Visualizzazione post con etichetta pensieri sparsi. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta pensieri sparsi. Mostra tutti i post

domenica, dicembre 11, 2011

SON QUI...

... e una della cose che mi scazzano di più è leggere male e lentamente, anche se ho una sfilza di bei titoli ad aspettarmi sul comodino. e sotto il comodino, e sull'apposito scaffale " libri ancora da leggere". niente alibi come la morte della letteratura, insomma, ma solo questa stupida debolezza con mille ragioni che, pur essendo tali, non diminuiscono l'insofferenza.  
Ma forse questo post è, invece, un alibi per mettere questa bellissima foto.




giovedì, settembre 08, 2011

LE ZUPPE DI JANINA

"Il 1.10.1996 Janina Turek, madre di tre figli, pranzò con una zuppa di funghi e pastina, spezzatino con contorno di patate e barbabietole rosse stufate e uva per dessert. Anche quarant'anni prima, il 19.02.1956, aveva consumato un pranzo semplice: una salsiccia calda con senape dolce, pane, composta di mele, un pezzo di cioccolato e torta di noci e frutta secca.
Il 21.03.1973 ricevette due telefonate mute
Il 21.o6.1976 trovò per strada un paio di calzini elasticizzati da bambino non usati; 
Il 15.08.1981 cedette al figlio i suoi tagliandi di razionamento per la carne."

Questo l'incipit di "Reality", il racconto che dà il nome alla piccola raccolta di racconti di Marius Szczygiel - ogni promessa è debito - pubblicato dalla carina editrice Nottetempo con il contributo  del programma Poland per la traduzione.  E approfitto dell'assenza della capra per iniziare questo post che non so dove mi porterà.

Perchè il racconto prosegue con molte annotazioni dello stesso tipo tipo - attenzione allo spoiler, neh? -  che si allargano a comprendere categorie come "persone viste di sfuggita"e "regali (fatti e ricevuti, di qualsiasi genere)", ma anche "eventi mondani", in cui un caffè con la panna mangiato in passeggiata conta esattamente come il passaggio di Fidel Castro ammirato dal mezzo di un'aiola di fiori.
Tutte queste annotazioni, talmente neutrali da registrare le visite dei figli con il loro nome e cognome senza alcun dato accessorio, vengono scoperte dalla figlia alla morte della donna, registrate con cura su quasi 800 quaderni chiusi in un armadio: dietro di loro, completamente ignorata se non nel caso raro e improbabile  in cui  tocchi direttamente Janina, scorre la vita della Polonia  dal 1943 al 2000. 
Non sono certo anni privi di avvenimenti, ma le cartoline registrano quanti zloty sono stati dati come offerta alla messa prima di smettere di andare in chiesa, o il film visto il giorno della morte di Stalin ("Fanfan laTulipe") senza che l'evento storico compaia nel quaderno, così come non compaiono le esecuzioni di massa naziste o la liberazione di Cracovia.
Dopo i quaderni, la figlia troverà anche un pacco di cartoline, mai spedite, su cui le annotazioni si fanno più intime, ma anche più partecipi della vita sociale e politica: ma i quaderni rimangono il luogo in cui Janina ha fissato la sua vita, con una serie di spilloni che ne immobilizzano la routine. Non prive di fascino, così come non lo sono le farfalle morte, pur a dispetto della contraddizione in termini e sentimenti.

E allora uno, dopo aver letto il racconto (che, vi assicuro è carino assai e lo sono anche gli altri, se non cercate l'azione) si chiede se poi, in fondo, non sia Janina da aver ragione: se non contino di più le visite fatte e ricevute, anche senza pretesa di descriverne affetti ed effetti, o i regali fatti ed avuti, anche senza pretesa di registrane importanza e peso emotivo, di... che so, un successo sul lavoro o un evento che sul momento ci pare eccezionale.  
Il primo, infatti, è probabile che abbia importanza solo per noi, e dunque perchè non metterlo sullo  stesso piano della cotoletta di pollo mangiata a pranzo? Il secondo rischia di essere assolutamente soggettivo comunque - la partecipazione a una manifestazione di cui tutti si scorderanno il giorno dopo - o soggettivo nella nostra incapacità di raccontarlo e farlo rivivere. 
Non è la stessa cosa, già: ma perchè? 
C'è qualcosa che appare disumano nella mera catalogazione dei nostri momenti di vita, senza che ne traspaia una partecipazione emotiva: eppure, non è l'unico modo per cercare di definirci, anche nella posterità, con assoluta precisione? Gli altri aggiungeranno quelle note che noi non riusciamo a sapere con certezza finchè siamo in vita ("era amabile generoso, gentile, cordiale, gli piaceva la bella vita..." o il contrario), ma saremo noi ad avere lasciato una traccia definita, una bava argentea ma indelebile di lumaca, dei nostri giorni e delle nostre azioni. 
Definendo tutto e non dicendo niente, ma togliendo alla posterità il potere di evidenziare solo aspetti della nostra vita scelti in modo totalmente arbitrario. 

Ecco, ve l'ho detto che non sapevo dove andavo a parare... ma a questo punto potete cominciare a porvi il problema voi, se vi va.

giovedì, agosto 25, 2011

HOT NOTES


Dispiace se non lo avete letto ai suoi tempi - o anche adesso, se i suoi tempi non ce li avete - perchè così mi sento in questi giorni. 
Un po' meno tragicamente, d'accordo, ma c'è questa magica iniezione che mi tira fuori dal mondo ovattato della febbre alta, in cui io sono perfino refrattaria ai deliri. Non che mi dispiaccia, ma almeno sarebbero un'attività, una distrazione. Invece riesco solo a rispondere a tono se qualcuno mi parla, ma non sempre ho voglia di farlo, da dentro la mia nebbia sonnolenta. 
Quando arriva l'iniezione torno simile a me stessa per un buon 80% - e siccome in questa percentuale è compreso lo spirito critico e menosamente didattico, tutti lo giudicano già così più che bastante - invece che per quel 15% dello stato febbrile, e in più c'è un surplus di attivismo. Basti dire che sono sveglia dalle 7. 30 di stamani, che per una strega/gufo è un sovvertimento del'ordine naturale della cose. Solo che, come Algernon, so che lo stato di grazia avrà un termine, e ogni volta è una tensione giocare a indovinare quale sarà. Fottitene, direte voi, e me lo dico anch'io. Ma tanto facile non è.
Se dura ancora domani, però, potrei provare a mettere insieme un post: anche se, lo si intuisce, i miei argomenti di conversazione di questo periodo non sono moltissimi.  Però quando, pur nella febbre, un piccione è passato davanti al divano, ho pensato che i piccioni volano come quelli che camminano s-ciabattando. Fateci caso, sciatti uguali: e questa perla di vèrita ve la regalo già fin d'ora, neh?



giovedì, agosto 11, 2011

GRANDE E' IL RIOT SOTTO I CIELI

Molti dei miei non molti lettori sono beatamente in ferie, quindi posso lanciarmi nelle mie Inutili Riflessioni sul Mondo protetta dal temporaneo digital divide, e le riflessioni sul mondo non possono che essere sui "disordini" di Londra.
Il Manifesto li inquadra piuttosto dottamente in una risposta "tradizionale" degli inglesi - peraltro puntualmente sconfitta - ai periodi di recessione, citandone i precedenti fin dall'800, mentre il leader della protesta , Lee Jasper, fa un'analisi non particolarmente acuta (almeno nella versione di Republikit) ma sicuramente corretta:

   "La gente non decide da un giorno all'altro di appiccare le fiamme. È un lungo processo. Sono tutti gli abusi subiti, tutto il malcontento covato per anni a scoppiare. Ecco cosa succede quando una comunità viene abbandonata a se stessa, quando la politica non se ne fa carico. Condanno le violenze, ma solo in parte. Condanno molto di più la violenza economica: la disoccupazione, la mancanza di opportunità che nega ai giovani un futuro. È una violenza che non viene riconosciuta. Ci si sofferma sul sintomo e non sulla patologia: il sintomo sono le violenze di sabato, ma la patologia è l'alienazione di un'intera comunità lasciata a se stessa".

Per quello che sembra a me, da lontano, il dato nuovo sono la violenza gratuita e i saccheggi: non che in passato non ci fossero per niente, ma man mano diventano più importanti, oscurando sempre più le pur sensate motivazioni di proteste che invece partono da una motivazione politica. Rispetto ai "disordini" del passato, i saccheggi nei negozi di elettronica e vestiti firmati non possono che alienare le simpatie di quanti sarebbero invece disposti a riconoscere giuste ragioni ai dimostranti, perfino quando le proteste sfociano in scontri con la polizia, come è abbastanza sempre successo oltre una certa soglia.
Ma che si vandalizzi e, pare, si uccida, per rubare venti paia di Adidas... per fortuna c'è ancora un sacco di gente che non è disposta a ritenerlo nè giusto nè giustificabile.

E, ovviamente, è molto più facile per chiunque "introdurre" ragazzotti vogliosi  solo di casino, tanto più se gli si indicano bene - parlando lentamente - i possibili obiettivi: lì il negozio di computer, laggiù i giubbotti, le scarpe proprio dietro l'angolo. Ne abbiamo avuto la prova a Genova: i black bloc sono così facili da imitare...
Ma ciò non toglie che i black bloc "veri" siano una realtà europea, a cui di volta in volta si possono aggiungere i puri e semplici vandali e ladri, e se Cameron ha ovviamente torto nel ricondurre tutto alla criminalità comune e alle gang, è altrettanto ovvio che entrambe le categorie cavalcano alla grande i disordini.
 Non c'è più un gran controllo politico e concreto su quella che nasce come protesta, soprattutto se prende la forma tradizionale di corteo o manifestazione: anche qui da noi, dove pure si sono avuto mille "piccoli" scontri con la polizia in mille piccole (e quasi sempre ingiustificate) occasioni, con l'eccezione della Val di Susa negli ultimi dieci anni non ci sono stati episodi di grande violenza nella strade: ma dal G8 in poi le manifestazioni si svolgono tutte "in difesa", attenti noi per primi a non fornire nè percorsi nè pretesti nè spunti per far spaccare una vetrina, per far cercare lo scontro a tutti i costi, perchè qualcuno possa tirare un sasso contro qualsiasi cosa, dando così il via a un casino che rischia di diventare immediatemente ingestibile.
 Tutti noi, infatti, sappiamo di qualcuno - con la convinzione che dà l'esasperazione quando è unita alla gioventù e quasi sempre a una scarsa cultura - avrebbe voglia di far casino anche se poi si limita a parlarne, ma soprattutto tutti noi conosciamo ragazzini che ogni mese si spendono più di mille euro (e poco importa se li guadagnano, visto che vivono in casa spesati di ogni altra cosa) in vestiti e gadget elettronici: se c'è l'occasione, e magari l'amico che ci va, perchè non arraffare quello che altrimenti dovrei pagare?

Ecco, io credo che il pericolo di infiltrati e stupidi ci sia sempre stato, nella storia della protesta, ma ora il rischio è altissimo: e se per evitarlo dobbiamo - saggiamente, finora - ripiegarci su noi stessi, ha ancora senso la protesta nei termini e nei modi tradizionali? Le cittadelle di indignados, pur anche loro ad altissimo rischio di indesiderabili dal punto di vista politico, sono lasciate sostanzialmente in mano al qualunquismo: la sinistra, ormai, è lentissima nel reagire ai fenomeni nuovi, vedi il sostanziale non-schieramento sulla protesta greca che pur è stata più "pulita" di quella inglese e più largamente motivata dal punto di vista politico.

Come ho detto, sono Riflessioni Inutili, che se ci avessi la soluzione non sarei qui ma starei andando da qualche parte su un vagone piombato: ma penso che finchè si può sia più opportuno e più proficuo lavorare in positivo, unire le forze per fare invece che per opporsi - lo sciopero generale continua a essere suggestivo, ma in un'economia che vede tra le sue forze principali la criminalità, il sommerso e il virtuale, che senso reale ha? - cercare di allargare e consolidare le migliaia di proposte di vita e mondi alternativi. Prima o poi, quando diventeranno minacciosi,  bisognerà lottare davvero per difenderli, per impedire che siano di nuovo resi innocui, ma a quel punto si saprà almeno per cosa si lotta.
E, nel frattempo, sarà l'età, sarà la formazione, ma io preferisco i londinesi con le scope e i post-it a quelli con il cappuccio e agli altri con i lacrimogeni: non per difendere l'ordine costuito, ma perchè finchè posso vorrei comunque vivere in una società più civile, e non meno.
Dopotutto, quando i mercenari  combattevano per opposte fazioni, la gente normale, comune, la "povera gente" era sempre quella che ci perdeva di più.

Eppure, detto tutto ciò, mi sovviene che la Storia procede per errori e tentativi, da qualunque parte la si voglia tirare, e che i grandi cambiamenti del passato sono stati preceduti da un sacco di masochistiche prove generali: fallite e quasi sempre controproducenti sul momento, ma che alla lunga hanno fornito quel substrato su cui la Storia ha cambiato direzione, almeno per un po'. 
E quindi ? Mah, forse bisogna comunque essere lieti che esista una gioventù autolesionista? Forse. Ma se becco un ladro di scarpe lo picchio con il mio bastone da nonnetta.

venerdì, agosto 05, 2011

AVVISO AI NAVIGANTI


 Stamattina mi hanno tolto litri di sangue in cambio di un filo di speranza, e volentieri glieli ho dati. E siccome la melancolia - come si chiamava più elegantemente un tempo la depressione in sordina - si porta dietro con facilità un po' di retorica, mi è venuto da pensare che è quello che succede di questi tempi a un sacco di gente, e in modi nettamente meno asettici e indolori, e mi sono un po' vergognata. Che, a ben considerare, anche chi vive poco, ma qui, ha almeno vissuto "bene", o quantomeno non è dovuto passare per una serie di orrori. 
Ma chi segue il mio blog sa che il mio detto preferito in assoluto è quello del grandioso GGG, secondo cui "due scuri non fanno un chiaro", e così ho ucciso la mia stessa retorica con uno sbruffo: la sofferenza individuale non cambia, se si è in due o in diecimila a soffrire, cambia la quantità di ingiustizia nel mondo. E non è tutta inevitabile: ma, anche in questo caso, temo che chi subisce l'ingiustizia non sia in grado di considerare, sul momento, se si più sfigati a essere colpiti dal Fato o da un altro essere umano. Ci si incazza, se si fa in tempo, e poco importa con chi o cosa.
Be', sì, riflessioni melancoliche, non c'è dubbio. Eppure oggi, nel primo giorno in cui sto meglio da un po' (senza che questo significhi che sono avviata a star bene, sennò non avrei  bisogno di fili di speranza) ho pensato che se volevo continuare questo blog forse dovevo rassegnarmi a scrivere anche di quello che sto cercando di tenere fuori dalla mia vita - ed è una bella lotta, perchè lui cerca invece di sbattere fuori me dalla mia vita, il gran bastardo.
Ma siccome il gran bastardo non è nè un serial killer, nè il Tir di "Duel", e dato sì che non c'è nulla di più noioso di qualcuno che parla dettagliatamente della propria non-salute - chè la salute condivide con la felicità il difetto di non essere interessante, finchè c'è - non abbiate timore che io mi imbarchi in puntigliosi racconti: vi arriveranno giustappunto riflessioni e pensieri, e siete fin d'ora autorizzati a saltarli a favore dei post con le foto di animalini carini.
E, detto ciò, dovrei forse congedarmi con un qualche filosofeggiare più originale di quello che ha aperto questo post, ma facciamo che per oggi basta: ora sapete cosa vi può capitare. 

mercoledì, giugno 15, 2011

NUMERI E PERSONE


 
E così, abbiamo festeggiato, e con che gioia e sollievo. 
Se avete in mente l'allegro casino dei video dei festeggi romani, be', qui nella Città del Mugugno ci si è invece rallegrati in questo modo: in piazza, ma pochi per volta. Che alle 15 si lavora ancora, alle 16 qualcuno fa merenda, alle 17 forse arrivano tutti, alle 18 che gioia che gioia, alle 18.15 mi tocca di andare, alle 19 chi si fa l'aperitivo? 
Rigorosamente banditi strumenti e oggetti atti a produrre o amplificare rumore: c'è un furgoncino con le casse, ma la musica disturba il Festival di Poesia - che fa, a sua volta, musica per i fatti suoi dentro al palazzo. 
Un coro o due osano un canto, nessuno si unisce. 
Una ragazza urla "Abbiamo vinto, abbiamo vinto!", nessuno si unisce. 
Gira  focaccia in un cartoccio, un po' di sangria già finita alle 17, e non arriva altro.
Chi ha portato il pennarello per fare il proprio cartello ha dimenticato lo scotch e se lo appende sbilenco alla tracolla, così che si faccia fatica a leggerlo, non fosse mai che veniamo meno alla "giusta misura"; chi lancia timidi slogan presto s'azzittisce sotto le occhiate, partecipi ma mute, degli altri. 

Però ci si abbraccia, e si fotografa, e si ride e ci si congratula. E insomma alla fine va bene anche così, siam mica foresti con le loro usanze barbare e caciarose. 
E se ci fosse una nuvoletta dei pensieri come nei fumetti, su tutta la piazza campeggerebbe un gigantesco "Speriamo..." Speriamo che sia finita davvero, che il vento cambi sul serio, che sia solo la seconda vittoria su tante future, che non riescano a imbrogliare di nuovo le carte, che noi stessi o chi per noi non roviniamo tutto. Speriamo.

Ma per l'intanto, anche se i festeggi sono mosci, lasciamoceli godere ancora un po'. Magari raccogliendo le storie del poi, quelle che rimarranno nella memoria colletiva e quelle che spariranno fra poco in virtù del loro stesso grande numero. Come quelle di chi ha accompagnato a votare un vicino disabile, la vecchietta del piano sopra, il vecchio zio non-vedente, un genitore svanito: contento e orgoglioso di contribuire così alla battaglia, e al tempo stesso mortificato di dover "usare" chi avrebbe fatto a meno di muoversi. 
O le storie dei timidi che di colpo si sono fatti audaci per convincere il negoziante, il passeggero dell'autobus, il terribile parente. O chi, alla risposta via sms "Chi cazzo sei per dirmi cosa devo fare?" all'invito ad andare a votare, ha risposto "Ma come, hai perso il mio numero? sono Giovanni!". E ci piace pensare che il tipo sia ancora lì a chiedersi quale Giovanni si sia rivelato uno sporco comunista, ma ancora di più ci piace pensare che abbia creduto che a invitarlo al voto fosse un suo collega di qualche bieco partito, pronto a saltare sul carro dei vincitori.
Perchè la creatività, la fantasia e il divertimento sono stati la chiave di volta della costruzione di questa opposizione che sembrava persa e annichilita, e che si è ritrovata: ma questo lo stanno già dicendo tutti.
Quello che non dicono è che, vicino ai fantasiosi e alle loro goduriose creazioni sul web, c'è stato un altro sacco di gente che si è mobilitata in sordina, senza troppo parere: come l'ufficio postale che si è adoperato perchè il certificato elettorale di una mia amica, spedito da casa il giorno prima, le arrivasse in tempo per votare.
Io ho pensato alla "zona grigia" della Resistenza, la definizione con cui una parte della storiografia pur di sinistra definisce il pezzo di popolazione che mantenne la propria indifferenza verso ciò che stava accadendo. La zona grigia fu per un certo periodo oggetto di accese discussioni in casa nostra, non chiedetemi perchè: e io, che sostenevo la masochistica parzialità delle definizione, dicevo che probabilmente molte persone avevano fatto piccole cose che non erano mai apparse da nessuna parte , altro che indifferenza. Gli uffici postali, gli accompagnatori, i condividi di facebook... chi li ricorderà domani? 
Dentro a una percentuale le storie non ci sono.

mercoledì, marzo 09, 2011

CHIACCHIERE E RACCONTI

A teatro per Moni Ovadia, che ormai qui da noi chiacchiera come fosse nel salotto di casa sua, salvo che non lo si può richiamare ad un ordine mentale un po' più preciso, come invece si farebbe se lui non fosse su un palco. Insomma, uno svarione piuttosto che uno spettacolo vero e proprio, questo suo "Registro dei peccati" in cui si raccolgono citazioni bibliche, errori di traduzione (pare che la versione corretta di "Beati gli ultimi ecc." sia "In marcia gli ultimi della terra che presto saranno i primi": non proprio la stessa cosa, commenta Moni), storielle edite e inedite, riflessioni e provocazioni. Su tutte, almeno una mi sembra meritevole di essere notata, anche se ovviamente non mi ricordo il nome del Rabbi, che perciò chiamerò Rabbi Loew.
"Si dice che Rabbi Loew andasse nel bosco, in un particolare luogo, per accendere un fuoco e, cantando un salmo, pregare: in questo modo teneva lontani i pericoli dal villaggio. Quando morì, un altro prese il suo posto, ma con l'andare degli anni dimenticò il luogo preciso e si limitò ad andare nel bosco, cantando il salmo e pregando. Chi ne ereditò il compito continuò ad andare nel bosco, ma accompagnava la preghiera solo con un canto modulato, poichè non ne sapeva più il testo. Il suo successore si limitò ad andare nel bosco per pregare, e il successore del successore non andò più nel bosco. Tuttavia, si sapeva che un tempo c'era stato Rabbi Loew, che andava nel bosco, in un particolare luogo, per accendere un fuoco e, cantando un salmo, pregare: in questo modo teneva lontani i pericoli dal villaggio..."La storia rimane quando non c'è più altro ma, conclude Moni Ovadia, la storia è essa stessa la cosa che sembra non esserci più.
Un apparente paradosso - molto vicino a un racconto zen  - che non può mancare di affascinare chi si occupa di scrittura e  lettura (ma anche di bambini, e fiabe, e boschi...)

mercoledì, marzo 02, 2011

MA LE GAMBE, MA LE GAMBE...

Dato sì che sono giornate senza storia, è il momento giusto per raccontarvi quella dell'uomo che non voleva le gambe.  


E' una storia vera che, con grande senso della notizia,  riporta Susie Orbach nel suo saggetto "Corpi", tanto di smilza lettura quanto di complesso tema: tento di riassumerla in poche righe anche se, lo ri-dico subito , "Corpi" è proprio da leggere. Allora, questo tipo aveva "il complesso delle gambe": così come si ha quello del naso se è troppo lungo o gibboso, così come si ha dei fianchi larghi o del culo grosso, con la differenza che lui non aveva bisogno di nessun aggettivo per non sopportare le sue gambe. Voleva essere senza, si "vedeva" senza, non poteva accettare di vivere in quel corpo che lui percepiva mostruoso perchè dotato di gambe. Naturalmente, tutti i medici a cui si rivolse lo mandarono via, naturalmente tentò, o tentarono, di curare prima il cervello, ma tutto fu inutile: si chiuse le gambe in un cilindro congelatore, le lasciò andare in cancrena e dovettero amputargliele. Dopodic visse felice. 

Quando avete smesso di rabbrividire, la domanda è: perchè un naso, le tette, la pancia, i piedi, le cosce, i capelli, la pelle... sì, e le gambe no? Vero, nessuno sceglie di farsi amputare il naso (per ora), ma ha fatto parlare la tipa che si è fatta togliere il seno per sconfiggere la predisposizione genetica al tumore mammario: e ha trovato chi ha eseguito l'astuta operazione, ovviamente. 
Be', la risposta alla domanda è intuitiva più che logica, coinvolge quella che sembra essere una soglia condivisibile senza bisogno (nè possibilità) di spiegarla razionalmente: ma apre molti interrogativi, che Orbach esplora attraverso aneddoti e riflessioni professionali. 

Non tutto è condivisibile, del libro, ma la portata delle problematiche è molto ampia: siamo la prima generazione, dice Orbach, per cui il corpo non è un dono nè una casualità, nè tanmeno un prezioso attrezzo da lavoro, ma una "costruzione" di cui scegliere misure, forme, aspetto e sostanza. Ed è paradossale che mentre il corpo ci serve sempre meno venga sempre di più esibito, anche in modi paradossali come il wrestling o l'ipersessualizzazione. 
Ai ragazzi non viene insegnato a usare il loro corpo in modo utile a se stessi e agli altri, ma a "mantenerlo in forma" per un'operazione formalmente rivolta alla salute o al successo, ma in realtà del tutto fine a se stessa. La vanità sciocca, così ben presa in giro dagli scrittori del passato, è oggi un segno di "impegno", di forza di carattere, di determinazione: sir Walter Elliot di Jane Austen, capolavoro del ritratto della futilità, oggi sarebbe un eroe. O, più facilmente, il capo del nostro governo.

Ma soprattutto, ci fa notare Orbach, questo utilizzo e costruzione dei corpi è uno dei bottini della globalizzazione, che minaccia la biodiversità anche nelle forme del viso e degli occhi, nel colore della pelle e dei capelli. Le rivolte nel Mediterraneo, che pure portano con sè venti di libertà e di sperabile maggior giustizia, se non cadono preda del fanatismo religioso apriranno nuovi mercati anche da questo punto di vista, come già è accaduto nei Paesi dell'Est europeo e soprattutto in Asia. 
La razza ariana ha infine trovato metodi di selezione più raffinati ed efficaci: viene "scelta" con l'apparenza del libero arbitrio.
E noi, che proprio ariani non siamo ma insomma, e che dobbiamo "solo" combattere con seni cascanti, pieghine di ciccia, rotolini sui fianchi, stomaci sporgenti (per non parlare di rughe, mancanza di capelli e alluci valghi) ovviamente possiamo ricorrere ai "ritocchini", magari preventivi: pare sia ormai usanza regalarme almeno uno per il diciottesimo. 
O, in alternativa, a quelli che negli anni '50 venivano definiti reggiseni- corazza e che oggi, chissà perchè, sono considerati sexy, a cui si sono aggiunti oggi ogni sorta di indumenti contenitivi. La Rinascente ne ha tutta una serie ammiccante, con disegni di rotolini resi invisibili, taglie sparite, tette rialzate (con lo scotch che tira da sopra,  davvero!), culi rientrati o sporti, cosce modellate. "Oh, to' - ho detto al KGgB, scorgendo quello che quand'ero ragazza veniva chiamato "bustino" e di sexy non aveva proprio nulla - guarda, c'erano già quarant'anni fa!" E lei (quanto adoro le mie figlie, a volte) mi ha risposto, truce: " Già, e voi li avete bruciati."
Poi ci ho pensato: bentornati, bustini. Sarà più facile, almeno, bruciare di nuovo voi che due tette finte.

mercoledì, febbraio 02, 2011

DEDICATO AI PAZIENTI

 Pazienti anche nel leggermi: il post è lungo e potrebbe esserlo ben di più, a voler essere più documentati e precisi. Ma spero che il successo riscosso da La neve e la rose  - merito della storia, e sono contentissima che sia piaciuta - si lasci dietro qualche lettore che ha voglia di seguirmi in queste elucubrazioni su un tema che mi affascina e mi sta a cuore.


Gira sul web, probabilmente già da un po', un appello per fermare le cattive intenzioni della UE a proposito delle terapie cosiddette "alternative": erboristeria e omeopatia, in particolare, sarebbero condannate a severe restrizioni. Se le leggi che si stanno preparando a livello europeo passassero, dice l'appello, sarebbero addirittura proibiti i libri che contengono indicazioni e ricette fitoterapiche, e chiuse le scuole di omeopatia e terapie naturali. Controllando, pare che l'appello possa essere una mezza bufala: nel senso che ci sono già una serie di controlli e forse ne verranno introdotti altri, senza che però il quadro sia così fosco. 
Eppure, nonostante i toni (o forse proprio per quello) l'appello è credibile: si sa infatti chi sostiene la scientificità della scienza, e della medicina in particolare, è convinto che principi e risultati si debbano valutare alla luce di criteri "oggettivi" e che con una rigida regolamentazione si possa (e si debba) evitare che pazienti sprovveduti - ma il paziente è sprovveduto per definizione, come sa chiunque provi a chiedere informazioni approfondite a un medico - vadano a finire nelle mani di ciarlatani. Che esistono, sicuro, e che proprio da questa rigidità traggono la forza e la possibilità di proporsi come miracolose speranze.

Molti fra quelli che sostengono "la scienza" o la scientificità o il rigore logico e deontologico o comunque lo si voglia definire e chiamare,  sono persone in ottima fede e, se sono amici come spesso capita, si evita l'argomento per non litigarci su, chè comunque ognuno rimane convinto delle proprie idee. 
Già da tempo, però, mi chiedo come si possa sostenere a spada tratta l'assoluta non credibilità dell'omeopatia - i cui risultati non sono misurabili con i consueti standard poichè le terapie sono ad personam, per banalizzare la questione riducendola al nocciolo - quando ormai il mantra preferito dagli oncologi  di fronte agli andamenti bizzarri della malattia, sempre più frequenti, è: "Ogni caso è un caso a sè". E con ciò escludono la possibilità di prevedibilità e di standard. 
"Il farmaco dovrebbe funzionare così, la malattia dovrebbe evolversi così..." Il condizionale è d'obbligo, e sempre più spesso è applicato non solo in oncologia ma in molte patologie, anche banali, che non si comportano più "come dovrebbero": basti guardare quella che un tempo era l'Influenza invernale e che oggi è diventata un'affezione virale che prende in modi diversi, con andamenti diversi e reagisce a cure differenti. Ognuno si fa la sua peste, diceva Camus (me lo citò un dermatologo antipaticissimo ma colto) e mai più di oggi fu vero, a quanto pare.

Eppure, nonostante studi appunto scientifici stiano cominciando a scoprire le delicate e impreviste connessioni tra il sistema immunitario o quello neurovegetativo e attività quali la meditazione ( per non parlare del cibo e dell'ambiente e del tipo di vita), omeopatia e terapie diverse da quelle ufficiali vengono ancora condannate e osteggiate. Quando, in realtà, non si capisce perchè non debba essere possibile una collaborazione, una sinergia di metodiche diverse: da entrambe le parti c'è chi le considera incompatibili e in questo caso tra i due litiganti il terzo soffre.

E leggo sul Venerdì che una trasmissione del National Geographic tratterà una bellissima storia, che riassumo: nelle fosse comuni dei morti di peste del 1600 o giù di lì, alcune salme avevano un mattone in bocca. A lungo si è pensato a forme di punizione omertosa, ma ora un antropologo ha forse ricostruito la vera motivazione: nella disperata impossibilità di fermare o limitare il contagio, fra le cause possibili fu indicata una curiosa attitudine di alcuni cadaveri che, masticando il proprio sudario, si sarebbero fatti diffusori anche post mortem dei terribili "miasmi".
Gli stessi, suppongo, che secondo la medicina ufficiale del tempo avvelenavano l'aria rendendola appunto "pestilenziale". Per ovviare a questo impressionante vamprismo al contrario, alle salme che recavano segni dei denti sul sudario fu messo giustappunto un mattone in bocca, in modo che non potessero più nuocere. Del resto, ai vivi veniva prescritto di non lavarsi e di fasciarsi strettamente in vestiti di stoffa liscia e scivolosa ( impossibili da lavare anche loro), in modo che l'aria carica di miasmi non potesse raggiungere il corpo. 
Un bellissimo libretto di Carlo M.Cipolla  racconta appunto di questa intuizione fumosa che precedette la scoperta di germi e virus, e di come da presupposti giusti e sensati si possa arrivare a conclusioni  drammaticamente opposte.
Cipolla non ne parla, ma sarebbe interessante se qualcuno, a partire dalla tesi ormai accettata secondo cui le streghe erano anche o soprattutto donne che praticavano la medicina popolare, andasse ad appurare la connessione fra uno sviluppo così tragicamente illogico (ai nostri occhi) della medicina ufficiale del tempo e la scomparsa - con il rogo e la criminalizzazione di tutto ciò che appariva "streghesco" - di quel buon senso immaginifico ma pragmatico che era patrimonio di terapie antiche e condivise.
Più modestamente, io non posso fare a meno di immaginare i medici del '600, con le loro maschere e uncini e unguenti profumati, che discutono seriamente di umori corrotti e arie guaste, rischiando magari la propria vita e mettendocela tutta a chiudere fuori i miasmi, convintissimi di avere in mano l'unica vera scienza. Ogni somiglianza è puramente casuale, ovvio.


venerdì, novembre 05, 2010

ACCIDENTI AGLI ILLUMINISTI...

Se ero un uomo del '700, ci avevo la wunderkammer più bella nel raggio di cento chilometri o fors'anche cinquecento, e tutti venivano a vedere quelle mie meraviglie raccolte in cinquant'anni di testa schizzata. 
Se ero un uomo del '700, anche, ero tra i primi a provare i pomodori e le patate, e i miei ospiti non osavano dire niente di quei frutti strani che avevno colpito la mia curiosità.
Se ero un uomo del '700, sicuro che ci provavo, a convertire i metalli in oro: ma probabilmente poi mi sarei distratto e avrei finito per scoprire qualcosa di incomprensibile, come l'elettricità.
Se ero un uomo, o forse perfino una donna, del '700, avrei scritto robe forse un po' strane (ma non "volli, fortissimamente volli", quello no) e tutti i miei conoscenti le avrebbero lette e citate e lodate. I lettori erano pochi, ma la concorrenza ancora meno.
Se un uomo, o una donna, del '700, oltre a fare tutte le cose di cui sopra avrei suonato uno strumento come l'arpa o il clavicembalo, avrei saputo dipingere ad acquerello, ricamare, cavalcare, fare conversazione e trattare con i domestici.  E perciò avrei ricevuto ancor più stima e considerazione.

Ma, com'è come non è, sono una donna del '900, sconfinata nel duemila. 
E così va a finire che invece della wunderkammer ci ho "una casa piena di cazzate" - grazie all'opera congiunta mia e  del socio barbuto - e mi tocca sempre inventare una qualche giustificazione per chi la vede la prima volta e comincia a guardarmi strano. 
E succede che io mangi cose ( cavolo rapa, zenzero sottaceto, zucchine spinose, daikon, solo per citare quelle che ho mangiato oggi)  che anche adesso destano stupore e perplessità negli altri.
Quanto all'oro... be', quello è uguale, non sarei riuscita ad ottenerlo allora e non ci riesco neppure ai giorni nostri. 
In compenso, laddove sarei stata uno scrittore pur discettando di entomologia, governo della casa o araldica, oggi sono solo un "autore", parola che indica con eleganza lo scribacchino che ci mette del suo, affrontando vari argomenti purchè non siano frutto solo della sua propria fantasia.
Che è un bel casino, rispondere "l'Autore" a chi ti chiede " e lei, cosa fa nella vita?". Autore? di che? Lo vedi dalla faccia, che gli viene in mente Pirandello, o magari anche "l'autore di cotanto gesto fu tradotto in catene..." , al massimo massimo un autore di quadri. E invece no, sono un Autore di libri: e dato sì che quindi il mio mestiere è scrivere, se anche suonassi il clavicembalo e saltassi la tremila siepi ippica, sarebbe solo "a tempo perso". E di lì a togliere la "a" alla frase, il passo è breve. 
Gli eclettici, in effetti, non usano più.

Ed è perciò che al momento attuale mi sento molto a disagio: ho già parlato della piccola mostra di mobiles letterari che si inaugurerà proprio oggi e di cui sono molto contenta ancorchè timorosa di brutte figure, e un paio di amicilettori mi hanno chiesto maggiori delucidazioni. 
Al pari della mia qualifica professionale, spiegare cosa sono i mobiles non è proprio facile, ma diciamo che sono costruzioni sospese di carta e altri materiali (piume, corteccia, giocattolini, ceramiche, pezzi in plastica, retine... tutto ciò che di riutilizzabile mi sembra adatto per creare piccole figure) che provengono dalla suggestioni che (mi) hanno lasciato alcuni autori che ho letto e che apprezzo. 
Per Terry Pratchett ci sono, ad esempio, il Bagaglio e Morte, e poi un drago e la Grande Tartaruga, un Troll, il Libro degli Incantesimi, il Bibliotecario... Per Jane Austen pizzi, sorelle di carta in girotondo, librerie rosa e le terme di Bath, ma anche le mucche che davano da vivere alla sua famiglia; mentre Karen Blixen ha colorati animali per La mia Africa, uno scheletro e un gatto nero per le Sette storie gotiche, e un aereo per la sua sfigata vita sentimentale. Ci sono anche Virginia Woolf e Neruda, in mostra, ma mi rendo conto che raccontati non dicono un granchè, come del resto sono soggetti un po' impossibili da fotografare. 
A prescindere però dalle spiegazioni, questa piccola mostra - che accompagna quella più nutrita delle foto dell'amica Triz, anch'esse dedicate alla lettura - è un coming out del mio tormentato fare molte cose diverse, che ho sempre considerato del tutto secondario. 
E che anche ora mi riempie di dubbi: se è pur vero, infatti, che ognuno è fatto a modo suo e non si può forzarsi più di tanto, se è vero che il "tempo perso" non si recupera più, dovrei comunque focalizzare le mie dispersive e non tante energie su una, massimo, due cose? O, per dirla più chiaramente: meglio provare (che non vuol dire riuscirci) a essere molto bravi in una cosa sola, o bravini in qualcuna? Io, finora, non sono riuscita rispondermi.

giovedì, settembre 30, 2010

CAMBIO DI STAGIONE

La quantità di oggetti di cui ci circondiamo è abnorme, spaventosa, inumana. Sì, lo so che è una dichiarazione sospetta all'inizio dell'autunno, quando il guardaroba invernale bussa alle porte degli armadi ma è ancora troppo presto per mettere via quello estivo, pena lo sciogliersi in atroce sudorazione durante le ore calde. 
Proprio così, oggi ho passato il tempo a litigare con gli armadi: cornucopia e vaso di Pandora sono trovate ridicole, in confronto. Dagli sportelli dei più inutilissimi armadi a muro anni '60 (ripiani profondi di cui non si vede la fine, legno scuro a cofondere la vista e la ricerca, spazi a cui non si arriva senza scala, assi di legno di forma ormai stabilmente concava) le robe continuavano ad uscire, a percipitarsi fuori, a scivolare in cascata, ad autovomitarsi con violenza. 
Golfini e maglioni, strati su strati di calzoni multitaglie - meno quella giusta, of course - cappelli troppo grandi e giacche troppo strette, tute come mogli di chick lit, sformate ma non per questo meno amate .  E caftani arabi comprati in Olanda, saldi della Rinascente che vanno per i venticinque anni, kilim ( c'è anche il settore arredamento, giaggià) provati per la terza volta su ogni pavimento e per la terza volta cassati, ritagli di stoffe che prima o poi serviranno certamente... ok, risparmio i miei tre lettori, tanto più o meno in tutte le case è così. E in molte finisce nello stesso modo, con la constatazione che i vestiti che mettiamo davvero sono tre paia di calzoni, una giacca e una manciata di magliette. 
Ho riempito tre grandi sacchi di cose "in partenza" verso varie destinazioni e sempre più mi prende l'odio e il tedio per gli oggetti, per queste case sempre troppo piene ("non vorrai mica buttarlo via, vero?" ), per l'infinito prendere e spostare e pulire e traslocare e riportare e smistare che - bisognerà pur ammetterlo, prima o poi - è un vero lavoro, un lavoro che noi paghiamo per fare, e non il contrario. 
Mi ricordo vagamente le cucine vuote della mia primissima infanzia: una credenza, una retina per fare la spesa (un cartoccio con il riso, un sacchetto con il pane, un involucro per un pezzo di formaggio, un tipo di verdura, il tutto in tre negozi diversi), una pentola per ogni tipo, due o tre bicchieri in più rispetto alle persone della famiglia. Poi, certo, c'era "il servizio bello" di là, nel buffet: che aveva molti sportelli a chiudere un ampio spazio in cui navigava una scatola di biscotti.
Gli armadi si stavano già ingrandendo, ma fino a poco tempo prima in un armadio a due ante, senza sopralzo, stavano comodamente i vestiti di due persone.

Il vuoto, lo spazio di quegli ambienti fa impressione: se ci capitiamo dentro, come nella cucina di Coppi, gli occhi cercano "altro", cercano oggetti su cui posarsi, cercano forme lungo le pareti nude, mobili nascosti, ripostigli segreti, sportelli e bauli...  senza rendercene conto, continuiamo a girare lo sguardo intorno, senza sapere se ciò che (non) vediamo è tristezza o libertà. Fateci caso se vi capita di vedere un vecchio film, dei giornali d'epoca: il vuoto - nelle strade, nelle case, nelle pubblicità - è palpabile: non si sa dire cosa manca, ma si percepisce il vuoto, e la pulizia di quell'assenza.
Si parla di decrescita e ogni persona sensata non può che riconoscere la necessità di una "nuova" sobrietà, di un agire più sano che non riempia la nostra vita con le Cose: eppure, chiuso l'armadio, so che dovrò comprare almeno un paio di pantaloni, un golf, fors'anche una giacca. E abbiamo finito i crackers e il tofu, e c'è chi ha bisogno i quaderni e chi la saponetta, senza contare che sarebbe anche ora di comprare l'antiscivolo per il tappeto e uno zaino decente per chi porta lo zaino (totale, due zaini decenti). Lo zaino serve per portarci dentro le cose, ovviamente: hanno bisogno di noi per andare da un posto all'altro. E sono instancabili, neh?

(sì, lo so, avrei dovuto parlare del governo e della sua pagliacciata, Bibì e Bibò  che si fanno carognate ma poi amici come prima: ma, in quel caso, il titolo del post sarebbe stato proprio sbagliato)



venerdì, settembre 17, 2010

LA COLLANA DEI GIORNI


La vita che vorrei.
La vita che vorrei non è mica complicata, me ne accorgo solo ora.
Mi basta, ho finalmente capito, una cosa bella al giorno. Hai detto niente, lo so. Non è poco, messa così.

Ma le cose belle sono tante, e quello che importa a me è che siano ogni giorno diverse: per esempio, la cosa bella di una di queste ultime giornate (era una giornata che ha visto ben più di una cosa bella, pensa che spreco...) è stato il tramonto.

Psichedelico e struggente, con le strisce di turchese a interrompere il contrasto di cielo rosa e oro e di nuvole nere. Un momento perfetto, al riparo dal vento già freddo su una panchina di pietra scaldata dal sole, io e l'uomobarbuto a parlare e guardare. Ora so che posso correre lì, su quella panchina, quando ho voglia di cielo e di colore, e lo farò.
Ma mi conosco troppo bene per farlo troppo spesso: la ripetizione, se non conforta, annoia. E me non mi conforta.

Me, mi frega la curiosità: e il decimo, fantastico tramonto so che mi sembrerà meno "bella cosa" di un maiale di plastica che si splaffa per terra e poi si riforma da sè (l'ho comprato alla nottebianca, già). O, più seriamente, di una chiacchierata inaspettata con un amico, o di una passeggiata che non facevo più da vent'anni, di un nuovo film dei Monty Python, di una serata imprevista con l'Amicodelcuore.

Sembra un po' la solita questione del bicchiere mezzo vuoto o mezzo pieno: ma il punto è che, per cominciare, un bicchiere ci ha da essere, no?
Se in una settimana ci sono stati, diciamo, cinque giorni con dentro una bella cosa che non mi aspettavo, ecco, quella per me è una "bella vita".
Non perfetta, non esaltante, non grandiosa: una
vita di piccole cose, infatti, ma lontana da quell' "accontentarsi di ciò che si ha" che non riesco a condividere, pur a volte invidiandolo come atteggiamento di vita.

E allora, più che l'ottimismo o il pessimismo, l'essere "già contenti così" - che d'altra parte sarebbe ormai pur vero, ma non basta lo stesso - o l'evitare ogni preoccupazione, ecco che sembra più sensato adoperarsi perchè, quasi ogni giorno, una cosa bella possa esserci.

Senza rimuovere o ignorare i problemi, senza negare l'insoddisfazione o le mete più importanti, senza rinnegare del tutto il quieto piacere della mente che per anni mi ha tenuto compagnia qui alla mia scrivania, ora penso che coltivare un angolino di gioia e di sorpresa - una specie di piccola perla in mezzo al molliccio della normalità - sia ... be', sia una cosa intelligente da fare.

Facile a dirsi, lo so. Ma sto scoprendo che è anche più facile a farsi di quanto non pensassi.
Ve lo dico così potrete ricordarmelo, quando il bicchiere si sarà nascosto da qualche parte, neh?

domenica, agosto 22, 2010

LA SVIZZERA LA SVIZZERA



A volte il mio citarandom qui a fianco ci prende quasi come l'oroscopo dell'Internazionale - che anche questa settimana mi propina un ottimo consiglio senza alcuna indicazione su come fare a seguirlo, come se il problema fosse il sapere le cose e non il riuscire a farle - e si intromette nei miei pensieri fregandosene della privacy.
Oggi, pies, mi stuzzica con questa massima, nientepopodimeno a firma Adorno:

"La libertà non sta nello scegliere tra bianco e nero, ma nel sottrarsi a questa scelta prescritta." e mi coglie sul fatto, che proprio di ciò vado pensando da qualche tempo, e soprattutto oggi che torno dalla Svizzera.
Ora, lo so che quasi nessuno dei miei lettori ama granchè questo paese e proprio perciò non ne scrivo volentieri, di solito, se per citare il dato indiscutibile della bellezza dei paesaggi. Anche se bisogna ammettere che anche prati e montagne vengono spesso definiti, da quei sublimi esteti che sono gli italiani che vivono circondati da eternit e cartelloni pubblicitari, "noiosi, troppo ordinati". Ma, insomma, come diceva qualcuno da piccola "uno ha i sui gusti" e non starò ad impelagarmi in polemiche inutili o in una difesa ancora più sciocca della Svizzera in quanto tale.

Quando si è lì, però, non si può fare a meno di notare quante cose gli svizzeri tengono all'aperto, o comunque incustodite, senza nessuna protezione: divani con tanto di cuscini asportabili, ogni tipo di giocattoli e mezzi di trasporto per bambini, sculture e sculturine, vasi con piante comuni e vasi con piante rare, attrezzi, opere d'arte e pezzi da collezione.
Le tengono all'aperto, o in musei senza custodi, perchè in genere non vengono rubate.
Sì, lo so, l'osservazione è banale, ma si presta ugualmente a un pensiero, una fantasia: pensa a quanto tempo, soldi, fatica risparmierei se potessi lasciare incustodite le mie cose. E non parlo di gioielli - che non ho, anche se non lo dico alla mia vicina che afferma "uh, tanto quelli li teniamo tutti in cassetta, vero?" E come no? - e neppure di cose obiettivamente preziose. Parlo della faccia della portinaia che, piena di solerzia, ci ha avvisato che la nostra cassetta postale era aperta: " sì, la lasciamo così", abbiamo spiegato sorridendo, e lei non ci poteva credere. La cassetta della posta, nell'era di Internet, in un palazzo che ha portinai e cancelli oltre al portone! "Contenti voi..." ci ha detto, quasi offesa.

Tenere aperta la cassetta della posta ci regala alcune libertà: quella di non avere la chiave, quella di poter chiedere a chiunque venga su di ritirarcela, quella di risparmiare ogni volta quei due o tre minuti necessari per trovare la chiave, aprire, richiudere. E, forse più di tutto, ci regala la libertà di poterci fidare degli altri, visto che non è mai sparito niente: e la libertà di fidarsi produce a sua volta altre piccole libertà.

Allora, senza chiedere scusa a chi crede che il rispetto delle regole sia il contrario della fantasia, io sono arrivata a pensare che vivere in un contesto in cui le regole sono rispettate permette a chi ha la fantasia di poterla esprimere: per esempio, utilizzando il tempo risparmiato in una vita che scorre senza mille difficoltà e imprevisti per creare, che siano orsi di peluches o quadri o pasticcini. E permette che questa creatività venga resa nota, fatta magari fruttare o comunque sottoposta a un benefico confronto: se posso lasciare le mie sculture in un giardino visibile e accessibile dalla strada, se posso vendere i miei dolci, se posso partecipare alla Fiera degli orsi di
peluche, indubbiamente riceverò più stimoli a continuare a creare che non se dovessi tenere tutto sotto chiave o sottopormi a quei mille balzelli e burocrazie che cercano di escludere (?) la possibilità di "fare i furbi".
Si può obiettare che se il rispetto delle regole è interiorizzato, di per sè ci rende meno liberi: mah, io credo che l'obiezione sia vera soprattutto se intorno a noi tutti si comportano in modo diverso. Se sono l'unico legalitario in una compagna di furbi, è vero, apparirò noioso e sembrerà che siano gli altri a divertirsi, a essere pimpanti e innovativi, autonomi e perfino geniali.
Ma se il giorno dopo, poniamo, il risultato delle loro genialate sarà un cancello di più, un altro divieto insulso, un ulteriore balzello che andranno a colpire indistintamente tutti, quale potrà essere il divertimento?
Mi troverò, prima o poi, a dover scegliere tra il bianco e il nero, tra l'adeguarmi a norme stupide e inutili o il provare ad aggirarle: e infatti così viviamo sempre, noi italiani, cercando la "giusta misura" di compromesso, quel malcostume che non è neppure considerato tale, quell'onestà che se poi a vai a vedere non è mai del tutto onesta. E, diciamolo, non si può fare altrimenti, qui.

Ci siamo abituati a considerare virtù ciò che in buona parte del mondo - e non solo in quello occidentale - è considerato un difetto e un obbrobrio, una necessità da poveracci, un'ipocrisia senza senso: e sopportiamo al governo da ormai troppi anni chi questa "virtù" la rappresenta benissimo. E pazienza, chè questo è solo un post. Ma, ecco, forse libertà e fantasia sono un po' un'altra cosa, no?