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sabato, ottobre 02, 2010

RAGIONE E RAGIONAMENTO


Da Oviesse, gli altoparlanti sparavano musica araba. e la commessa ha riposto con disinvoltura, in italiano, a una domanda formulata in spagnolo. i ragazzini autistici non fanno più le giravolte sullo skate, ma gli equilibrismi sulla bici da cross. i pomodori quest'anno, nelle terre più vicine alla città non sono maturati, mi si dice; ma a Tortona la vendemmia si è sempre svolta in mezzo alla nebbia, e invece da una decina d'anni sembra una vacanza, dal sole che c'è. del resto, ieri era una giornata da inizio settembre e oggi da quasi novembre. le sculture non sono più di marmo e bronzo, ma neanche i libri sono più di carta. per non parlar dei vestiti, che ormai sono tutti di plastica (e chissà se riuscirò mai a capire come, con il petrolio che costa e scarseggia, risultano pur sempre più redditizi  i filati sintetici del cotone, della lana, del cuoio: cosa ne fanno, pies, della pelle dei bovini che, dicono, si mangiano ormai ovunque in quantità inimmaginabili? ma questo è un altro post). E comunque, la verdura adesso costa più di un pollo o di una fettina da supermercato. E l'odiato pantrito della mia infanzia è diventato una specialità da gourmet. 

Così,  non credo che ci sia proprio da stupirsi se c'è ormai tante genti che non ragiona con coerenza, come ci dice lanessie con divertenti e tristissimi esempi.  Credo che la coerenza sia proprio sparita dal mondo, in questi momento: in modo particolare qui da noi, ma non solo. 
 
Me mi fa impazzire una cosa, tanto per fare un esempio: ci hanno cassato le lampadine che facevano una luce decente, ci fanno sentire criminali se capita di lasciare aperto il frigo mentre si prende la padella, ci obbligano a fare i lavori domestici durante la notte (vi siete accorti che altrimenti pagate di più, sì, eh?), ci chiedono di trasportare periodicamente sacchi di vetro, di lattine, di carta, di plastica.
Tutte cose giuste. Stragiuste.
E poi c'è una fonte di energia totalmente gratis per il singolo e la collettività, che è il sole, e una sana abitudine  generalmente facile da praticare,  radicata negli usi nazionali e spesso immortalata in opere d'arte e depliant turistici: che è stendere il bucato all'aperto. E poi, ancora, c'è la crisi economica con le famiglie indebitate, e le bollette non sono certi la voce più lieve. 
Infatti,  cosa cercano di lanciare, con pubblicità insinuanti e promesse di benessere? L'asciugabiancheria. 
Ecco, lo so che non è peggio di tante altre cose, ma appunto: l'incoerenza è ormai stile e modello e norma. E incubo, già. 

Che di fronte a un mondo o a una persona che non riesce a trarre una logica conclusione neppure da ciò che lui stesso dice, di fronte a una superficialità così esaperata da diventare una sorta di handicap, davanti alla sicumera di chi vuole credere a menzogne per sentirsi nel giusto contrapponendole ad altre menzogne, non si sa più cosa fare. 
Che metodi, che armi, che incentivi usare? Ogni azione può avere risultati imprevisti, quando il filo non è più quello logico.

C'è sempre più gente, ci dice questa settimana il Venerdì di Repubblica, attratta dal modo di vivere degli Amish, la davvero affascinante setta che in America vive come nell'Ottocento. 
Certo che viene voglia di tornare indietro, quando tutto era (o così sembra a noi) più faticoso ma più semplice.   
Sottovalutare questo desiderio di semplicità a me pare il grande errore della sinistra, che cerca di ritagliarsi uno spazio e un ruolo adattandosi e confondendosi con un mondo che ormai è quasi tutto incoerente, contradditorio e impossibile, quindi, da gestire senza sottili distinguo e compromessi discutibili.

Ma d''altro canto: è bene che Oviesse diffonda musica araba? Certo che sì, è anche da questi cambiamenti della quotidianità che passa l'integrazione fra popoli diversi. Ma è bene anche se così cercano solo di conquistarsi altri consumatori? Eeeeeeh, be', ecco, il marketing, il consumismo, la povera gente che si svena per comprare tre tutine al bimbo invece di due, tre cellulari al posto di nessuno... 
E' bello, no, che i ragazzi rivalutino le bici? Ma se poi serve per consumare preziose risorse per fabbricare bici che verranno abbandonate nei box fra un anno? Eeeeeh, be', sempre meglio che un altro motorino, meglio che rimanere svaccati davanti alla tv, ma insomma, ecco, lo spreco, la moda...
Se non ragionare è facile, bisogna ammettere che ragionare sta diventando sempre più difficile.

Così, forse è per questo che trionfano gli integralismi, ma anche gli Amish e magari perfino Greenpeace: obiettivi chiari, semplici, definiti. 
Che le nostre vite, così brevi comunque, non sono fatte per farci stare dentro tutto quel sacco di cose che ci stiamo infilando:  per ottenere quel risultato non si può non sacrificare l'approfondimento, la riflessione, il ragionamento appena più complesso. 
E questa è una cosa che al Potere - per usare una definizione molto sessantottina ma ancora buona - piace un sacco.

A un certo punto ci sarà, io penso, una specie di ricetta per uscire da questa impasse: un po' come succede anche nelle storie d'amore (o di disamore), quando improvvisamente tutto ciò che sembrava irrisolvibile senza aggiungere casino al casino diventa chiaro, col suo prezzo e il suo vantaggio, e si fa. E' successo così altre volte, nella Storia, e chissà se qualcuno prima o poi scoprirà anche perchè l'umanità ha bisogno - individualmente e collettivamente  - di arrivare vicino (o dentro) alle catastrofi prima di cominciare a ragionare.

Nel frattempo, noi Farfalle della Rivoluzione possiamo intensificare il nostro lavoro di cogliere fior da fiore, prendendo una cosa buona qui e una buona là, per resistere a quelle cattive che imperano. 
Non rinunciando alla Cultura, prima di tutto, che va difesa con curiosità, senza chiudersi nel già noto (quanto di noi leggono libri di autori non occidentali? quanti ascoltano musica di altri popoli? quanti conoscono le arti figurative orientali? o l'arte contemporanea, o le filosofie che si vanno affermando?), e il ragionamento in secondo luogo, che ben si fa a mettere qualche pulce nella testa dei grilli, e anche di altri. E anche di noi stessi. 
E poi, chissà, magari provare a smettere di ragionare a blocchi di pensiero avrebbe un suo senso: il beppegrillo lui mi dà il voltastomaco, ma posso ben firmare una petizione dei grillini, se la condivido. E magari si può anche smettere di pensare che il nostro voto premi tutta l'intera  politica di un partito, o che un partito che in quel momento può essere utile (e non bello, giusto, bravo e puro) si possa votare per poi opporsi a ciò che non ci piace, anche se gli abbiamo dato il nostro voto. Con alcune barriere che mi sembrano essenziali: e su questo sono dell'idea che le discussioni dovrebbero essere ben di più e ben più toste, data sì la fascinazione delle destra su un parte della sinistra.
Si rientra così nella complessità? Io non credo: credo anzi che tornare a cercare un rapporto diretto fra le proprie azioni e un risultato sia un inizio di coerenza. 
Tutto sta, per ora, a capire qual è il risultato a cui teniamo. Non che sia poco, ma.

sabato, settembre 11, 2010

STALINGRADO ?


Sì, lo so che avevo detto basta politica. Ma c'è questo post tristissimo della Nessie, e come si fa a non dire nulla? Parla della solitudine degli eroi, di coraggio che viene a mancare se non è condiviso, collettivo.

Il sindaco ucciso, l'indifferenza e la superficialità con cui è stata accolta e trattata la notizia - come ha detto non so più chi, indipendentemente dalla sua onestà, il fatto che venga ucciso un sindaco dovrebbe essere di per sè gravissimo - prima ancora che dai media, dai rappresentanti politici, ha ispirato considerazioni amarissime in molte persone, io credo. Non c'è bisogno di dire perchè, lo dice già bene la Nessie e poco ci sarebbe da aggiungere: ma, per antica abitudine, quando le cose vanno malissimo mi viene da alzare lo sguardo, e cercare più lontano.

Intendiamoci: se potessi emigrare senza troppi danni, lo farei domani.
Dire che questo Paese è allo sfascio da tutti i punti di vista - politico, culturale, umano, ambientale - e che non si vede una via d'uscita è peccare per difetto: in qualsiasi classifica fra Stati siamo fra gli ultimi, dietro di noi ce n'è solo uno, o due. Quando sono cinque è perchè si sta parlando di cibo. E quindi.

Però non è che gli altri siano messi così meglio, a parte poche eccezioni. Il che non giustifica i
il nostro Paese, anzi ne peggiora la posizione, come arrivare ultimi alla gara fra zoppi. Ma, tanto per dirne una, se il programma di rilancio dell'economia di Obama è quello che hanno scritto sui nostri giornali, anche lì il coraggio non abbonda, neh? Nonostante le belle premesse, nonostante che Obama stesso sia motivo di invidia: ma la situazione è quello che è, quella che vede il mondo stesso allo sfascio, anche se non con la beceritudine che contraddistingue le vicende italiane.

E il momento peggiore non è ancora arrivato, secondo me. La crisi delle risorse e del clima si sta annunciando pesantemente, ma non c'è ancora. Difficile immaginare quale potrà essere lo scenario, ma io credo si possa pensare che comunque sia, a un certo punto si capovolgerà. Quale potrà essere il punto è la grande scommessa, il bicchiere che si può vedere mezzo pieno o mezzo vuoto, l'orizzonte su cui focalizzare il pessimismo o l'ottimismo.

Ma, escludendo per principio la fine del mondo, io penso che stiamo assistendo e partecipando alla fine del "nostro" mondo. La fine del "secolo breve" è adesso e durerà ancora un po',
il 2000 non è ancora cominciato davvero ma già ora sta spiazzando tutti con i suoi effetti speciali.
Come agli inizi del '900 fu la fiducia nella scienza e nel progresso a scuotere le fondamenta della solida società paternalistica e imperialista (che reagì con violenza ancora per mezzo secolo) , così oggi siamo disposti a credere che l'informatica e la genetica andranno a rappresentare non tanto la soluzione dei nostri meschini problemi, ma l'Avvenire tout court.

A me non pare che ci sia da stupirsi se la gente ha paura. Occhio e crocchio, più di metà della popolazione occidentale vede il Futuro rappresentato da cose che non conosce pe
r nulla, in cui non c'è posto per nessun tipo di valori dal momento che vengono spacciate come "neutre" e "obiettive". Anche sugli OGM, avete notato? non viene più data nessuna motivazione etica e anzi nessuna motivazione in assoluto: sono un puro fatto, una pura prova di forza. Ovunque nel mondo cresce la volontà di rapina, l'indifferenza per la sorte dei viventi se intralcia l'arricchimento di pochi.

Ma, come in tutti i periodi di questo tipo, ferve il lavoro sotterraneo. Quello del coraggio che non si vede e che spesso corre il rischio di essere confuso con il coltivare il proprio orticello (che è esattamente una delle forme di "protesta" attuali, del resto), quello di chi tiene la posizione, quello, se volete, del deserto dei tartari. Che, a modo suo, perfino quello è coraggio.
L'umanità non è mai stata fatta soprattutto di eroi ed è facile, come da annose discussioni, farne un sol fascio e chiamarla "zona grigia" perchè uno ha paura di essere ammazzato, all'altro basta temere di perdere il posto, l'altro ancora è sempre stato timido.

Però
Neville diventa eroe sopportando, rimanendo lì a prendersi insulti, e così fanno in tanti quando sopportare è già molto. Quando non cedere, non piegarsi a diventare beceri, razzisti, arrivisti, o anche solo furbi e conformisti, è già resistere.
E in più ci mettono gli orti sinergici, i circoli dell'anima, gli asili volontari, i prezzi politici, le transition towns, i pannelli solari, il cibo bio, i vestiti solidali, la caccia alle baleniere, gli appelli per la giustizia, le idee per il futuro.

La lotta si fa dura, certo, e peggiorerà. I nazisti ci sono arrivati, a Stalingrado: ma lì sono stati fermati. Non tutti possono e devono stare in trincea, non tutti hanno da starci nello stesso momento, non tutti riescono a starci nello stesso modo.
Ma le orme ci sono, anche se di notte non si vedono.

mercoledì, marzo 24, 2010

SE MIO NONNO AVEVA LE RUOTE ?


C'è una discussione che mi alita sul collo da un bel po': il brother si è messo a difendere il libero mercato, e stuzzica e provoca affinchè si dibatta, sapendo che prima o poi cederò. Infatti.
Io, premetto, non ho ben capito cosa sostiene il brother: perchè pare dire "supermercato è bello" e insieme "privatizzare l'acqua è un abominio", apparentemente saltando il passaggio "l'acqua si vende nei supermercati" (che non è un fatto ininfluente o casuale, ma come minimo propedeutico al commercio dell'acqua, come massimo necessario.)
La discussione appare in ogni caso interessante, anche se confesso subito che il mio testo principe di economia è stato e rimane "L'obelisco nero" di Remarque e di lì in poi mi sono un po' persa, nonostante il buon Karletto.
Mi pare comunque che il brother voglia sostenere che, in quanto principio, il libero mercato è cosa buona giusta, semmai è la sua applicazione che lascia a desiderare.
Effettivamente, ci sono economisti che mi sono fin simpatici. John Maynard Keynes, per esempio, è uno: disse alcune cose di buon senso, tra cui il fatto che il capitalismo a volte va corretto con lo statalismo, fu persona interessante e membro del Bloomsbury Group. E proprio lui, a quanto pare, oltre a essere convinto sostenitore dell'eugenetica, ideò e creò le condizioni per la macroeconomia. Cioè, banalizzando moltissimo si può dire che inventò teoria e modi attraverso cui l'economia poteva funzionare su scala mondiale, mettendo così le basi per quella che oggi è diventata globalizzazione. ... Mai fidarsi degli economisti, neppure se sono gay che sposano ballerine.
Keynes, in verità, aveva previsto meccanismi compensativi e trucchetti ingegnosi per "limitare" l'impatto dell'economia sulla società: sembra paradossale, ma fu lui a sostenere fra i primi che le onerose richieste economiche alla Germania sconfitta, dopo la Prima Guerra, avrebbero portato al disastro non solo economico. E così fu: la crisi inflazionistica che colpì la Germania e favorì l'avvento del nazismo (vedete che torna l'Obelisco Nero?) fu tra i motivi che spinsero gli Stati, dopo la Seconda Guerra, a cercare meccanismi di stabilità non solo economica (contro l'inflazione selvaggia, appunto) ma anche sociale, ad esempio sul versante dell'occupazione. Il tutto funzionò fino alla Guerra del Vietnam, che mandò in tilt l'allora principale azionista, per così dire, dell'Azienda Mondo.
Keynes, nel frattempo morto, fu allora buttato alle ortiche (non del tutto, ovviamente la parte a vantaggio del liberissimo mercato rimase) e con la crisi petrolifera, ci dice Wikipedia, si posero infine le basi di quella che è l'attuale economia.
Che, pare voler dire il brother, non ha molto a che vedere con il libero mercato. Io direi che i figli degeneri non per questo smettono di essere figli e che la globalizzazione sia figlia del libero mercato mi pare indiscutibile. O, sennò, forse bisogna intendersi sulle definizioni.
Ma, tanto per cominciare, mi chiedo: anche a prescindere dalla globalizzazione e dai suoi nefasti effetti, ci sono luoghi al mondo dove il libero mercato è stato o può essere applicato "correttamente", cioè secondo i suoi basilari principi, esenti da storture? Perchè, se invece parliamo di utopie, allora a me pare che perfino senza ricadere nel sol dell'avvenire ce ne siano in giro di ben più affascinanti... E non solo: a me pare che questo sia il momento in cui le menti brilalnti possono provare a crearne, di utopie, in cui l'aspetto economico sia compreso e fondamentale, ma magari innovativo, diverso, strano. Utopico, insomma, anche per gli uomini e le donne del 2000, non per quelli del 1700. Ma su questo tornerò, come disse Gargamella, ah se tornerò...!




martedì, gennaio 12, 2010

SPECIALITA' NAZIONALI


Sarà un commento superficiale, ma il fatto è che noi, oltre ai problemi di tutti, ci abbiamo anche quella della mafia, camorra, 'ndrangheta che si dir si voglia.
Le miserevoli e vergognose condizioni di vita e lavoro dei braccianti del terzo milennio erano già state descritte da Felicity Lawrence in "Non c'è nell'etichetta", un libro che tutti dovrebbero leggere per sapere che valore si può dare, oggi, a parole come "alimentazione"e "igiene", ma anche "diritti" ed "equità".

Il libro è uscito nel 2005 e la situazione descritta, in tutto simile a quella di Rosarno e dintorni, è quella inglese. Lawrence sostiene che la realtà non può che esser così, allo stato attuale delle cose: il sistema della grande distribuzione - leggi supermercati, e poco importa che siano di destra o di "sinistra" - può sopravvivere e prosperare (nonchè garantirci la presenza dell'abbondanza di cibo che siamo abituati a considerare normale) solo se c'è chi raccoglie grandi quantità di frutta e verdura quando sono pronte.
E dato sì che l'agricoltura non è più quella di un tempo (e neanche un tempo, comunque, la stagione di qualsiasi frutto durava poi così tanto) e i sistemi agricoli garantiscono la più o meno maturazione di tutto nello stesso periodo, ci vogliono grandi quantità di lavoratori per garantire grandi quantità di prodotti.
Lavoratori che, è ovvio, mica possono stare il resto dell'anno a farsi pagare per nulla, magari in un posto dove non cresce più niente. E lavoratori che, è ovvio, non possano pretendere di essere pagati il giusto, sennò il guadagno del supermercato - che, per definizione e status è perennemente in concorrenza con gli altri supermercati, e tutti puntano sul ribasso dei prezzi - e delle filiera correlata dove va a finire?
Non che per le altre robe, ormai, le cose funzionino diversamente, quanto a sfruttamento dei lavoratori: ma il peggio della frutta e della verdura, rispetto ad altri prodotti, è che deperisce in fretta e può diventare una perdita secca.
I supermerecati, infatti, tendono a scoraggiare il consumo di questi generi deperibili e anarchici: non è un caso che frutta e verdura ormai costino ben di più della carne, nonostante i contadini non navighino propriamente nell'oro.

Quindi, detto in breve, ecco che vien bene che ci sia una massa di gente che sta lì ad aspettare il lavoro, vivendo di niente sparsa nella vicinanze, e qualcuno che raccolga la gente che raccoglie, ogni giorno un certo tot. Questo qualcuno qui da noi si chiama "caporale", in England non so, ma c'è uguale.


Ora, io non so se anche nella zone descritte da Lawrence ci sono state, prima o poi, tensioni razziali: probabile che sì, il degrado fisico e psichico di alcuni è quasi sempre in stretta correlazione con il degrado morale di tutti.
Ma è facile intuire come una massa di diseredati del tutto simile a quella che vive e lavora anche in altri Paesi occidentali, ma da noi immersa in quella realtà di rancorosa arretratezza in cui da sempre viene tenuto il nostro Meridione, dia risultati esplosivi.
E c'è chi ha tutto l'interesse a maneggaire esplosivi con disinvoltura: se la vicenda della munnezza napoletana è stato uno dei grimaldelli con cui far cadere il governo Prodi, la rivolta di Rosarno può servire a qualcos'altro.
Cosa, ora io non so: ma pare che la violenza sia stata scatenata da due notizie false, diffuse ad arte fra gli uni e gli altri, l'uccisione di un bracciante nero e la morte di un ragazzo bianco nei primi scontri. E sono tantissime le
voci e le testimonianze di come la criminalità organizzata si stesse impadronendo del territorio e di tutti i gradini della produzione e della distribuzione agricola, a Rosarno e altrove.
Dinamite umana, così sono sia i bianchi che i neri, gli italiani e gli stranieri di Rosarno: basta agitarli un po' per ottenere un bel botto. E a chi, o a cosa, serva il botto forse noi non lo sapremo mai. Non per questo, è ovvio, il razzismo dimostrato dagli italiani è giustificabile: due scuri non fanno un chiaro, dice il GGG, e non parla del colore della pelle.

Ma, si torna sempre lì, razzismo, ignoranza, biechi interessi e sistema economico pervertito non sono un'esclusiva italiana: il tener la gente perennemente in ansia, perennemente ricattabile è, invece, una specialità che il nostro Paese coltiva prima di tutto con i suoi cittadini.
E abbocco alla provocazione del brother aggiungendo che certo non è etico che ora al posto dei neri arrivino i rumeni: da che mondo è mondo, la storia ci insegna che chi prende il posto di un poveraccio sarà poveraccio due volte. Nello specifico, un giornalista dell'Espresso lo raccontava già tre anni fa, e grazie alla stranastrega che ha ritrovato l'articolo.

E allora? Al boicottaggio no, non ci credo: come tante cose lanciate su facciabuco è desolatamente demagogico. O crediamo che i mandarini siciliani o del Brasile siano ottenuti con minore sfruttamento?
Io penso che la cosa più sensata che potremmo fare - dal momento che fare, per reagire a questa ulteriore vergogna, bisogna pur - sarebbe sostenere, nelle nostre rispettive possibilità, chi si oppone alla mafia, allo sfruttamento degli uomini ma anche delle terre, all'illegalità e alla violenza. E chi fa qualcosa per rimediare concretamente: queste persone ci sono, dai valdesi a
Medici Senza Frontiere, da alcune realtà Arci ad altre libere e coraggiose associazioni, basta guardare sul gugòl. Hanno tutti bisogno di sostegno, spesso economico, ma io credo anche morale: se davvero non potete privarvi del caffè, forse una mail per farli sentire meno soli può servire.
E se però volete sentirvi impegnati anche in modo più politico, il migliore è quello di evitare la produzione industrale del cibo: comprate attraverso i Gas, comprate dai contadini doc, imparate almeno a riflettere su ciò che mangiate. Senza sentirvi in colpa su un mandarino, ma cercando di cambiare, poco alla volta, il vostro modo di rapportarvi al cibo: chè non sembra, ma da lì passano un sacco di cose, anche il razzismo.



mercoledì, gennaio 06, 2010

AH, L'AMOUR


E quindi, iniziare l'anno sul blog con un post che parla dell'amore non mi sembra neppure malaccio, no? Certo, parlare dell'amore è un rischio, soprattutto con trent'anni - quasi - di matrimonio alle spalle. Ma le mie saranno solo riflessioni sparse, una specie di esercizio di scrittura, niente di personale insomma. E' che, un po' per accademia un po' per silente partecipazione a fatti altrui, da un po' mi sforzo di definire qual è la misteriosa qualità che ci fa pensare che una storia d'amore sia buona e bella.
Dice: be', ma tutte le storie d'amore lo sono, sennò che storie d'amore sarebbero?
Ecco, no. Mica vero.
Ci sono storie d'amore esaltanti. Ce ne sono di morbose. Ci sono quelle rassicuranti e quelle fiacche, quelle esasperanti e quelle lacrimose. Ci sono le storie destinate a finire e le storie che si trascinano tra un addio e l'altro. Posso continuare per ore, ma chi legge ci è già arrivato da sè: ognuna di queste storie può esser bella e buona, perfino quella destinata a finire, ma non necessariamente lo è.

Le storie d'amore esaltanti, ad esempio, quelle che è come essere sempre un po' ubriachi: sono magnifiche, no? Un attimo si ha voglia di gridare di gioia, l'attimo dopo ci si sente eroici addirittura, passa un minuto e tutto il mondo, là fuori, sembra strano e irreale, le notti folli... ah, nessuno le ha mai avute tanto folli!
Com'è come non è, se le pensiamo in astratto lo sappiamo tutti che una storia d'amore così di solito non è una storia buona e bella. Sembra magari che ci sia un po' di invidia, quando guardiamo con diffidenza l'amica - difficile che sia un amico, neh? - che ci conta tutta la sua esaltazione: e magari l'invidia può anche esserci, ma insomma lo si vede lontano un miglio che vai a farti male, no? Può valerne la pena, certo. Soprattutto se l'esaltazione non impedisce la lucidità, chè ognuno ha piacere di scegliersi i suoi rischi, già.
Troppo spesso, troppo facilmente, invece, a noi stessi raccontiamo delle gran storie. Non tutta la colpa è nostra: in parte, a raccontarle è quel malefico Istinto di Sopravvivenza a cui di noi, come individui, non frega niente di niente, quello che gli interessa è la Specie e il suo riprodursi. E' un istinto tanto scemo che scatta anche fra i gay, invece di lasciare in pace almeno loro, e si affida agli ormoni e ad altre robe ancora più inaffidabili: magari agli edipi, agli irrisolti, ai primi amori mai lasciati del tutto, al primo bacio del cuginetto, al richiamo dei rotolini di ciccia sui fianchi... robe così, pensa te.
Ci si casca sempre, alle balle che raccontano gli ormoni e i loro alleati: per un po', ci casca chiunque, ovvio.
Ma neanche gli Istinti della Specie possono raccontare bugie a tutti per tutta la vita, chè un po' di Libero Arbitrio in genere rimane. Così, ecco, il difficile è proprio lì, nello stare nell'angolino del Libero Arbitrio mantenendo un po' di lucidità. Non troppa, altrimenti è un guaio. Ma anche troppo poca non fa mica bene, appunto.
Quanto è troppo, quanto è troppo poco? Cosa è buono, cosa è bello? Come nelle ricette di chi ormai in cucina ha ormai imparato a starci anche se non è un drago, le risposte vanno a buon senso più che a precisione: ci sono storie d'amore che richiedono giusto un pizzico di sale e quelle che almeno una buona presa.
Io ho pensato due cose, giusto per provare a essere un po' più scientifica: una buona storia è, per esempio, quella che ti fa fare buone cose. Non cose in più, o continuamente cose: magari anche, ma soprattutto "cose buone". Se invece le cose buone le fai di più quando sei solo... mmm, già non è tanto una storia bella e buona, direi. (i patiti dell'autonomia a tutti i costi sono pregati di non fraintendermi, che non di quello si parla).

Seconda cosa è la limpidezza: ci sono storie d'amore che non gli daresti un soldo, epperò ti accorgi che non ti senti di parlarne male. Io credo che sia per questa loro qualità ineffabile, un'involontaria glasnost, un qualcosa che ti fa pensare a biscotti fatti in casa: anche se i protagonisti magari non ci piacciono neppure granchè, o se sono un designer e un'astronauta. Ultima cosa, e per me la più importante, è una roba con la coscienza e l'amor proprio: io credo che, nel fondo, quali storie ci faranno male lo sappiamo. Ancora di più, io credo che ognuno di noi sappia benissimo - da subito o quasi - che quella persona sì, proprio quella che ci attrae così tanto, è la persona sbagliata. Ci si sbaglia sulla persona giusta, raramente ci si sbaglia sulla persona sbagliata.
Ciononon, in quella che è stata definita la lotta tra la Ragione il Cuore, è difficile che sia la prima a vincere, lì per lì: e quando la Ragione non c'è, si cerca di darsi delle Ragioni, a tutti i costi. Spesso sono Ragioni validissime, sacrosante: salvo che non hanno niente a che fare con quella storia, con quella persona. Tipo "ho i diritto di vivere la mia vita", per capirci.
Sissì, visti da fuori, siamo tutti un po' buffi e un po' tonni, nelle storie d'amore.
Ma quando cominciamo a fare le cose un po' di soppiatto - che non vuol dire di nascosto, o fingendo alcunchè, ma insomma, ecco, son più i momenti che non si ha voglia di parlarne che gli altri - quando anche gli amici per non parlar dei parenti ci fanno sentire un po' a disagio, stronzi che sono, anche senza fare o dire nulla, quando insomma tocca ammettere almeno in qualche momento che la vita si è fatta più pesante invece che piacevole e leggera come ci si aspetterebbe dall'amour, quando sentiamo il bisogno - anche più del solito- di aver intorno qualche supporter che non critichi, quando cominciamo a trovar scuse puerili per la semplice paura della disapprovazione altrui, ma anche quando ostentiamo la nostra storia per la stessa motivazione... be', insomma, c'è tutto un quadro di queste cose da cane che fa il furbo per fare lo stesso ciò che sa bene che non deve fare che è inutile descrivere ancora, ma che è un indizio sicuro anche per noi stessi.
Chè, per quante balle abbiamo voglia di raccontarci, per quante scommesse crediamo di poter sopportare nella speranza di finalmente vincere, ci rende almeno un po' coscienti di ciò che stiamo facendo. Non basta per impedirci di farlo, in genere, altrimenti non esisterebbe la letteratura: però basta per fraci stare male con noi stessi, oltre tutte le giustificazioni, o ragioni, che riusciamo a darci.
Io credo, ma chi ha voglia può dar vita un dibattito assai poco scientifico dicendo la sua, che in queste storie che non sono nè belle nè buone ci si possa crogiolare, o al contrario si possa decidere che non sono per noi, nonostante tutte le frattaglie si schierino a loro favore, dal cuore alle gonadi. Penso che sia anche una questione d'amor proprio, di quanto ci si rispetta e ci aspetta da se stessi. Voi che ne pensate?

mercoledì, luglio 22, 2009

DI CORAGGIO E CONFUSIONE

Ah-ah, ora è dopocena e non è neanche giovedì. se avete cominciato a leggere da qui, andate al post precedente e tenete conto della rettifica, che io ho appreso con piacere.


Così adesso posso raccontare questo nanetto quale contributo al dibattito.

A un recente presidio, e non dirò quale perchè è ora che si torni a un po' di sana vigilanza, mi è capitato di trovarmi davanti a una macchina che voleva passare, a dispetto della manifestazione. Mi sono girata e, ecco, ero al centro della strada, in primissima fila davanti a un tipo isterico che, motore acceso, voleva passare a tutti i costi. Il tipo è risalito in macchina mentre io mi accorgevo di essere lì, mi ha guardato di brutto come a dire "togliti". E ha accelerato. Io sono rimasta lì.
Be', non avevo sacchetti e lui non era un blindato, così non stavo facendo un figurone, ero solo incazzata. Che se c'è una cosa che mi dà sui nervi è la prepotenza, la protervia, e ho reagito istintivamente. Gli ho anche detto "ammazzami!", ma data sì la mia scarsità di voce di questo periodo non ho proprio ottenuto un effetto di sfida, perchè lui ha detto "Eh?" e mi è toccato ripeterglielo. Il che ha sciupato un po' il tutto, ma non il mio incazzo, anzi. Poi, ovvio, è arrivato qualche compagno a dirmi " ma dài, ma vabbe', vieni via, facciamolo passare...." e mi sono fatta un pochino pregare, giusto per tenere fermo il becero ancora un po'. Il clou del nanetto è quell'accelerata, già. Non era intelligente star lì, era una stupida sfida, anche se non molto rischiosa: ma in quel'attimo ho pensato che ormai potevo anche permettermi quel rischio. Cinque anni fa non l'avrei fatto, trent'anni fa l'avrei fatto anche un po' di più.

Così, capisco la posizione dell'amicae. :ma noto, come prima cosa, che almeno un po' di menefreghismo autodistruttivo ci vuole, per quel tipo di coraggio. Chiamamolo conflitto con il mondo, chiamamolo mancanza o diminuzione del senso di responsabilità o delle responsabilità stesse, chiamiamolo motivazioni interne quali che siano: ma un papà di figli piccoli, per esempio, io credo che difficilmente si sarebbe trovato al posto di Carlo Giuliani, e fors'anche al mio.

A riprova, il gipunto dice che quel venerdì di G8 non c'era: per scelta, per non offrire pretesti, per non fare da esca alle provocazioni. Il gipunto era uno dei tanti che quel giorno avevano scelto, come me, di non andare per precise, e sensate, motivazioni politiche. Si era però ormai in troppi perchè l'organizzazione potesse funzionare sui distinguo.

Parentesi: secondo me, si era in troppi perchè qualsiasi organizzazione che non avesse una rigida disciplina - qual è per definizione, Il Movimento - potesse funzionare. Non difendo Agnoletto e tantomeno Casarino su cui ho più seri dubbi, ma ritenerli responsabili di quanto è successo mi pare una vergogna storica, un cedere alle subdole insinuazioni di chi in questo modo è riuscito a far passare una logica di automartellamento sui coglioni che anche da lì ha avuto inizio. Non ci sta, nella logica di nessuna formazione "a sinistra" che di fronte alle cariche della polizia si consideri responsabile chi ha organizzato la manifestazione. Fine parentesi.

Allora, sicuramente non era la scelta più intelligente essere in corteo il venerdì, anche se di fronte al casino che man mano prendeva forma, credo che non ci fu uno di noi che non pensasse di avere sbagliato, che bisognava invece essere lì, in mezzo al casino. Per pura solidarietà e testimonianza e rabbia, e non per intelligenza politica.
Però, ecco, non c'eravamo: e allora, forse è questa anche l'intelligenza che serve. I distinguo a monte, lo spirito critico, la voglia di fare i distinguo e di ragionarci su. E non dò torto alla Nessie, quindi. Anzi.


Sempre allo stesso presidio di cui sopra, quando sono arrivata c'erano i fumogeni colorati, i centri sociali con il casco, la polizia di fronte: qualcuno diceva che la polizia era anche tutta più in giù, in assetto antisommossa, tanta. Non sono scappata, ma prima di unirmi al presidio ho aspettato di vedere come poteva andare: che rischiare botte per far dire al tiggì che una banda di facinorosi aveva provocato disastri e guai, no, adesso non ci sto. Non so mai se è giusto o sbagliato, chè a volte può essere l'uno e altre volte l'altro, così mi affido all'istinto. Magari anche all'istinto di sopravvivenza. Infine, i centri sociali - ma non solo loro - hanno ottenuto il loro corteino, gli altri hanno mantenuto il sit-in e tutto sommato è stato bello e giusto così: mostrarsi un po' i denti, se si cerca poi di far andare tutto liscio da entrambe le parti, serve a ricordarci chi siamo.
Serve anche a ricordarci che siamo coraggiosi, e insieme sensati. Non è poco, di questi tempi.
Perchè, e concordo in pieno con un rarissimo commento del KGgB, che riprende il tuttora validissimo concetto secondo cui è meglio un compagno vivo di un eroe morto, il coraggio di essere ai presìdi, alle fiaccolate, alle manifestazioni, per ora qui non è ancora coraggio fisico, ma è pur sempre il coraggio di mantenere valori ed opinioni che sembrano obsoleti, che non sono più "trendy".
Anche questo coraggio non è affatto disprezzabile, non è così facile come sembra e non lo è specialmente per i più giovani ei loro ormoni e le loro confusioni, ma, bisogna pur ammetterlo, non diventa più incisivo se si fa il giro del palazzo in corteo.

Io credo che il coraggio, quello più vero e sensato, al G8 del 2001 l'abbiamo avuto tutti il giorno dopo, quando abbiamo fatto tutti la manifestazione più pericolosa, annunciata come tale, percepita come tale, subito dimostratasi tale: e siamo rimasti lì, con il coraggio di stringere i cordoni, di non far entrare i black block, con il coraggio di resistere in modo soprattutto pacifico, ma anche il coraggio di scappare e di aiutare altri a farlo. Questo mi pare il coraggio importante: non il gesto del singolo, ma la resistenza di massa.

Così, amicae., credo che se io fossi vicino a te e tu stessi tirando su un estintore, ti darei un calcio sulle mani per fartelo cadere: magari ti sparerebbero lo stesso, ma magari no. e se sì, avrebbero meno pretesti per dire che è stata tutta colpa tua.


Non sta a noi, e meno ancora a chi l'ha ucciso, esprimere un giudizio su Carlo Giuliani: io credo che avremmo preferito saperlo un compagno tosto e convinto, non uno con il costume da bagno, e credo che avremmo preferito saperlo senza quel cazzo di estintore, che tanto fiato ha dato a chi voluto stravolgere la Storia. Ma così non è, e lo ricordiamo per quello che era, senza tacerne più di tanto le debolezze e, appunto, le confusioni. Non ne abbiamo fatto un martire, è un martire: furbo o sciocco che fosse e che sia stato, non si uccide un ragazzo "armato" di un estintore, neppure per (il)legittima difesa, soprattutto se sei un tutore della legge. ma questo è ovvio, o dovrebbe esserlo.


Da qui, però, possiamo partire per cercare di ragionare su ciò che facciamo noi stessi, e non solo quando si tratta di politica: razionaloni sempre no, ma anche sempre di pancia e di impulsi non fa mica bene. Chè il coraggio è di tanti tipi, ma quasi mai il coraggio vero è quello più vistoso: quello è adrenalina, incazzo, risposta più o meno atavica e darwiniana. che a volte ci vuole e a volte no, ed e è una bella scommessa distinguere.

Ma il coraggio più importante a me sembra quello fatto di qualità apparentemente opposte, ad esempio di pazienza e ostinazione e continuità, e coerenza con se stessi.

giovedì, aprile 23, 2009

DI SOGNI E PRINCIPESSE


Su questa cosa dell'accontentarsi e del non farlo. Urgh. Io non lo so cosa è giusto, da tanto ci penso e ancora non lo so.
Forse, anzi, dovrei dire che non lo so più: perchè, in verità, ho sempre teorizzato e messo in pratica il Non Accontentarsi.
Che non vuol dire non essere mai contenti: ma perchè tenersi una baby-sitter maffa, una casa buia, una maestra scema, i prof incapaci e via di seguito? Si cambia, si cambia finchè non si trova un insieme che va bene, che ci corrisponde. Via, via, chè l'accontentarsi è pigrizia, è carenza di fantasia e coraggio, è rassegnazione. Questo lo penso ancora: Lo penso ancora sulle baby-sitter, sui prof, sulla casa.


Non lo penso, e forse non l'ho mai pensato, sugli amori.
Le storie d'amore,
nessuna esclusa, sono della stessa materia dei sogni: nei sogni si conosce con esattezza il significato di parole che non esistono, si raggiungono città nascoste sotto falsi nomi, si gira nudi senza suscitare neppure stupore, gli ascensori fanno un sacco di paura e i bastoni chiodati, magari, meno.
La logica si sovverte e cambia continuamente, anche nel corso dello stesso sogno, la coerenza è un optional e la trama riserva sorprese continue.

Detto così, sembra che se uno si innamora diventa, ipso facto, psichiatrico. E forse è un po' così, in effetti. Non li hanno mica ancora studiati bene, i meccanismi attraverso cui la specie umana si perpetua, contro ogni buon senso.

La logica di coppia, in ogni caso, non è la stessa logica della vita. Quando fra le due c'è molto iato - la classica vignetta del manager superman tiranneggiato dalla moglie - si diventa oggetto di facezie,
ma si può ugualmente stare benissimo. E nella logica di coppia ci stanno un sacco di cose che, viste da fuori, appaiono strambe, buffe, sbagliate, perfino quasi aberranti e perverse. Altrimenti, che ne sarebbe del gossip? Ma, gossip a parte, chi è dentro la coppia solitamente non vede le cose nello stesso modo: dentro al sogno il nostro cappello in cui nidificano tre piccoli dinosauri è bellissimo e tutti ce lo invidiano.
Poi ci si sveglia e, ammesso che ci si ricordi nitidamente il sogno, si ride: maddài, pensa che nel sogno mi pareva bello!


Così, quando si esce da un rapporto di coppia è inevitabile chiedersi: ma dov'ero? dov'ero io, in tutto questo periodo? A differenza del sogno sognato, non c'è una
separazione fra sonno e veglia a fare da distinzione: ci sembra di essere "normali" sia prima che dopo, sia in coppia che single. E lo siamo, salvo che ragioniamo in modi diversi, seguendo logiche coerenti al loro interno ma fra loro differenti: se la logica di coppia fosse uguale a quella della singletudine, i figli non si farebbero. E qui chi vuole ci metta tutte le sue riflessioni su quanto, appunto, la ricerca di una "felicità" individuale immediata e spesso superficiale produce coppie di genitori assolutamente inadeguati, proprio perchè non riconoscono la logica di coppia, di specie.
Ma, come distinguere il giusto adattarsi a una logica di coppia dall'accontentarsi? E' un bel mistero, già. Perchè in tanti anni mi sono detta, guardando coppie sfasciarsi o rimanere insieme, che non c'è proprio nulla di prevedibile, ma neppure di "giusto": la coppia ci cambia, che ci piaccia o no, che ce ne accorgiamo o no. Succede più alle donne che agli uomini, e non sarò io a smentire la necessità di mantenere l'autostima e il rispetto di sè anche nel rapporto di coppia. Di mantenere, ancor più, la leggerezza e la coerenza con se stessi -
che non significa non cedere di un millimetro su niente.

Ma, ecco, il non accontentarsi cosa ha a che fare con le principesse, con le canzoni, con i mazzi di fiori? Ognuno di noi vuole sentirsi prezioso, certo, e in mille modi: ma il sentirsi preziosi deve venire da dentro, dalle
cose antifasciste come dal proprio lavoro, dagli amici come dalle letture, dal quanto si riesce a dare agli altri e quanto si riesce a stare bene con se stessi. Ecco, allora forse non ci si può, non ci deve accontentare quando una storia sembr
a minare stabilmente queste cose, quando lo stress del mantenerla, oscura il resto della vita e lo rende meno bello. Ma non sono sicura neppure di questo: perchè a volte quello che può sembrare un accontentarsi può anche rivelarsi, superato quello specifico scoglio, un amore lungo e duraturo.
E allora, ecco, forse ciò di cui non bisogna accontentarsi, in assoluto, è poi solo il non-amore: e non è detto che sa sempre quello altrui, chè chi vivacchia con una persona che non ama più è triste assai. E se a volte i confronti possono essere rivelatori, più spesso sono falsati e inutili, come il dolore che dicono si provi all' arto amputato: ci vuole poco a far sentire preziosa una persona quando tutto è nuovo, è bello, è senza fatica, quando non si chiedono e non si offrono impegni.
Quello che conta è poi invece la somma delle cose, in un anno così
come in una vita, è l'equilibrio che si crea anche se assomiglia alle montagne russe, è la capacità e la possibilità di ritrovarsi quando ci si perde. E' la lealtà a sè stessi e all'altro, anche nei momenti peggiori ( che non va confusa con la tremenda sincerità a tutti i costi), è il mantenere la propria dignità.
Le Piccole Donne, una per l'altra, si sanno forse a
ccontentare: ma nessuna viene meno alla propria dignità, e ciò crea già di per sè un distinguo, uno steccato, un cancellino che si apre al professor Baher e non ad altri. Si parla forse delle "attenzioni" del professore Baher verso Jo? Può darsi, ma non me ne ricordo: quello che conta davvero, nella loro storia, è la solidità delle loro coerenza con se stessi.
Poi, certo, un uomo che sceglie il vino e ti porta i fiori e ammira come ti vesti e come parli e come lavori e come scopi...be', schifo non ci fa a nessuno. Ma a cercarlo per la vita intera si rischia di cercarlo per l'intera vita. Suvvia, diciamolo: anche per noi, quanto dura il periodo in cui ci viene facile, spontaneo e bello far sentire prezioso l'uomo con cui stiamo? ecco, appunto.

lunedì, marzo 09, 2009

NIENTE DA DICHIARARE


Volevo cominciare questo post con una bella cosa che ho notato sul calendario: Marc Chagall ha dipinto la sua famosa Passeggiata nel 1917. Marc Chagall è russo, neh? E in Russia, nel 1917... Ma poi è arrivato il KGgB e mi ha detto: "Ma lui nel '17 stava a Parigi." E io ho detto: "Già nel '17? Mannò, ci è andato dopo." Indovinate chi aveva ragione?
Così mi manca questo bellissimo spunto per ciò che voglio dire, ma lo dico lo stesso.

Perchè, ecco, lo so: non solo la Comune-ty è piena di casini personali, ma come se non bastasse ci hanno tolto la politica. E fate conto che sull'ultima frase si possa linkare almeno un post per ciascuno di noi, di angoscia e depressione, di schifo e di nausea, di timore e di confusione e di rabbia e di indignazione e di... E poi, però, basta: chè anche quando ci si prova a far proposte e dibattere, fuori e dentro la Comune-ty, sui blog e di persona, si arriva ugualmente al punto in cui ci coglie l'afasia. La mancanza di sponde, di qualcuno che possa raccogliere ancora la fatica e la rabbia, ci rende del tutto impotenti, per ora.
E mica è divertente deprecare e indignarsi a vuoto, replicando sè stessi: così, credo anche per questo, i blog della Comune-ty tacciono sempre più.

Non siamo mai stati fra quei bloggers che amano raccontare le prodezze del loro gatto e molti fra noi non amano raccontare neanche le proprie. Perchè, prodezze o sfighe che siano, ci prende la sensazione che c'è un limite, no? , a quello che uno può raccontare di sè senza diventare noiosamente autoreferente.
Così, piuttosto, si tace.


Ecco, non sarò io a pensare che si può scrivere senza averne voglia. E men che meno mi metterò a teorizzare che mettere in piazza i fatti propri sia un dovere, ovvio.
Però lo dico chiaramente, alla Comune-ty ma anche a chi magari mi legge senza mai mostrarsi: io, la mattina, se so di leggervi mi alzo più volentieri. E, credetemi, di questi tempi non è poco. Non solo per me, credo.
I commenti ai miei post sono sempre una bellissima sorpresa, ma un post di uno di voialtri dei linki qui accanto è ancora meglio.
Io penso che tra il dibattito "alto" del brother e l'Ortica di Compagnamber - ed ho apprezzato moltissimo entrambi - c' è la vita di tutti i giorni, c'è la Passeggiata di Chagall: anche se era a Parigi. Io questo concetto non ce l'ho chiarissimo (e però l'ho scritto lo stesso anche dentro un libro ): è l'imprevedibilità dei risultati delle cose.
Cose che si fanno anche quando magari sembrano sciocche o fuori luogo o inutili, e invece poi risultano migliori, più produttive o più durevoli di azioni più mirate.
Così, in questo preciso momento storico-social-politico-personale, penso che anche i post sulla vita di tutti i giorni, i post che mi raccontano qualcosa che non so, che informano di una cosa bella per uno di noi o di un momento speciale per un altro possano essere importanti non solo per me e il mio umore, ma forse anche in un modo che non ci aspettiamo.
Ci scopre Hollywood, ad esempio, o diventiamo il Direttivo del Nuovo Soviet Mondiale: niente di che, ovvio, ma potremmo accontentarci.

Partescherzi, non voglio diventare una palla: ma questi blog afasici mi stringono un po' il cuore e mi chiedo se, a volte, essere intelligenti non si trasforma in un boomerang, diventando una sorta di (immaginario) obbligo.
Voi che ne pensate? (Attenzione, è una domanda trabocchetto!)

mercoledì, febbraio 25, 2009

ROBA CHE GIRA


Mi è arrivato per mail. Non sarebbe da blog, che è lungo assai, ma ila Calamity un par di giorni si riposa e il tempo per leggerlo, anche a rate, ve lo lascia. Io stessa non so bene cosa ne penso: la domanda fondamentale mi pare che sia: ma chi può fare tutto ciò? Tuttavia, alcune cose sono carine oltre che giuste e mi pare che riprendere la proposta e meditarci un po' su sia sensato, se no altro perchp indica alcuni "altro modi" per fare le cose. E perchè, anche, si inserisce senza troppa fatica nel dibbbatito col brother.




Questo articolo è stato pubblicato su il manifesto il 13 febbraio.
Le disgrazie non vengono mai sole, lo sappiamo. Ad aprile scorso la
vittoria di Berlusconi e la completa sconfitta delle forze politiche
di sinistra. A settembre la crisi finanziaria che apre la più grave
recessione mondiale da
settant'anni. Proprio quando più è necessaria una politica capace di
governare la crisi, i vertici delle piccole formazioni di sinistra --
nel frattempo divise in ogni possibile frazione -- prospettano di
presentarsi alle elezioni europee di giugno con tre o quattro liste
diverse, sicure di non superare la soglia di sbarramento al 4% imposta
dal governo e da Veltroni.
Se i partiti non pensano a "saltare un giro", come ha proposto il
direttore del manifesto Gabriele Polo, certo ad astenersi ci
penseranno gli elettori di una sinistra che nella società resta viva e
vegeta, ma non trova un'espressione politica degna di questo nome,
mentre altri cederanno alle sirene populiste di Antonio Di Pietro o
Beppe Grillo. Una via d'uscita, con un passo indietro dei partiti, è
stata proposta sul manifesto, prima da Giorgio Parisi, il 22
novembre 2008, poi con la proposta di Rina Gagliardi del primo
febbraio scorso. Proviamone la fattibilità, allora.
Che cosa c'è oggi di sinistra in Italia? Milioni di persone si sono
date da fare da aprile in poi.
Gli studenti sono entrati in agitazione come mai da decenni, il
sindacato ha organizzato decine di scioperi e le cento manifestazioni
della Cgil, abbiamo avuto i cortei per la pace in Medio Oriente
durante il massacro di Gaza, mille
iniziative antirazziste contro le nostre barbarie quotidiane verso gli
immigrati, le idee del Forum sociale mondiale di Belem e migliaia di
piccole campagne locali. Tutto questo non si è ancora tradotto in un
protagonismo politico e le
esperienze migliori, come l'iniziativa per una Sinistra unita e
plurale promossa dal gruppo fiorentino intorno a Paul Ginsborg, non
hanno fatto la strada necessaria. Eppure, è sempre dalla democrazia
come partecipazione che dobbiamo partire.
Se l'obiettivo è far vivere una sinistra -- sociale e solidale,
ambientalista e pacifista, plurale e unitaria -- e portarne la voce a
Parlamento europeo (e magari negli enti locali), diventa essenziale
definirne le forme e i contenuti.
Paradossalmente, sui contenuti il lavoro è più facile: il tracollo del
neoliberismo e la nuova presidenza Obama aprono l'opportunità per
politiche contro le diseguaglianze e per i diritti dei lavoratori e
delle persone, contro la
speculazione finanziaria e per uno sviluppo sostenibile e di qualità
come risposta alla crisi, contro le guerre e per riduzioni delle armi
e della spesa militare. E' soprattutto sulle nuove forme di una
politica che sappia esprimere le energie del paese che occorrono idee
nuove. Ne proponiamo dieci, che possono tracciare la strada da oggi
alle elezioni europee -- e magari avviare un più lungo percorso di
ricomposizione della sinistra. Le abbiamo
riprese dalle migliori tradizioni del movimento operaio, dai Verdi
all'inizio della loro storia, dalle pratiche più avanzate di
democrazia in giro per il mondo.


1. I partiti saltano un giro e si presenta una lista della buona
politica, con al centro i diritti, la pace, l'ambiente, il lavoro,
un'altra idea di sviluppo, la questione di genere. A governare
quest'esperienza si scelgono sei "saggi" (che non si candidano), tre
uomini e tre donne, che non siano politici di professione e con
importanti esperienze di lavoro nei movimenti, nel sindacato, nella
cultura (lo fecero i Verdi per le prime candidature negli anni '80).


2. Associazioni, movimenti, sindacati, comitati locali, giornali come
il manifesto, reti e voci della società civile che vi aderiscono
diventano i "garanti" di questa lista, in accordo con i partiti che
rinunciano a presentarsi con i loro simboli alle elezioni europee. Si
stabilisce un "patto di consultazione" tra gli eletti e i movimenti
per concordare in modo permanente politiche e iniziative.


3. Da questo mondo emergono le candidature alle elezioni. C'è
incompatibilità tra candidature e cariche di partito (una tradizione
degli albori del movimento operaio) e c'è un limite massimo di due
mandati tra parlamento europeo, nazionale, consigli regionali. In
questo modo si evita che la politica sia un lavoro a vita.


4. Si organizzano le primarie per la scelta dei candidati e per
definire i contenuti del
programma politico. Una consultazione di massa sulla politica, una
pratica di democrazia diretta
che ha dato buoni frutti perfino nell'Unione.


5. Le liste dovranno avere lo stesso numero di uomini e di donne,
presentati in ordine alfabetico. E' una lezione da imparare dal
femminismo: riconoscere la dimensione di genere della politica e
favorire la partecipazione di tutti e di tutte.


6. I candidati si presentano nel collegio dove risiedono o svolgono
abitualmente la loro attività. Questo valorizza la dimensione
comunitaria e locale, il rapporto della politica con il suo
insediamento sociale.


7. Gli eletti avranno una retribuzione massima complessiva di 100mila
euro lordi. La quota eccedente viene versata nei fondi della lista. Il
rinnovamento della politica parte anche dalla sobrietà dei protagonisti.


8. La metà dei fondi della lista (finanziamento pubblico e quota delle
retribuzioni degli eletti) viene destinata a un "Fondo per la politica
diffusa" che sostiene le iniziative di movimenti, comitati, etc. E'
quello che facevano i Verdi
all'inizio della loro storia, utilizzando i soldi per progetti di
natura ambientale.


9. I meccanismi di decisione all'interno della lista e nel "patto di
consultazione" utilizzano forme di democrazia deliberativa, il metodo
del consenso, il sorteggio di rappresentanti ove necessario, evitando
la formazione di correnti e il voto a maggioranza.


10. Tra le attività della lista c'è l'organizzazione di una
piattaforma web di e-democracy, utilizzata per informare i
cittadini, dare conto dell'attività politica e legislativa, effettuare
consultazioni con i propri elettori, praticare nuove forme di
partecipazione politica, dare visibilità ad esperienze locali. Le
opportunità di democrazia offerte dalla rete devono essere utilizzate.


Rimaniamo convinti che la rappresentanza sociale non debba sostituirsi
a quella politica e che il principio guida debba essere quello della
"pari dignità" delle diverse forme della politica (partiti, movimenti,
associazioni, etc.),
ciascuna con la sua specificità. Ma, in questo momento di emergenza --
con partiti sempre più frammentati e autoreferenziali, incapaci di
autoriformarsi -- ci sembra necessaria una scossa, una forte
discontinuità.
Queste dieci regole non rappresentato certo un progetto politico
complessivo -- altri sono i momenti per discuterne -- ma scegliere
questa strada, da qui alle elezioni europee, rappresenterebbe una
svolta, darebbe il segnale
che la sinistra è capace di provare a cambiare la politica e il suo
modo di essere. E anche di avere successo alle elezioni.

venerdì, febbraio 20, 2009

N'ARTRO DIBBATTITO, AHO' !


Arrivo buona ultima, pare, ma questo post merita una segnalazia come si deve.
Intanto perchè è del brother, che non solo è tornato a scrivere ma ha anche riempito di macchioline colorate il suo blog.
E poi perchè, lasciate che lo sottolinei, imposta una bella discussione "alta".
Forse un po' liceale, da un certo punto di vista - quel bel discutere di massimi sistemi per il gusto di farlo - ma che ha il pregio di impostare in modo divergente ( ovvio) i Grandi Problemi del momento attuale. PapaRazzi e Uòlter, per capirci.

Che è un po' sempre guelfi e ghibellini, Leone e Federico (oddio, non ditemi che volete i nomi veri, chi se li ricorda più?), lo Stato confessionale e lo Stato laico. Che è dal Medioevo che noi sfigati ci tocca di menarcelo in questo modo, mentre greci, franciosi e ispanici, per non parlar dei nordici, tutto sommato se ne possono ampiamente fregare. Noi no - e neanche uno che proponga che, tanto per cambiare, si provi a far leggi secondo il parere di San Marino.

Ma il brother essendo il brother, quando va in treno da pendolare mica pensa "ah, come sarebbe buffo se noi dovessimo sentire San Marino prima di fare le leggi sul nascere e il morire", ma imposta invece tutta una bella cosa sui linguaggi e i tempi, contrapponendo il tempo presente usato dalle teocrazie ("la vita è sacra") al tempo futuro usato dalle democrazie, dalla politica. E fa l'esempio di Obama, che a parlare di futuro meglio di lui ultimamente non ci è riuscito nessuno: così che noi siamo tornati a invidiare un po' gli merrigani, che è vero che gli è toccato Bush padre e figlio e l'odio universale ma adesso guarda un po' lì.

Epperò, in sostanza, il brother mi par che dica: se contrapponiamo a un linguaggio presente un altro linguaggio presente ("il posto di lavoro non si tocca", ma l'esempio è mio) non si riesce neppure a parlarsi, meglio sarebbe trovare un'alternativa che parli al futuro.
Ehi, carino, grazie, viene da dirgli di primo acchito, chè ci avevamo pensato anche noi ma il problema è come.
E poi, ecco, anche a un secondo giro il pensiero mantiene una sua banalità - non ti offendere, brother, di cose banali spesso si ha bisogno assai - ma vien da pensarci meglio, a cosa vuol dire: perchè quelle che oggi sembrano posizioni irrigidite e obsolete (quando e dove ci sono ancora, non certo chez uòlter) fino a non molti anni fa rappresentavano esattamente il futuro. La speranza.
E allora, forse, si torna al nodo principale di contraddizione fra religione e laicità, la speranza su questa terra o la speranza nell'aldilà. Ed è quando la speranza su questa terra sembra a molti non solo credibile ("In Russia l'hanno fatto!" 1918), ma anche fiera ("La Resistenza l'abbiamo fatta noi!", 1946) ed etica ("Noi comunisti siamo per una spartizione equa", 1950) che riesce a conquistare anche buona parte di chi colloca la propria speranza nell'aldilà o, forse ancor più, di chi può fare a meno di una speranza ultraterrena perchè si riconosce in una più concreta.

Quello che manca al mondo, oggi, è esattamente una speranza globale: oggi che sappiamo che i problemi più gravi non sono quelli che rigurdano un singolo Stato o una singola zona, ma sono quelli che riguardano tutti, uno per l'altro, ecco che ci manca una soluzione altrettanto globale. E forse ci manca anche un'interpretazione aggiornata - e qui la contrapposizione dei linguaggi effettivamente può giocare il suo ruolo negativo - che tenga conto della passata esperienza e dei suoi limiti, senza demonizzarla ma senza riproporla acriticamente.

Obama, nel suo pragmatismo e nel suo essere iùessei (il che vuol dire che ogni riferimento a marx è praticamente escluso in partenza, nel bene e nel male) ha indicato una speranza molto terraterra, eppure fin qui demonizzata e boicottata: quello che ha detto - e si ha da vedere ancora se e come riuscirà a farlo - è "salviamo la Terra e dall'inversione di tendenza tiriamoci fuori un po' di benessere per tutti. Magari un po' meno che in passato, ma per un po' più di gente, della nostra gente. E anche di quell'altra, en passant."

A ben vedere è una speranza piccola e anche un po' confusa, e siam qui tutti ad aspettare per vedere come se la cava con l'Afghanistan, ma ha funzionato. Ha funzionato, diciamo la verità, anche perchè a noi di belloccio e (apparentemente) simpa ci è capitato un cretino come Rutelli, e a loro invece Obama, che cretino non è affatto.

Ma, partescherzi che poi tanto scherzi non sono se è vero che il carisma conta pur qualcosa, ha funzionato "nonostante": è vero, Obama ha indicato alcune linee-guida, primo fra tutti l'impegno sull'energia "pulita" che è il problema più pressante, e ha avuto l'intelligenza di farlo assolvendo contemporaneamente gli americani dal loro spreco quotidiano. Che dovrà cambiare - il famoso richiamo alla responsabilità - ma che intanto non ti deve far vergognare a te, singolo che finora hai vissuto e sbagliato come tutti: anzi, proviamo a fare in modo che non si debba rinunciare a più di tanto senza per questo inimicarci il resto del mondo, che ne dite?
Ecco, questa è una bellissima proposta e un bellissimo modo di metter le cose: ma è inutile negare che ad Obama manchi, come a tutti, una teoria organica che si possa applicare al prossimo futuro.
Finora, infatti, non ce l'ha nessuno, non c'è un Marx e men che meno un Lenin, che ci dicano come sarà possibile conciliare interessi ormai così tanto contrapposti e salvare un pianeta ormai così tanto compromesso. Il che non significa che non ci sia nessuno che ci sta provando, anzi: ma finora le voci sono tante e si coprono l'una con l'altra.
Però, e in questo il brother ha ragione, sono voci che parlano al futuro: che dicono "si può fare" e anche "si può provare", che non si schierano con l'esistente ma con il possibile. Solo che tutto ciò viene spesso tacciato di ascientificità ( e perchè, poi, se base della scienza è lo sperimentare?) e chiamato, ancora troppo spesso, Utopia - quando va bene - o Rottura di coglioni - quando l'interlocutore è più esplicito.
Eppure, e questo è il succo del mio contributo al dibattito, il linguaggio al futuro può venire fuori solo da questo, solo da una visione che
un futuro lo contempli, che dia le coordinate per renderlo ancora possibile agli umani e non, forse, a sparse bande di mutanti radioattivi e imbeceriti.
Poi, è chiaro, le discussioni sul come, il quando e il perchè si sprecheranno e si ripeteranno le mille divisioni etcetc: ma pensare che possa esistere una Democrazia applicata, necessaria come sostiene giustamente il brother, senza che ci sia una credibilità nel parlare di Futuro - proprio nel senso del tempo cronologico - è mancare il bersaglio.
Giorgio Bocca, che a propòs di rigidità mentali non scherza mica, ha sostenuto in un qualche suo pezzo che la prospettiva della catastrofe ecologica è usata come babau, un po' come quando dicono "l'azienda è in crsi, se fate sciopero la costringete a chiudere". Purtroppo, non credo che Bocca abbia ragione in assoluto - basta guardarsi in giro, basta avere un po' di occhi e memoria, anche poca - ma credo che effettivamente le notizie sui rischi che corre il pianeta riescano a demotivare molta gente dall'impegnarsi in alcunchè di collettivo. A che pro? è una domanda non furba ma comprensibile.
Costruire un'alternativa allora può passare solo di lì, dal riappropriarci degli elementi base, la terra, l'acqua, l'aria e il fuoco, senza lasciare che una banda di predoni continui a portarceli via di sotto il naso per poi rivendercene solo una parte, e a caro prezzo. Convincendoci, per di più, che lo fa per il nostro bene: mentre noi stentiamo a tirar la fine del mese e un gruppo sempre più ristretto di persone ha in mano tutta la ricchezza del mondo - e non è un modo di dire.

Ci siamo abituati a considerare quelle in cui viviamo "democrazie", senza metterne più di tanto in discussione forme, modi e soprattutto sostanze, tanto che si può impunemente parlare di "esportare la democrazia" con l'aiuto di missili e bombe, senza rilevare la contraddizione macroscopica. Ma forse, chissà, in un domani - in cui io, nonostante tutto, credo: chè questo è mica il primo periodo buio dell'umanità, neh? - il nostro sistema parlamentare e rappresentativo apparirà vagamente ridicolo, assurdo da concepire, perchè nel frattempo se ne sarà trovato uno migliore.
Probabilmente mischiando, e sperimentando, qualcuna o tutte di quelle soluzioni, proposte, tentativi e innovazioni che oggi appaiono ridicole e assurde da concepire.



domenica, febbraio 15, 2009

E, INFINE


Scusatemi tutti se a) intervengo ancora su questo argomento b)non vado indietro a rileggermi il dibattito in tutte le sue fasi.
Sarà perciò possibile che a) annoi qualcuno b) dimentichi qualcosa, ma appunto perdonatemi a monte.


Che ci ho da fare un paio di considerazioni, tipo a), b) e c) che sono già tre, ma fors'anche diventeranno quattro. E poi basta, giurin giurella.

A) la Talpa c'ha ragione, io non casso nessuno che non sia a) un nemico di classe b) un comprovato figlio di, ma tanto. Nella mia vita ho odiato una sola persona, figuriamoci se posso scatenarmi contro la Talpa, che il massimo che fa - e, devo dire, con me in termini più che accettabili e spesso di gentil pensieri - è mandare qualche mail ed esagerare nella lunghezza dei commenti.

Anche non fosse così, mi pare un assoluto controsenso stare su internetto e poi dire a qualcuno "sparisci": ed è un bel po' che il problema di frequentarsi in altro modo non si pone neppure, da nessuna delle due parti, no?

D'altro canto, credo che il brother abbia, nei commenti, fatto del suo meglio per spiegare alla Talpa il significato di "mollaci" e che questi invece insista nel non capirlo, attirandosi vieppiù sbuffi o peggio. Ma, per quanto la pedanteria e la puntigliosità urtino anche me, devo dire che essere processati pubblicamente a distanza di mesi dai fatti con un pretesto del tutto gratuito, non contribuisce a migliorare il carattere e l'appeal di nessuno.


B) la Questione Etica, ammesso che di questo si tratti, mi pare molto ben riassunta
dal brother che accenna anche a quello che a me sembra un punto importante: e cioè che nel caso specifico motore dell'indignazione sembra essere più l'antipatia che l'etica. Mi sembra infatti che noi tutti si trascurino casi analoghi presenti nei dintorni della comune-ty (o fors'anche al suo interno) in cui nessuno si è sognato di indignarsi allo stesso modo. Attenzione, ho detto analoghi e non uguali, e ammetto che le differenze contino: ma mi pare brutto e strumentale che si passi dalla reazione positiva per alcuni allo scandalo più feroce per altri. Ecchecazzo, un po' di misura e di equità...

C) La Compagna fa mille considerazioni interessanti e intelligenti, che dimostrano quanto poco fosse sprovveduta: o meglio, quanto lo siamo tutte/i in determinati casi, indipendentemente dai sei mesi prima o i sei mesi dopo i diciott'anni. Ammette, com'è abbastanza ovvio, che la "garanzia" della Comune-ty abbia influito, in positivo, sulla storia così tanto in questione oggi.
Ma non è questo il punto: il punto è se la Talpa se ne sia "approfittato". Se, come dice l'amicae., se ne sia servito per "intortare" la Compagna: io credo che questo sia un ragionamento che, fatto a posteriori e a freddo, serve solo a sminuire l'intelligenza della Compagna più ancora che l'etica della Talpa, e che contraddice in pieno mille discorsi di rivendicazione fenmninile/sta della propria sessualità etc etc che non credo di dover riassumere qui.
Da quando la minorità anagrafica conta così tanto in questo senso? Scusate se ribollo, ma appartengo a quella fortunata generazione per cui amore e sesso contavano in sè e, una volta superata la soglia della pedofilia, non esisteva scandalo. Nè rotule spezzate. Non che sia facile, neppure per me, attenersi sempre a questo principio: ma credo che sia sano ricordarselo.

E, comunque, credo che se ci si pone il problema di non intortare i più giovani fra noi, si debba porselo in modo globale: che spesso le fate madrine corrono il rischio di condizionare la vita altrui ben di più dei Barbablù, come insegnano le fiabe con le loro scarpette perse all'ora che vuole la madrina, mentre Barbablù fa una brutta fine senza bisogno di interventi esterni, basta una tipa un po' più furba.

D) perchè mi sto rompendo le balle perfino io che scrivo, e quindi mi immagino voi. Ma perchè la cosa più importante mi pare questa: la discussione sulla comune-ty, sui suoi valori, sulla sua labile ma precisa appartenza e il suo comportamento, è divergentemente geniale, com'è ovvio, e potrebbe continuare ben oltre il casus belli.
E ci voleva, prova ne sia il brother stanato che ha fatto così piacere a tutti noi leggere, finalmente.

Ma, mi chiedo: a proposito di valori, siamo sicuri che tirar fuori dal cappello, a freddo e senza provocazione, un "nemico" contro cui coalizzarsi, sia una bella cosa?
Io sono sicura di no, e anche per questo mi sono dissociata con decisione, e l'avrei fatto anche se il mio giudizio nei confronti dell'operato della Talpa (o della sua simpatia, o del suo cane, o del suo calzino) fosse ben più feroce di quello che è.

Io non ci sto, a dimostrare che siamo uniti "contro"; anche se il contro è contro così così, o con i distinguo o con il se fossi. Il capro espiatorio, per quanti torti possa avere, non mi piace come figura, meno che meno se io sto dall'altra parte.
E le caccabombe, amicae., possono essere divertenti, provocatorie, azzeccate, forse perfino giustificabili: ma, come dice il loro nome, difficile poi evitarne gli schizzi.


Certo, magari ideologizzo troppo, e d'altronde concordo con tutti che è è ormai l'ora di chiudere questo peregrino dibattito: ma secondo me dovremmo pensarci, non credete? Che è così facile scivolare dalla parte sbagliata, di questi tempi..
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