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domenica, gennaio 08, 2012

ORTOMONDO

Tre piani sotto il mio appartamento, c'è quella che si chiama una "villetta": l'hanno comprata, pare, nell'autunno dell'anno scorso, dopo almeno un anno (io prima non la vedevo) di beata spensieratezza della villetta e dei suoi proprietari: ma poi, basta, i giorni leggeri sono finiti. Che la nuova famiglia  dai capelli biondi e dalle gonne chiare raccolte sul prato, ha riempito sempre più le superfici verticali di sbarre: piombi ai vetri, reti sulle ringhiere, griglie alle finestre, lance inclinate sul corrimano...





Sarà che cibo e aria aperta sono due piaceri che mi sono proibiti in questo periodo - mi sono prescritti, in verità, ma se solo riuscissi ad approfittarne, cosa che non è - ma questo filmato mi ha fatto schiattare di invidia. 

Andate a vederlo subito: purtroppo, tra You Tube a Firefox ultimamente c'è un rapporto teso  e non riesco più a postare direttamente i filmati, ma con un bel copiaincolla risolverete tutto velocemente, se non riuscite a vederlo per conto suo.
Troverete una dolce fricchettona di prammatica, con i piedini appena un po' storti dentro gli stivali di gomma, la giacchina lunga sopra il vestito leggero, e un verace cesto  pieno di verdura freschissima. Aiole e serrette erano altrettanto piene, fino a poco tempo fa, di ogni ben di dio vegetale: realizzate sul ciglio dellestrade, negli spiazzi prima riservati a sciocche rotonde sabbiose, sul retro degli edifici "di rappresentanza" , nei cortili, questi piccoli ed efficienti orti funzionano in base a un principio: "Se è di stagione è di tutti". 
Ora la stagione è finita, ma rimangono foto e video a testimoniare il bel raccolto fatto dagli abitanti di Tordmorden, New Yorkshire, la cittadina dove chi vuole mangiare verdura non ha che da raccoglierla. 
E' uno dei tantissimi esperimenti sociali di condivisione che si stanno diffondendo in questo periodo, secondo me particolamente interessante perchè riesce a coniugare in modo semplicissimo risparmio, soddisfazione, competenze e solidarietà. Ma anche perchè gli intervistati ripetono una frase già sentita in altri esperimenti di questo tipo: "Forse è arrvato il momento di smettere di chiedere allo Stato di pensare a noi" o, tradotto, "Forse è arrivato il momento di cominciare a pensare alla nostra autosufficienza." In senso collettivo, prima di tutto - occupando le fabbriche, chiedendo misure più giuste, intervenendo nella vita collettiva i vari modi: e fin qui c'eravamo - ma non solo. 

La dimensione individuale, quella in cui la solidarietà si esprime spesso superando timori e pudori, non è la meno importante. Apre infatti la dimensione del rapporto personale non mediato nè contaminato da diffidenza, chè anzi può fornire spunti e motivi per ricredersi sulla fondamentale onestà delle genti. E quand'anche la riprova fosse di segno opposto... be', capita senza dubbio anche in uno schema di vita più "normale", più attento alla propria difesa: che forse non merita lo stress di chiedersi ogni volta se questo tipo che ci sta venendo incontro sarà buono o cattivo, non vi pare?

giovedì, settembre 22, 2011

EHI, HANS!

Giornate e momenti senza capra sono sempre meno, e parte del tempo buono è dedicato a far sì che aumentino, se possibile. Ma il blog langue, nè si può sempre parlare di scogli e difficoltà. 
Così, non resisto alla tentazione di condividere con il mio aff.tissimo gruppo di lettori un ritratto che abbiamo da poco appeso al muro in bella vista. Eccolo qui.

Era appoggiato ad un sedia, nel mercatino della pulci di Zurigo. E' senza passe-partout, la cornice da pochi soldi sbeccata in un angolo e stuccata alla meglio. 
La signora che lo vendeva non aveva la minima idea di chi fosse il soggetto, o il fotografo, però noi siamo rimasti incantati da questo umorismo teutonico, un serissimo travet prestato al surreale. 

Prima o poi, magari, qualcuno lo riconoscerà - abbiamo dovuto aspettare un aiuto di casa ucraino per identificare un Gorkij giovanissimo su una cartolina sovietica - o magari anche no. Quel guizzo di accennata ironia dietro l'occhiale mi basta in ogni caso.




mercoledì, giugno 15, 2011

NUMERI E PERSONE


 
E così, abbiamo festeggiato, e con che gioia e sollievo. 
Se avete in mente l'allegro casino dei video dei festeggi romani, be', qui nella Città del Mugugno ci si è invece rallegrati in questo modo: in piazza, ma pochi per volta. Che alle 15 si lavora ancora, alle 16 qualcuno fa merenda, alle 17 forse arrivano tutti, alle 18 che gioia che gioia, alle 18.15 mi tocca di andare, alle 19 chi si fa l'aperitivo? 
Rigorosamente banditi strumenti e oggetti atti a produrre o amplificare rumore: c'è un furgoncino con le casse, ma la musica disturba il Festival di Poesia - che fa, a sua volta, musica per i fatti suoi dentro al palazzo. 
Un coro o due osano un canto, nessuno si unisce. 
Una ragazza urla "Abbiamo vinto, abbiamo vinto!", nessuno si unisce. 
Gira  focaccia in un cartoccio, un po' di sangria già finita alle 17, e non arriva altro.
Chi ha portato il pennarello per fare il proprio cartello ha dimenticato lo scotch e se lo appende sbilenco alla tracolla, così che si faccia fatica a leggerlo, non fosse mai che veniamo meno alla "giusta misura"; chi lancia timidi slogan presto s'azzittisce sotto le occhiate, partecipi ma mute, degli altri. 

Però ci si abbraccia, e si fotografa, e si ride e ci si congratula. E insomma alla fine va bene anche così, siam mica foresti con le loro usanze barbare e caciarose. 
E se ci fosse una nuvoletta dei pensieri come nei fumetti, su tutta la piazza campeggerebbe un gigantesco "Speriamo..." Speriamo che sia finita davvero, che il vento cambi sul serio, che sia solo la seconda vittoria su tante future, che non riescano a imbrogliare di nuovo le carte, che noi stessi o chi per noi non roviniamo tutto. Speriamo.

Ma per l'intanto, anche se i festeggi sono mosci, lasciamoceli godere ancora un po'. Magari raccogliendo le storie del poi, quelle che rimarranno nella memoria colletiva e quelle che spariranno fra poco in virtù del loro stesso grande numero. Come quelle di chi ha accompagnato a votare un vicino disabile, la vecchietta del piano sopra, il vecchio zio non-vedente, un genitore svanito: contento e orgoglioso di contribuire così alla battaglia, e al tempo stesso mortificato di dover "usare" chi avrebbe fatto a meno di muoversi. 
O le storie dei timidi che di colpo si sono fatti audaci per convincere il negoziante, il passeggero dell'autobus, il terribile parente. O chi, alla risposta via sms "Chi cazzo sei per dirmi cosa devo fare?" all'invito ad andare a votare, ha risposto "Ma come, hai perso il mio numero? sono Giovanni!". E ci piace pensare che il tipo sia ancora lì a chiedersi quale Giovanni si sia rivelato uno sporco comunista, ma ancora di più ci piace pensare che abbia creduto che a invitarlo al voto fosse un suo collega di qualche bieco partito, pronto a saltare sul carro dei vincitori.
Perchè la creatività, la fantasia e il divertimento sono stati la chiave di volta della costruzione di questa opposizione che sembrava persa e annichilita, e che si è ritrovata: ma questo lo stanno già dicendo tutti.
Quello che non dicono è che, vicino ai fantasiosi e alle loro goduriose creazioni sul web, c'è stato un altro sacco di gente che si è mobilitata in sordina, senza troppo parere: come l'ufficio postale che si è adoperato perchè il certificato elettorale di una mia amica, spedito da casa il giorno prima, le arrivasse in tempo per votare.
Io ho pensato alla "zona grigia" della Resistenza, la definizione con cui una parte della storiografia pur di sinistra definisce il pezzo di popolazione che mantenne la propria indifferenza verso ciò che stava accadendo. La zona grigia fu per un certo periodo oggetto di accese discussioni in casa nostra, non chiedetemi perchè: e io, che sostenevo la masochistica parzialità delle definizione, dicevo che probabilmente molte persone avevano fatto piccole cose che non erano mai apparse da nessuna parte , altro che indifferenza. Gli uffici postali, gli accompagnatori, i condividi di facebook... chi li ricorderà domani? 
Dentro a una percentuale le storie non ci sono.

lunedì, febbraio 21, 2011

PISCINE E VINERIE



Se io dico:
sauna finlandese
idromassaggio, 
piscine, 
doccia aromatica,
bagno turco
ok, sì, giusto: il vikènd ci ha portato in un centro benessere - e c'era perfino la Grotta della Neve a - 15° dove ho resistito ben mezzo minuto, credo. 
Per la prima volta nella mia vita  ho provato la discutibile emozione di essere in un vero non-luogo, come chi va alle Maldive o nel mezzo del Sahara e non mette piede fuori dal villaggio vacanze. Aeroporti e parchi di divertimento non possono competere: per quanto artificiali, la loro stessa complessità fa sì che siano influenzati dal luogo reale i cui sono collocati. Sul villaggio vacanze, in cui non sono mai stata, potrei anche sbagliarmi, ma nel nostro caso il Nulla era quasi assoluto anche se si trattava solo della campagna veneta. Tutta spianata e lisciata ancor più di quello che sarebbe, con finti selciati di pietra, finti marmi, finti mosaici, finti dipinti di Pompei, finto globo terrracqueo medievale (?) dipinto sopra la piscina.
Ma, come avrebbero detto in romanzo inglese di inizio secolo, i letti erano comodi,  il desinare eccellente,  gli indigeni accoglienti (e anche l'offerta termale e acquea in genere è più che buona)  quindi, cosa volere di più? Be', ecco è vero: sono state due buone e rilassanti giornate e, anche se la family mi ha turlupinato e praticamente costretto a vedere la finale di Sanremo (tutta, fino in fondo!), non sono mancate risate e tranches de vie. 
Però, insomma:  è vero che noi ci siamo andati con l'offerta Groupon o Groupalia che sia, è vero che in piscina c'erano perfino due agitatori con la cuffia della Uisp, è vero che, signora mia, ormai non si sa più cosa ti può andare a capitare, ma quell'avviso, in targa dorata su legno, che potete leggere nella foto... ecco, secondo me solo in Italia, neh? Un Paese di caccari e, come dimostrano ben altre vicende, ci teniamo a farlo sapere. 
Per fortuna, è anche un Paese in cui resiste, senza troppe concessioni, un posto che si chiama Osteria La Mandorla , in cui fin dagli anni '30 si beve il Marsala Mandorlato che arriva dalla Sicilia e che ha entusiasmato alcuni di noi. Panini onesti, simpatia, un sincero gusto per gli oggetti quotidiani d'epoca e colonna sonora di Fred Buscaglione hanno quasi riscattato il finto tutto precedente, e reso piacevole anche l'attesa dell'orario per andare in stazione.

lunedì, ottobre 11, 2010

UN RICCO PALAZZO



Da non molto, ho scoperto che l'arte contemporanea mi piace. Ancora di più mi piace quando mi fa ridere, cosa che è difficile succeda con l'arte figurativa di altre epoche. 
Oggi, perciò, la domenica si è aggiudicata il titolo di "buona domenica" (che raramente le domeniche conquistano) grazie alle mostre a Palazzo Ducale. 
Per esempio, grazie ad un'opera di cui non ho segnato il titolo preciso, che consiste in un grosso pacco allestito per la spedizione postale - chiuso, sigillato, con bolli e timbri e targhette - appeso vicino a una spiega che ci informa che è un pacco di alimentari spedito all'artista dalla sua mamma. "Peso 30 kg", c'è pure scritto. 
E avvicinandosi si può sentire, dall'interno del pacco, le voci della mamma che in dialetto mi pare barese discute con l'artista il  contenuto del pacco, e quindi la voce dell'impiegata dell'ufficio postale che informa sul ritardo nella consegna e così via fino alla lieta conclusione della vicenda. Lo so, detto così è come raccontare una gag, non fa ridere per niente: ma il bello dell'arte che fa ridere è proprio questo sorriso che non diventa risata ma rimane dentro, in una contentezza di mente.
Struggente e delicato, invce, nella stessa mostra dal  titolo bruttino di "Persona in meno", è il filmato "Cancan", mentre l'opera "Big mama" è di nuovo divertente assai, ma non vi dico come sennò vi rovino anche questa. 
Quando esci, persone gentili ti avvisano che accanto c'è anche la mostra fotografica, vuoi vedere anche quella? Sì, ovviamente, e anche quella merita: a me la Giuliana Traverso non mi è mai piaciuta granchè e le sue fotro mi sono parse un po' fuori tema, ma almeno un paio di scatti di Lanfranco Colombo uno se li porta via dentro gli occhi. 
Tutto questo però è stato dopo, perchè prima avevamo visto  "Meditazioni Mediterraneo", ricca di cose e suggestioni in cui i popoli del Mediterraneo si mischiano e si confondono fra loro. Bellissimi i bronzi nuragici, gli ex-voto, le sculturine di fecondità; belli i "trucchetti tecnologici" realizzati con schermi e sensori per farti sentire "dentro" i paesaggi geografici e umani (con azzeccati rimandi di favola nel tappeto che cambia secondo i tuoi passi per farti infine vorticare, se vuoi, in fondo a un catino di curcuma), interessanti le tre "cartoline finali" con filmati d'archivio che riportano alla preoccupante realtà attuale. 
Però bello più di tutto, nella sua semplicità, mi è sembrata la tavolozza di arti e mestieri, sei piccoli schermi su cui si alternano brevissimi e ben fatti filmati senza parole, in cui il sonoro è quello del mestiere stesso, in una fascinazione di gesti e di ritmi che davvero riescono a farci sentire parte di uno stesso popolo, casualmente diviso e unito da un mare.
C'erano ragazzi a visitare la mostra, neppure pochi: e guardandoli mi veniva da sperare che, usciti di lì, avessero qualche motivo e colore e suono e sentimento in più per "pensare la cosa giusta", cosa di questi tempi non così facile.

lunedì, settembre 27, 2010

LE STRADE DI COPPI







Una ruota in un fosso - e c'è voluto il trattore - una gran mangiata, una nutrita spesa biologica. E vini uno più buono dell'altro, aria contenta di vendemmia, profumi di mosto e api ubriache  e, ancora, discorsi di bosco. Lo sapete che si può comprare un ettaro di bosco? Ma si compra, più modestamente, anche il vino: e per ora ci siamo limitati a quello.



E lungo tutte le strade ci sono le gigantografie - molto belle, molto azzeccate - di Fausto e Serse Coppi. E le sue vittorie stampate sull'asfalto.  E c'è la sua casa-museo, uno spaccato della "vita di una volta" in cui fatichiamo a riconoscere tutto, le stanze e gli oggetti e i concetti, eppure.



Intorno, geometrie di vigne in curve regolari e di campi in salita a segnare di colori diversi le colline. E su tutto, un cielo azzurrissimo di lacca nitida con nuvole di gomma, di cotone, di panna, di inchiostro viola.

Un pezzettino di Italia verde di quella che di solito non si vede e non si sa che esista ancora, dove la malinconia arriva verso sera con una voce aspra a rompere in dialetto il  silenzio dei paesi  lindi e ordinati, ma troppo vuoti.


Ecco, la gita alle Valli Unite ci è piaciuta assai. E' bello avere amici che non solo si lasciano trascinare, ma affrontano anche i fossi.





lunedì, settembre 20, 2010

GENTE BRAVA





... che non è la stessa cosa di "brava gente". E infatti, guardate cos'ho trovato qui, cercando sul gugòl "libri-scultura". A me piacciono un sacco.

martedì, settembre 14, 2010

DOLCI SCOPERTE




















Tra una visita dell'Amicadelcuore e una dell'Amicodelcuore, in questo finale di estate che ha visto più cose da fare di tutto l'intero agosto - e ciò non vuol dire che in agosto ci si sia 'noiati, tutt'altro - la Notte Bianca ha dato il suo contributo, facendomi scoprire l'Orto Botanico.
Sì, lo so che è lì, un po' fuori mano ma perfettamente visibile dall'alto, però non c'ero mai andata, come succede spesso con ciò che è vicino.

Non so dirvi se l'Orto di per sè sia bello, pregevole o addirittura fantastico, non ho pietre di paragone se non la scoscesa Villa Hanbury visitata molti anni fa: alla luce notturna di molte candeline, comunque, lo scenario offerto dall'Orto e dalle sue serre era suggestivo, e conto di tornarci. La sorpresa, poi, è stato il percorso per arrivarci.

Chi conosce un po' Genova sa che è disposta in una stretta porzione di terra e costruita in fasce digradanti verso il mare. Le fasce comunicano ovviamente fra loro, a volte in modo del tutto logico e prevedibile come può essere una strada che ne collega altre due, ma spesso invece con salitine, creuze, passaggi che rimangono più o meno nascosti. E non è raro che sia un palazzo, o un giardino, a fare da collegamento, con architetture che ricordano
Escher o perfino Hogwarts: nonostante ciò, che un palazzo dell'Università e l'Orto Botanico fossero in comunicazione era difficile da immaginare. Insomma, forse si poteva fare due più due guardando una cartina e riflettendo sul fatto che l'Orto Botanico Hanbury è appunto di pertinenza dell'Università (e ancora di più leggendo semplicemente qui): ma penso di non essere stata l'unica a stupirmi nello scoprire che due punti della città apparentemente molto distanti sono invece collegati da una lunga e ripida scalinata, in gran parte interna al palazzo.

Non si mai sa, come diceva una vecchietta che ci era molto simpatica. E tocca riconoscere a questa città la capacità di sorprendere continuamente.


Pur senza montarmi la testa, mi sento autorizzata a questo punto a parlare delle mie piantine di Stevia, arrivate per corriere qualche giorno fa.
Sono state ordinate
qui, e sono arrivate in una confezione ineccepibile, tutta riciclabile, che le aveva protette benissimo.
Questi dati sono importanti perchè la
Stevia Rebaudiana è praticamente introvabile, anche su Internet: i vivai che tengono questa pianta sono pochissimi e solo questo è rintracciabile, sia pur non facilmente perchè il link di riferimento indicato in altri siti ( e da loro stessi) è sbagliato.
C'è chi dice che questa piantina viene boicottata dalle multinazionali, e non è così stupido pensare che sia vero: ha infatti un grande potere dolcificante a zero calorie, migliore (e più sano) di quello dei dolcificanti di sintesi.

In alcuni paesi del mondo, come il Giappone, viene usata da molti anni senza che si siano mai registrate controindicazioni, ma nel mondo occidentale la lotta per rendere legittimo l'utilizzo alimentare di questa piantina va avanti con risultati incerti da molti anni. Non è illegale, ovviamente (altrimenti non lo scriverei qui, neh?) nè coltivarla nè venderla come pianta (e quindi se ne deduce che ognuno può utlizzare la sua come meglio crede) ma il suo uso in prodotti destinati al consumo alimentare è invece vietato.

E' interessante notare come il principio di "giusta precauzione" intervenga solo sulle sostanze naturali, quando pur sarebbero disponibili le osservazioni empiriche che derivano da anni e anni di utilizzo, no? Mentre per gli OGM, i pesticidi, i prodotti di sintesi, si invoca il "progresso" e tanto basti.

Le foglie di Stevia sono buone anche masticate così, come un chewing gum, e alcuni dicono che il sapore assomigli alla liquirizia: secondo me no, è un gusto più dolce di quello della liquirizia e tutto suo. Nella macedonia si sente la dolcezza più del sapore, nel caffè non a tutti piace il retrogusto (ma io il caffè lo prendo amaro e non vi so dire): insomma, ora speriamo che le piantine vivano bene anche sul balcone e che si possa procedere al primo raccolto fra poco.

martedì, agosto 31, 2010

CAPRE E PANCHINE

E alla fine tutto è andato a posto, nella zona Cesarini delle ferie.
Sono state fatte (con Fimo e bottoni) le maniglie per l'armadio che le aspettava da febbraio, è stato appeso lo stemma di famiglia (l'insegna della polleria dei miei nonni) e si è ricreato l'Angolo dello Gnomo (con tavolino mignon irrinunciabile, come direbbe un'agenzia immobiliare).
L'urlo di Munch gonfiabile e gonfiato ha trovato la sua collocazione e io non devo più stendere contorcendomi come un derviscio, chè il balconcino è stato sgombrato.
Sono stati fatti progetti di guadagni etici e divertenti (no, non dico quali sono, per ora: ma pensate all'improbabile e aggiungete un po' di assurdo), e subito dopo progetti di spesa -uh, quanto siamo più bravi, in questo.
E già che eravamo in vena di repulisti, è capitato anche di spazzare via un eccesso di
soldatinismo coraggioso che era lì a mettere in tensione tutto il resto: ma per fare ciò ci sono voluti un po' di passaggi - non del tutto piacevoli, neh? - compresa una furente camminata sotto la pioggia, sul mare grigio sotto i mattoni rossi e bagnati della Passeggiata di Nervi, fino in fondo. Bellissima, pur nel silenzio e nella rabbia che non si smaltivano neppure sulle panchine azzurre appiccicose di sale.
E poi ci sono stati un po' di amici e un po' di risate, un bagno crepitante (ah, è troppo carino: li vendono in bustina, nei reparti bambini) e la voglia di fare un sacco di cose nonostante l'ennesimo tentativo di eliminarmi. Che dev'essere come per Babbo Natale, che se non ci credi non ti porta i
regali, ho pensato: lassù qualcuno mi odia, essendo io atea più atea. A dimostrazione, questa volta mi è caduta addosso una lastra di marmo: piccola, d'accordo, ma sempre di marmo era. E io, tiè, con un triplo salto carpiato l'ho evitata, mi ha colpito solo di striscio alla gamba, come Tex Willer. E finalmente ho potuto sfoggiare i cerotti neri con i teschi, ben in vista.

Ma le ferie sono finite da otto minuti, perciò devo sbrigarmi a contarvi la conclusione: che è stata l'Aperitivo delle Capre di Mare. No, non è Kamasutra, è un doppio Mojito in un posto che definire affascinante è davvero fargli torto per difetto. E' dentro il mare, in pratica: per arrivarci bisogna aspettare lo stacco fra le onde.
E poi si è lì, tra una fila di cabine azzurre e una ringhiera, nella luce dorata che si spegne laggiù, a guardare il traghetto che pian piano raccoglie la luce dell'orizzonte fino a sembrare un iceberg, e le onde dalla spuma sempre più bianca nel buio che aumenta. I gestori sono giovani, e carini, la roba buena, e la colonna sonora ha fornito il tocco finale di surrealtà, con Joe Hill di Joan Baez.
Non si corre il rischio di stufarsi, di un posto così: anche perchè quasi duecento gradini tagliati negli scogli, più una lunga creusa lo difendono bene dal pericolo di risultare "troppo visto": se c'è qualcosa di peggio delle creuse in salita e dei gradini in discesa per arrivarci, sono i gradini in salita e le creuse in discesa del ritorno, al buio, e con i mojitos in corpo. Ma merita, merita assai.
Dulcis in fundo, non solo abbiamo trovato sulla bancarella di corsitalia il prezioso volume "Le domande della gente a Bertand Russel e le sue risposte", ma ho avuto la sorpresa di sentirmi orgogliosa delle mie origine comasche. Chè, diciamolo, non è una cosa che in cinquant'anni mi sia capitata spesso, specie dallo spargersi velenoso della leganort in poi: ma questi comaschi che cacciano via Dell'Utri gridando "Mafioso, mafioso" e poi cantano Bella Ciao mi sono piaciuti proprio.

domenica, agosto 22, 2010

LA SVIZZERA LA SVIZZERA



A volte il mio citarandom qui a fianco ci prende quasi come l'oroscopo dell'Internazionale - che anche questa settimana mi propina un ottimo consiglio senza alcuna indicazione su come fare a seguirlo, come se il problema fosse il sapere le cose e non il riuscire a farle - e si intromette nei miei pensieri fregandosene della privacy.
Oggi, pies, mi stuzzica con questa massima, nientepopodimeno a firma Adorno:

"La libertà non sta nello scegliere tra bianco e nero, ma nel sottrarsi a questa scelta prescritta." e mi coglie sul fatto, che proprio di ciò vado pensando da qualche tempo, e soprattutto oggi che torno dalla Svizzera.
Ora, lo so che quasi nessuno dei miei lettori ama granchè questo paese e proprio perciò non ne scrivo volentieri, di solito, se per citare il dato indiscutibile della bellezza dei paesaggi. Anche se bisogna ammettere che anche prati e montagne vengono spesso definiti, da quei sublimi esteti che sono gli italiani che vivono circondati da eternit e cartelloni pubblicitari, "noiosi, troppo ordinati". Ma, insomma, come diceva qualcuno da piccola "uno ha i sui gusti" e non starò ad impelagarmi in polemiche inutili o in una difesa ancora più sciocca della Svizzera in quanto tale.

Quando si è lì, però, non si può fare a meno di notare quante cose gli svizzeri tengono all'aperto, o comunque incustodite, senza nessuna protezione: divani con tanto di cuscini asportabili, ogni tipo di giocattoli e mezzi di trasporto per bambini, sculture e sculturine, vasi con piante comuni e vasi con piante rare, attrezzi, opere d'arte e pezzi da collezione.
Le tengono all'aperto, o in musei senza custodi, perchè in genere non vengono rubate.
Sì, lo so, l'osservazione è banale, ma si presta ugualmente a un pensiero, una fantasia: pensa a quanto tempo, soldi, fatica risparmierei se potessi lasciare incustodite le mie cose. E non parlo di gioielli - che non ho, anche se non lo dico alla mia vicina che afferma "uh, tanto quelli li teniamo tutti in cassetta, vero?" E come no? - e neppure di cose obiettivamente preziose. Parlo della faccia della portinaia che, piena di solerzia, ci ha avvisato che la nostra cassetta postale era aperta: " sì, la lasciamo così", abbiamo spiegato sorridendo, e lei non ci poteva credere. La cassetta della posta, nell'era di Internet, in un palazzo che ha portinai e cancelli oltre al portone! "Contenti voi..." ci ha detto, quasi offesa.

Tenere aperta la cassetta della posta ci regala alcune libertà: quella di non avere la chiave, quella di poter chiedere a chiunque venga su di ritirarcela, quella di risparmiare ogni volta quei due o tre minuti necessari per trovare la chiave, aprire, richiudere. E, forse più di tutto, ci regala la libertà di poterci fidare degli altri, visto che non è mai sparito niente: e la libertà di fidarsi produce a sua volta altre piccole libertà.

Allora, senza chiedere scusa a chi crede che il rispetto delle regole sia il contrario della fantasia, io sono arrivata a pensare che vivere in un contesto in cui le regole sono rispettate permette a chi ha la fantasia di poterla esprimere: per esempio, utilizzando il tempo risparmiato in una vita che scorre senza mille difficoltà e imprevisti per creare, che siano orsi di peluches o quadri o pasticcini. E permette che questa creatività venga resa nota, fatta magari fruttare o comunque sottoposta a un benefico confronto: se posso lasciare le mie sculture in un giardino visibile e accessibile dalla strada, se posso vendere i miei dolci, se posso partecipare alla Fiera degli orsi di
peluche, indubbiamente riceverò più stimoli a continuare a creare che non se dovessi tenere tutto sotto chiave o sottopormi a quei mille balzelli e burocrazie che cercano di escludere (?) la possibilità di "fare i furbi".
Si può obiettare che se il rispetto delle regole è interiorizzato, di per sè ci rende meno liberi: mah, io credo che l'obiezione sia vera soprattutto se intorno a noi tutti si comportano in modo diverso. Se sono l'unico legalitario in una compagna di furbi, è vero, apparirò noioso e sembrerà che siano gli altri a divertirsi, a essere pimpanti e innovativi, autonomi e perfino geniali.
Ma se il giorno dopo, poniamo, il risultato delle loro genialate sarà un cancello di più, un altro divieto insulso, un ulteriore balzello che andranno a colpire indistintamente tutti, quale potrà essere il divertimento?
Mi troverò, prima o poi, a dover scegliere tra il bianco e il nero, tra l'adeguarmi a norme stupide e inutili o il provare ad aggirarle: e infatti così viviamo sempre, noi italiani, cercando la "giusta misura" di compromesso, quel malcostume che non è neppure considerato tale, quell'onestà che se poi a vai a vedere non è mai del tutto onesta. E, diciamolo, non si può fare altrimenti, qui.

Ci siamo abituati a considerare virtù ciò che in buona parte del mondo - e non solo in quello occidentale - è considerato un difetto e un obbrobrio, una necessità da poveracci, un'ipocrisia senza senso: e sopportiamo al governo da ormai troppi anni chi questa "virtù" la rappresenta benissimo. E pazienza, chè questo è solo un post. Ma, ecco, forse libertà e fantasia sono un po' un'altra cosa, no?

sabato, maggio 29, 2010

COSE BUONE DAL MONDO


Come forse vi sarete accorti, voi tre e mezzo affezionati lettori, la fotografia è l'ultima delle mie passioni. Sto perfino quasi seguendo un quasi corso: io arrivo lì con la mia piccolissima, fantastica Lumix ("la più bella delle compatte", dice il quasi maestro Andrea) e me ne sto in un angolino a guardare come si incasinano gli altri con le loro megagalattiche reflex, ma questa è come al solito un'altra storia.

La storia di oggi, invece, l'ho trovata sul blog di Repubblica tenuto
da Michele Smargiassi e dedicato appunto alla fotografia: racconta di fotografi professionisti che, riuniti in un'associazione internazionale ma agendo in modo autonomo, regalano un ritratto a chi non si potrebbe mai permettere una foto migliore di una squallida fototessera.
Immigrati, homeless, ospiti delle case di riposo o di altre strutture di accoglienza... persone, insomma, il cui senso di identità è spesso vacillante diventano protagonisti di una seduta di posa in cui non vengono usati per documentare nulla, ma semplicemente fotografati al loro meglio.
Il video, qui sotto, che documenta alcune iniziative di Help Portrait , è commovente: "Fotografare, nella nostra cultura, almeno fino a quando l’ubiquità dei fotofonini non avrà demolito anche questo, è attribuire valore - scrive Smargiassi - Ti fotografo, dunque ti trovo interessante, bello, degno di essere guardato. Il dono vero è questo, più che la consegna materiale, qualche giorno dopo, del ritratto ben stampato e incorniciato."
Com'è ovvio, l'associazione si è data regole per evitare che i ritratti possano deviare in un qualsiasi sfruttamento commerciale, ma anche così non mancano le polemiche: chi è senza una casa, si rimprovera in sostanza a Help Portrait, certamente non ha come prima necessità una foto.
C'è del buon senso nell'obiezione, ma qualche volta il buon senso è grigio e finisce per perdere di vista le cose importanti della vita.
La mia generazione, che aveva storie e storiazze della Seconda Guerra Mondiale ancora relativamente vicine, ha fatto in tempo a sentirsi raccomandare il "mantenere la propria dignità in ogni occasione" , così come si diceva che facessero gli inglesi presi prigionieri dai nazisti, facendo ginnastica tutti i giorni nella cella due metri per due.
Aspetto fisico e fermezza d'animo venivano a coincidere, senza che però ci fosse ancora tutta la contaminazione commerciale che è venuta in seguito e che ha trasformato la piacevolezza estetica umana in paranoia. Anche così, fu il '68 a mettere in discussione quell'idea di dignità: nella quotidiana vita borghese finiva infatti per trasformarsi spesso in ipocrisia dell'apparenza, in tirannia dell'aspetto "ordinato e perbene" senza il quale non si poteva presentarsi al mondo. E, benchè quell'idea e quella tirannia si siano fortunamente modificate e stravolte e frantumate, da allora, uno dei modi più sicuri per riconoscere le persone che la vita ha duramente manganellato rimane ancora oggi quello dell'aspetto, di quel porgersi agli altri a cui non si riconosce più valore perchè non si riesce più a dar valore a se stessi. Ecco allora che un ritratto fatto come si deve, con tanto di luci e trucco discreto e scatti professionali, diventa l'equivalente della ginnastica degli ufficiali inglesi: non fa miracoli, ma aiuta a conservare o a ritrovare, il rispetto di sè, un aspetto troppo spesso trascurato anche da chi ha buone intenzioni. E che a volte, quello sì, può fare miracoli.