immagini "non ufficiali" che arrivavano di lui comprendevano quasi sempre qualche bambino, e lui che rideva con loro. Bobby era semplice: ricco, sì, ovvio, ma nulla a che fare con la spocchia di Jacqueline. Bobby era giovane: non solo perchè era il "fratello piccolo" di John, ma perchè del fratello grande non aveva ereditato la compassata americanità, l'aria dei terribili anni '50. Bobby, soprattutto, era "dalla parte giusta": contro la guerra del Vietnam, con i neri e la battaglia per i diritti civili, contro la corruzione e l'egoismo, con i poveri del suo paese.
Avevo 12 anni quando lo uccisero, e mi ricordo gli originali televisivi di quelle cucine sporche di sangue, ovunque sangue e casino e terrore, e lui, Bobby, in mezzo, a terra. Avevano da poco ucciso Martin Luther King e anche da qui, anche a 12 anni, era chiaro che si voleva fermare qualcosa. poco importava, e in fondo importa ancora meno oggi, se ci fosse un effettivo complotto (se vi interessa, una teoria del complotto la trovate qui:http://www.filmfilm.it/articolo.asp?idarticolo=1962) o se semplicemente le "forze della reazione" si fossero mosse per bloccare tutto finchè erano in tempo. Si parlò di "sogno interrotto", e lo fu. non sarebbe stato certamente l'ultimo: cinque anni dopo, quegli Stati Uniti (e che non erano, non sono tutti gli Stati Uniti) che anche allora incarnavano il male, avrebbero devastato anche il sogno di Allende. Cinque anni dopo, anch'io mettevo in discussione - non che se ne parlasse, ma fosse capitato... - Bob Kennedy: con il suo passato nella commissione Mc Carthy, con le ombre che si tirava dietro in quanto ricco, americano, cattolico. e poi, forse, era stato proprio lui a spingere Marilyn al suicidio - non che di questo mi fregasse molto, all'epoca. e neppure adesso, se posso dirlo. La sua figura, e il ruolo che aveva assunto, vennero demoliti da destra e da sinistra, l'intera enorme famiglia Kennedy sembrava mettercela tutta per apparire assai meno stimabile di quanto era sembrata. Il fratellino scemo che fa morire la segretaria-amante, Jacqueline e Onassis, uno dei figli di Bob che muore per overdose (e so adesso, da Wikipedia - http://it.wikipedia.org/wiki/Robert_Kennedy - che era quello che aveva visto in tv la morte del padre, e non fu più lo stesso di prima) e poi, ancora, John-John che muore sul suo elicottero e forse era scemo lui, anche se forse è sempre il complotto. e per finire la moglie di Schwarzy, pur sempre una Kennedy anche se secondaria, che appoggia la candidatura del marito. A ricordare Bob Kennedy per ciò che fu, rimane solo Walter Veltroni, e "veltroniano" sembra riassumere, ovviamente da noi, tutto ciò che i duri e i puri di sinistra disdegnano: il sentimentalismo, la facile pietas, l'eccessiva tolleranza anche verso i nemici di classe, insomma il buonismo senza grande intelligenza.
Così, usciamo dal cinema e l'uomo barbuto - che per vezzo ama confondere le cause con gli effetti - definisce "Bobby" un film veltroniano. Anche i due amici, e coetanei, che sono con noi, prendono le distanze. E' vero, il film non è grandioso, come "opera cinematografica": in qualsiasi tipo di arte, un messaggio troppo preciso e voluto danneggia l'espressione artistica, e qui non si fa eccezione. Ci sono belle cose: la ricostruzione storica del periodo attraverso le vicende degli oscuri che erano all'Ambassador e intorno a Kennedy quella sera, è fatta bene. A parte l'hippy, peraltro credibile, che però cerca la "comunicazione con dio": e io non mi ricordo hippies che parlassero di dio, "energia cosmica" o "il tutto" o altre strampalate definizioni, ma non dio. E le altre due cose che mi sono sembrate sbavature storiche sono forse volute: l'oppressione subita e sentita dai messicani, nonchè la logica efficientista del bastardo di turno che non vuole neppure informarli del loro diritto di votare sembrano infatti preconizzare l'America del dopo, cioè dell'adesso. Che non è la stessa del razzismo contro i neri, non esattamente. Ma, in questa ricostruzione, sono belli i due ragazzini che provano l' LSD e soprattutto la cameriera che li sgama e li aiuta ("crederete mica di essere gli unici, eh?") a uscire dal trip, e soprattutto la ragazza che sposa il coetaneo sconosciuto per salvarlo dal Vietnam: quest'ultima è una storia reale, e dà veramente il senso di come l'opposizione alla guerra fosse ormai arrivata alle coscienze, anche a livello individuale. E la colonna sonora, con the sound of silence che parte sull'assassinio, è davvero bella.
Ma il fim è costruito sui discorsi e le immagini di Bobby in campagna elettorale: non c'è attore a interpretarlo - scelta sacrosanta - e a noi gnuranti ci hanno sottotitolato i discorsi, così si sentono da lui. E quelli sono il messaggio del film, che non si tenta neppure per un attimo di nascondere: perchè Bobbvy parla di un Paese "compassionevole", un Paese che rispetta e aiuta i più sfigati invece di emarginarli, un Paese in cui ognuno sa qual è la cosa giusta da fare e comincia a farla. E ne parla per ricordare agli americani che gli Stati Uniti sono tutto questo, non la potenza militare che incendia i villaggi altrui e reprime i suoi cittadini. Quale messaggio più chiaro, adesso come allora? La guerra del Vietnam fu fermata dal popolo degli Stati Uniti, a cui si unirono gli altri popoli, in tutto il mondo: questo è un dato storico, non una ricostruzione di parte. Questo riuscimmo a farlo, forse per la prima volta nella storia dell'umanità le sorti di una guerra furono decise non dalla potenza militare, ma dalla forza civile. E poi, il gipunto fa una bella domanda (http://puntog.blog.kataweb.it/ho_la_testa_tutta_piena_d/): poi, dove siete andati tutti? Lo chiede a chi ha votato schwarzy, ma vale per tutti noi, anche se di anni ne avevamo 12 e non 20 o 30. Me lo sono sempre chiesta anch'io, di fronte alle non poche aberrazioni che la mia generazione ha accettato man mano che, stanca, smetteva di lottare. Di fronte a figli educati come se noi non fossimo "la generazione del '68" o come se del '68 non avessimo mai sentito neppure parlare, di fronte alle rimozioni, alla sfiducia e alla spocchia del "tutto è inutile", di fronte a chi si è venduto ben oltre la necessità e la delusione. Me lo chiedo di nuovo di fronte al distacco degli amici su questo film: magari hanno ragione, magari io sono la solita ingenua. Ma mi viene il sospetto che ci faccia male, semplicemente, sentirci degli sconfitti. Sapere, rivedere dopo tanti anni, che i fucili, i cannoni e la coperte al vaiolo del consumismo - per non parlare delle bombe, qui - hanno fernato anche noi, che ci sentivamo invincibili, che il rosso sol dell'avvenire era lì dietro l'angolo. E invece siamo qui ad arrabattarci per difendere la pensione. Càpita, sì. Càpita che ciò che per te è ricordo per altri sia Storia. E si guarda indietro e ci si infastidisce nel vedere la propria giovane ingenuità, e fiducia, e speranza. Ma io non penso che abbiamo perso, non l'ho mai pensato: solo chi non sa com'era il mondo prima del '68 può pensarlo. Non abbiamo neanche vinto, cazzo, e cannoni e bombe sono ancora lì, e sparano: ma, in fondo, non eravamo così tanto tanto ingenui da pensare che sarebbero spariti davvero, no? Allora, credo che sia giusto riconoscere alla mia generazione, a quella che sostenne Bob Kennedy, il diritto di essere stanca, il diritto di essere sfiduciata, il diritto di pensarsi come individuo e non solo come soggetto politico. di pensare un po' ai cazzi nostri, detta chiara. E credo che però sia ancora più giusto riconoscere che siamo ancora in molti a non esercitare questo diritto. vince schwarzy, ma joan baez si arrampica ancora sugli alberi per difenderli. E, a guardare indietro, ci si accorge che è sempre così, la Storia procede a salti - come dice un altro uomo barbuto, più famoso - e ora siamo nella fase "a terra". Ci sarà un altro salto e noi forse lo vedremo - e se sì, cazzo, chi ci tiene più, quando avremo ottant'anni
e, da perdere, solo la nostra lombaggine? - e forse no: ma stupirsi o sentirsi a disagio perchè noi, come molti altri prima di noi, ci siamo fermati davanti ai cannoni puntati ( e non prima che sparassero, ma dopo) be', amico gipunto e amici coetanei, forse è ancora più ingenuo che continuare a sperare.